Thor e il paradosso di Leone Tolstoj
di Santo Pictis
Visto Thor in 3D. Sarabanda avvilente di effetti speciali. E, udite udite, la regia è di Kenneth Branagh, ex regista e attore shakespeariano fra i migliori sulla piazza e fra i mei preferiti. Storiella trita e ritrita del fratello buono e del fratello cattivo di fronte al padre morente. Entrambi immersi nelle sabbie mobili del falso problema della successione. Entrambi compiono la loro scalata sociale verso il trono: Loki, il cattivo, ne morirà, Thor, il buono, sopravvive, purtroppo, dato che rasenta l’idiozia pura: ugualmente idiota quando aggiusterebbe tutto menando pugni e calci coadiuvato dal martellone e quando, scagliato sulla terra, e privato del martellone, diventa buono e servizievole e idiotamente sorride preparando la colazione agli umani, soccorrendo gli ubriachi, ecc.
Tutta una spettacolarità che proprio non sarebbe piaciuta a Leone Tolstoj. Lui che prediligeva la semplicità nei cosiddetti “modi espressivi”, l’ingenuità addirittura. E che non ci fosse spreco di quattrini nella fattura dell’opera d’arte.
Su Agard, paese natale di Thor, l’urbanistica rasenta il ridicolo, tutto il peggio del peggio mai visto nella fantascienza: palazzi dorati, guglie gotiche ovunque, nessuna eleganza. Perché appena c’è una nuova tecnica viene subito ridotta a tecnicismo e utilizzata per sostituire tutto: l’intelligenza, la finezza intellettuale, il cervello in toto? Potere utilizzare il 3D non basta per salvare un film dalla spazzatura.
Povero Leone, se l’avessi portato con me nel multisala del Villaggio Bicocca avrebbe pianto tutte le sue lacrime. Penso, già solo vedendo il suddetto Villaggio Bicocca.
Ma il paradosso sta qui: il nostro amico di lunga pezza, Leone, intende che, appunto, la semplicità, l’ingenuità dell’opera d’arte sia il modo perché l’arte, diciamo così, piaccia al popolo. L’arte spettacolare, con ambientazioni assurde, con effetti speciali insensati e grossolani, insomma l’arte troppo lontana dal contesto in cui “il popolo” si trova, secondo lui, non piace al popolo, il popolo non la capisce, non perché non abbia i mezzi culturali per capirla, ma perché non autentica. Quindi, secondo lui, alla sua epoca, inutile mandare il popolo a teatro perché si sarebbe annoiato ad assistere a pièce ambientate in Egitto o simili.
Cosa direbbe oggi Leone constatando che il popolo accorre in massa dal Thor di Kenneth Branagh, senza, per altro, nessuna speranza che qualcuno sia indotto dal film a leggere un libro che narri le vicende delle mitologie nordiche?
Il popolo di Tolstoj era forse un’idea di Tolstoj stesso, un’idea in merito all’interlocutore, un’idea in merito al pubblico della scrittura, in cui lui eccelleva. Tuttavia, nel saggio Che cos’è l’arte, dichiara che quanto da lui scritto prima del saggio in questione appartiene “all’arte deteriore” poiché il suo è il gusto pervertito delle persone che hanno ricevuto un’educazione sbagliata.
Esisteva poi davvero questo popolo? Abbastanza facile rispondere che oggi non esiste, ma, forse, neppure allora. Il popolo russo, la grande anima russa prima della rivoluzione bolscevica, prima del comunismo. Il popolo guidato dalla “coscienza religiosa”. E l’arte, secondo Leone, ha il compito di attenersi alla coscienza religiosa, così facendo comunicherà gioia, tristezza, ideali, pensieri. Quando l’arte non comunica niente allora non è riuscita, quando il popolo si annoia di fronte a essa, quando il popolo non la capisce, allora l’arte non è tale. Ma chi sarà mai questo popolo, cui Tolstoj stesso ambisce di appartenere?
Solo un aristocratico assoluto come Tolstoj può oggi risultare autenticamente “populista”. Lui che non ha bisogno di favori, di mazzette, né di accaparrarsi voti alle elezioni, lui che ha già avuto con i suoi libri quel successo sociale che ci mondanizza, che ci rende schiavi del mondo. E irrimediabilmente terrestri, quindi contenti di vedere al cinema che potrebbe anche capitare, in un giorno di tuoni e fulmini, d’incontrare Thor sotto casa o appena fuori dall’Esselunga.
Non si tratta per Tolstoj di un popolo che funge da minimo comun denominatore per l’ignoranza, ma quasi un popolo che riporta le cose alla loro natura, alla loro tradizione e invenzione, a un’arte che è arte di vita. L’artigiano è artista e l’artista bisogna che sia artigiano.
Il nostro amico ci racconta che non c’è bisogno di qualificarsi artisti per esporre sedie rotte, caffettiere arrugginite, manichini squartati: questo è erotismo, ipnosi, è il “ci si adatta a tutto”. Leone ci spiega che se un critico esprime parere favorevole in merito a un’opera appartenente a un certo genere, nel giro di pochi mesi quel genere si rimpinguerà di centinaia di esponenti.
Sempre Tolstoj inveisce, in una panoramica dotta e utilissima, contro il concetto di estetica, che analizza passandone in rassegna i vari esponenti (Baumgarten, Croce, Winckelmann, Lessing, Herder, Goethe, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Herbart, Schopenhauer, per citare i più noti). Le sue letture sono in lingua originale: inglese, francese, italiano, tedesco e le lingue classiche. Cita anche autori italiani pressoché sconosciuti in Italia: Giuseppe Spalletti, Mario Pagano, Mario Pilo.
Lungo questo excursus ci dice che l’arte non è rappresentazione del bello o godimento del bello. Il bello sarebbe un concetto per la cui definizione bisogna fare riferimento a un altro concetto. Per esempio: il bello sta nella natura. E la natura dove sta? La natura delle cose sta negli alberi, nelle pecore o dove?
E, poi, il bello, di fatto, sotto sotto, è un abito del bene. Il bene è buono, fino ai francesi che fanno dell’arte una faccenda di buon gusto. Ma non c’interessa neppure l’arte che, hegelianamente, manifesti l’idea.
“E perciò l’attività artistica è importantissima, almeno quanto lo è l’attività della parola, e altrettanto diffusa […] l’arte, intesa nel senso più ampio, pervade tutta la nostra esistenza; e tuttavia solo alcune delle sue manifestazioni sono da noi chiamate arte”.
Insomma, l’arte è una questione seria: perché sprecare quattrini, mezzi, tempo, persone, mi chiede Leone, per due ore di frastuono in cui vengono pronunciate al massimo una cinquantina di parole, due ore di luci psichedeliche e abbaglianti che teletrasportano dèi e uomini di qua e di là?
La vita stessa diventa un teletrasporto se ci abituiamo all’epoca.
Da leggere Che cos’è l’arte, testo erudito, ma semplice. Alcuni giudizi sul Rinascimento, sulle composizioni di Beethoven ormai cieco, su Shakespeare e altri risultano, per noi, degli svarioni, dei purismi forse, però è una lettura che serve per il viaggio in cui stiamo, per quando ci soffermiamo di fronte a una scultura, quando passeggiamo in un borgo o lungo i fiumi e le spiagge della scrittura.
E, poi, se proprio volete vedere Thor, andateci con Leone.
Lev Tolstoj, Che cos’è l’arte?, Donzelli Editore, 2010
Thor, regia di Kenneth Branagh, 2011: prodotto deperibile, oggi nelle sale, domani già andato a male
