Giambattista Tiepolo e Salvatore D’Addario
di Gianna Nobile

Due modi dell’arte si incontrano: la parola dello scrittore racconta la pittura di due artisti. È quanto avviene nei libri della collana “L’arca. Pittura e scrittura”, pubblicata da Spirali, che raccoglie oltre trenta volumi in edizione trilingue. Ciascun presenta due artisti, l’uno un maestro classico dell’arte occidentale l’altro un contemporaneo, che vengono letti di volta in volta da uno scrittore. Può trattarsi di uno psicanalista, di un poeta, di un filosofo, di un giornalista che accosta i due pittori per una serie di suggestioni e di adiacenze, creando una narrazione inedita e avvincente.
Nel volume dedicato a Giambattista Tiepolo e Salvatore D’Addario (Spirali/Vel, 60 euro) Francesco Saba Sardi, scrittore e traduttore originario di Trieste, legge l’opera del Tiepolo in modo nuovo rispetto alla critica tradizionale che ha sempre individuato e contrapposto due “anime artistiche” di Tiepolo. Da un lato la produzione caricaturale, composta da incisioni, schizzi e acquarelli, che rivelerebbe l’anima ironica e dissacratoria. Dall’altro la pittura “alta”, classica, a carattere celebrativo, commissionata dai potenti dell’epoca che, attraverso l’arte, volevano sottolineare la tenuta politico-sociale del sistema di potere, soprattutto nei periodi di crisi, come nel caso della Serenissima.
Non a caso a Venezia il Tiepolo, come cita Saba Sardi, era chiamato il “Tiepolo dei siori”. Secondo l’autore non c’è nessuna contrapposizione: l’ ironia e la dissacrazione emergono anche nella pittura ufficiale, forse aldilà delle intenzioni dell’autore. Si tratterebbe quindi di una contraddizione solo apparente fra le due differenti produzioni artistiche, che invece non ha nulla a che fare con l’idea che le vorrebbe in alternativa l’una all’altra. Anzi, Saba Sardi trova un continuum nell’intera opera di Tiepolo proprio nell’ironia e quindi nella constatazione che l’immagine artistica non è riproduzione della realtà. Proprio in questo risiede un’ interessante e estrema adiacenza con Salvatore D’Addario, pittore anconetano che attraverso la sua arte, non confinabile a una sola scuola, ribadisce proprio questo, che non c’è realismo nell’arte. Nessuna contrapposizione tra pittura figurativa e pittura astratta. D’Addario, come Tiepolo, è testimone che l’arte ha la sua condizione nell’astrazione. Sarebbe impossibile un’arte figurativa, sacra, o una natura morta, se questa fosse solo riproduzione realistica. Saba Sardi, legge in questo volume molti affreschi, fra cui alcuni conservati nel palazzo Patriarcale di Udine, eseguiti dal Tiepolo su commissione del patriarca di famiglia veneziana Dionisio Dolfin. Tra questi L’apparizione dell’angelo a Sara, che racconta l’annunciazione della maternità alla donna ottantenne. E’ un dipinto in cui il pittore esprime una forte ironia attraverso il contrasto. Sara ha le sembianze di una popolana che Saba Sardi identifica con Anetina, la gattara sdentata della Venezia plebea, e tuttavia indossa un abito sontuoso, “di certo datole da una gentil dama per farla ben apparire! Sara così elegantemente abbigliata si affaccia da una casupola cadente” . C’è un contrasto di altezza fra Sara e l’angelo che, secondo l’autore, sembra quasi imporre una sua superiorità sull’anziana donna, confermata dai loro sguardi. Risulta piuttosto altero quello dell’angelo e quasi stupito, fra l’intimidito e il divertito quello di Sara che sembra esclamare “Oh Signor!”, scrive Saba Sardi. Anche il gesto di devozione compiuto da Sara nel porre la mano al petto pare contrastante con lo sguardo non propriamente devoto. E’ interessante e molto moderno il modo con cui Tiepolo dipinge la donna anziana e l’angelo stesso denotando un’irriverenza rispetto ai canoni dell’epoca. L’angelo nella sua debordante fisicità risulta poco angelico e Sara non è lo stereotipo pittorico della donna angelicata: la pelle è rugosa, la bocca è evidentemente sdentata e il suo corpo è quasi rattrappito per la vecchiaia. E’ come se con il Tiepolo facesse irruzione la materia che non ha bisogno di essere purificata e quindi rispettata. Così anche D’Addario, irriverente nei confronti della materia, utilizza i vari materiali con cui compone le sue opere in modo del tutto arbitrario e inedito e poco rispettoso dei modi convenzionali. Il contributo che Saba Sardi offre con la lettura dei due artisti ci fa capire che l’opera dell’artista, nella sua interezza, è un testo da leggere: con le sue pause, le sue elissi, le sue luci e le sue ombre. Non tutto chiaro, non tutto scuro, non tutto spiegabile. Se l’opera d’arte è testo, nel testo c’è sempre dell’Altro ed è proprio questo che ci invita costantemente a guardare ascoltando, a leggere e a narrare.
