Recensire senza leggere?
di Alessandro Taglioni
I Savi Saracini cominciarono a sottigliare, e chi riputava il fumo non del cuoco, dicendo molte ragioni: il fumo non si può ricevere, e torna ad elemento, e non ha sostanzia né proprietade che sia utile; non dee pagare. Altri dicevano: lo fumo era ancora congiunto col mangiare, era in costui signoria e generavasi della sua proprietade, e l’uomo sta per vendere di suo mestiere, e chi ne prende è usanza che paghi. Molte sentenzie v’ebbe. Finalmente fu il consiglio: poi ch’egli sta per vendere le sue derrate, tu et altri per comperare, dissero, tu, giusto Signore, fa che ’l facci giustamente pagare la sua derrata secondo la sua valuta. Se la sua cucina che vende dando l’utile proprietà, di quella suole prendere utile moneta, e ora ch’ha venduto fumo, che è la parte sottile della cucina, fae, Signore, sonare una moneta, e giudica che ’l pagamento s’intenda fatto del suono ch’esce di quella. E così giudicò il Soldano che fosse osservato.
(Novella IX)
Mi sono chiesto quali fossero gli apologhi, le novelle o le fiabe che più si sarebbero avvicinate a quanto sto cercando di annotare, da qualche giorno a questa parte, per una breve riflessione. Mi è venuto in mente che, per esempio, saremmo prossimi a quell’apologo-novella che parla del fumo e dell’arrosto. Il controllo sulla sostanza porta il controllore a credere nell’esistenza della madre di tutte le sostanze, al punto da scatenare un putiferio sulla base della sua assenza, per condannare eventualmente alla pena sotto la specie del fumo persecutionis. È la parabola del Novellino rovesciata.
Che non ci sia la sostanza vale sia all’ipotesi della correzione sia, soprattutto, all’ipotesi della colpa che quindi andrebbe spartita come torta al posto di quella sostanza che nessuno ha trovato. Tutto ciò vale la pena? La pena crea un’altra ipotetica sostanza: quella del guru, della circonvenzione, dell’associazione per delinquere. Nell’ipotesi in cui la torta fosse esistita veramente, cioè le supposte sostanze appetibili, sarebbe stato lo stesso. Dunque l’ipotesi è che si possa trovare il modo di spartirsi questa torta.
Si tratta dell’istituto che oscilla fra l’assenza di sostanza come colpa e la sostanza come pena. Se dapprima l’accusa non poteva reggere in assenza di sostanza, poi interviene inevitabilmente l’accusa di millantata sostanza: deve sentirsi il suono delle monetine sul tavolo del giudice. Quindi per poter ventilare una condanna al fumo dell’arrosto, al fumo persecutorio. Constatata l’assenza di sostanza, non basta, occorre anche constatarne la presenza, perché altrimenti il fumo non si produrrebbe. Nel caso venisse rilevata come inammissibile tale assenza, resteranno da trovare i quattro soldi da far tintinnare per poter poi dire che carta canta. La dicotomia assenza/presenza di sostanza produce il noto animale fantastico del genere dei saprofago/canidi.
I sapronidi sentono odore di arrosto, sono affamati e inseguono, inseguono convinti di trovare un gigantesco pezzo di carne o una carogna, ma una volta constatato che era solo fumo …..
Che cosa aizza i canidi? Qui viene lo scoop. Nessuno in paese, nel circondario, in montagna, in collina, nel grattacielo spenderà una parola per cacciare questi canidi. E quella dei cani aizzati è una vecchia storia. I cani aizzati da tutti i paesani festanti nessuno escluso mantengono da secoli e secoli la stirpe degli strilloni e degli araldi? I canidi, una volta aizzati, non si fermano più, neanche con le cannonate, neanche con l’apertura domenicale di qualche macello comunale con mucche e maiali a loro disposizione.
Come mai il tentativo costante di estirpare un pensiero nella supposizione di una stirpe cattiva contro una stirpe buona, anche quando un pensiero non appartiene, propriamente, a una genealogia, anche perché produce e promuove dissidenza?
E quale potrà mai essere questa verità ricercata, dopo tutte le camionate di verifiche effettuate? La verità che deve attenersi allo standard.
La scoperta di una verità che secondo questo standard non è verità, non ha valore, ancora più radicalmente non è, non esiste. E nessuna prova potrà mai confutare questa inesistenza.
Il messaggio che si vorrebbe far passare o che comunque passerebbe con questo attacco istituzionale e con il clamore mediatico che ne consegue, è questo: la cultura non esiste, e non serve a fare crescere il Pil del paese. Ma, soprattutto, non serve a nulla ciò che riguarda la valorizzazione tout court: di opere d’arte, di monumenti, di edizioni, di formazione, di congressi, non vale nulla oppure deve essere una valorizzazione limitata, controllata, timbrata. Se da una parte c’è un’Italia dove risulta normale lasciare che Pompei si riseppelisca da sé o lasciar distruggere i beni ambientali, librari, memoriali, c’è anche una parte di Italia per cui la valorizzazione e soprattutto la troppa valorizzazione è inammissibile.
Soprattutto risulta inammissibile e impossibile, per talune istituzioni e taluni media, che esistano persone che fanno cultura senza un tornaconto personale. Quindi, si tratta, per forza, di una cultura sospetta. Il fatto che persone oneste e responsabili, per un anno, trent’anni o quarant’anni, abbiano dedicato la vita a un progetto di questo tipo, che abbiano dedicato il loro lavoro e in alcuni casi anche le loro risorse personali, evidentemente risulta incredibile. E ancora peggio tale incredibile viene poi socialmente denigrato e penalizzato.
Ci sono prove di vita che confermano questo piccolo contributo culturale, centinaia di migliaia di avvenimenti, migliaia di corsi e di conferenze con date, luoghi, riferimenti ben precisi, centinaia di edizioni e pubblicazioni, mostre d’arte, fiere, equipe, interviste, nonché archivi storici, iconografici, testimonianze del lavoro incommensurabile, volontario, responsabile, attento di persone che senza orari hanno contribuito a realizzare.
Paradossalmente, sembra un reato la valorizzazione dell’arte e della cultura, dell’intellettualità, della ricerca scientifica e artistica senza tornaconti personali sociali o istituzionali.
Le banche sarebbero state danneggiate da questa impresa? Ma esiste in Italia una banca che risulti danneggiata, che ci abbia mai smenato due lire, danneggiata da chicchessia? Questa vecchia storiella ha il sapore di una barzelletta raccontata male.
I nostri redattori non hanno mai fatto l’errore di recensire un libro senza averlo letto. Dunque, forse, non è il procedimento migliore quello che cerca un riscontro di verità effettiva senza lettura dei documenti. Forse per capire e intendere occorre constatare le attività, i beni, i valori, evidenti e macroscopici, in loco, prima di azzardarsi a fare ipotesi dichiarando che è tutto falso, fasullo, inesistente oppure che non vale granché.
Questa impresa è un’impresa di cose difficili, chi si è soltanto avvicinato o chi ha intrapreso questa esperienza, l’ha fatto guidato da un effettivo interesse per la propria formazione e per la conservazione del patrimonio artistico e culturale di questo paese, che è dato da edifici di pregio ma anche dalla produzione di artisti, scrittori, scienziati che hanno trovato, per esempio alla villa Borromeo, un dispositivo di ospitalità unico nel suo genere e che ha favorito una ricca produzione. Nonostante questo attacco, per noi, ciascun giorno, la battaglia resta soltanto culturale affinché questa impresa possa proseguire.
Quante imprese culturali di questa entità sono state in grado di lavorare e proseguire per anni senza favoritismi da parte di nessuno e proseguire anche negli ultimi anni, colpiti da una crisi di cui tutti hanno potuto constatare gli effetti?












Quindi, riprendiamo la questione principe, quella che ha aperto questo articolo: possiamo dire che, se la questione non diviene intellettuale, allora avviene la confisca della sessualità (sessualità, non erotismo) attraverso l’estensione del concetto di prostituzione. C’è qualcosa che induce ciascuno di noi a inventare, a fare senza soggetto, senza assoggettamento. Senza quell’assoggettamento che ci fa recitare a soggetto sempre la stessa tiritera: “tu dai a me perché io do a te”. “Ma anche se mi dai, poi ti frego lo stesso”. Tanto per dimostrare che non c’è mai reciprocità, che non può esistere patto sociale o politico. Dunque, solo dal patto intellettuale può derivare la società civile.








