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Recensire senza leggere?

Libro all'indice — Alessandro Taglioni | 23/06/2011

di Alessandro Taglioni

I Savi Saracini cominciarono a sottigliare, e chi riputava il fumo non del cuoco, dicendo molte ragioni: il fumo non si può ricevere, e torna ad elemento, e non ha sostanzia né proprietade che sia utile; non dee pagare. Altri dicevano: lo fumo era ancora congiunto col mangiare, era in costui signoria e generavasi della sua proprietade, e l’uomo sta per vendere di suo mestiere, e chi ne prende è usanza che paghi. Molte sentenzie v’ebbe. Finalmente fu il consiglio: poi ch’egli sta per vendere le sue derrate, tu et altri per comperare, dissero, tu, giusto Signore, fa che ’l facci giustamente pagare la sua derrata secondo la sua valuta. Se la sua cucina che vende dando l’utile proprietà, di quella suole prendere utile moneta, e ora ch’ha venduto fumo, che è la parte sottile della cucina, fae, Signore, sonare una moneta, e giudica che ’l pagamento s’intenda fatto del suono ch’esce di quella. E così giudicò il Soldano che fosse osservato.

(Novella IX)


Mi sono chiesto quali fossero gli apologhi, le novelle o le fiabe che più si sarebbero avvicinate a quanto sto cercando di annotare, da qualche giorno a questa parte, per una breve riflessione. Mi è venuto in mente che, per esempio, saremmo prossimi a quell’apologo-novella che parla del fumo e dell’arrosto. Il controllo sulla sostanza porta il controllore a credere nell’esistenza della madre di tutte le sostanze, al punto da scatenare un putiferio sulla base della sua assenza, per condannare eventualmente alla pena sotto la specie del fumo persecutionis. È la parabola del Novellino rovesciata.

Che non ci sia la sostanza vale sia all’ipotesi della correzione sia, soprattutto, all’ipotesi della colpa che quindi andrebbe spartita come torta al posto di quella sostanza che nessuno ha trovato. Tutto ciò vale la pena? La pena crea un’altra ipotetica sostanza: quella del guru, della circonvenzione, dell’associazione per delinquere. Nell’ipotesi in cui la torta fosse esistita veramente, cioè le supposte sostanze appetibili, sarebbe stato lo stesso. Dunque l’ipotesi è che si possa trovare il modo di spartirsi questa torta.

Si tratta dell’istituto che oscilla fra l’assenza di sostanza come colpa e la sostanza come pena. Se dapprima l’accusa non poteva reggere in assenza di sostanza, poi interviene inevitabilmente l’accusa di millantata sostanza: deve sentirsi il suono delle monetine sul tavolo del giudice. Quindi per poter ventilare una condanna al fumo dell’arrosto, al fumo persecutorio. Constatata l’assenza di sostanza, non basta, occorre anche constatarne la presenza, perché altrimenti il fumo non si produrrebbe. Nel caso venisse rilevata come inammissibile tale assenza, resteranno da trovare i quattro soldi da far tintinnare per poter poi dire che carta canta. La dicotomia assenza/presenza di sostanza produce il noto animale fantastico del genere dei saprofago/canidi.

I sapronidi sentono odore di arrosto, sono affamati e inseguono, inseguono convinti di trovare un gigantesco pezzo di carne o una carogna, ma una volta constatato che era solo fumo …..

Che cosa aizza i canidi? Qui viene lo scoop. Nessuno in paese, nel circondario, in montagna, in collina, nel grattacielo spenderà una parola per cacciare questi canidi. E quella dei cani aizzati è una vecchia storia. I cani aizzati da tutti i paesani festanti nessuno escluso mantengono da secoli e secoli la stirpe degli strilloni e degli araldi? I canidi, una volta aizzati, non si fermano più, neanche con le cannonate, neanche con l’apertura domenicale di qualche macello comunale con mucche e maiali a loro disposizione.

Come mai il tentativo costante di estirpare un pensiero nella supposizione di una stirpe cattiva contro una stirpe buona, anche quando un pensiero non appartiene, propriamente, a una genealogia, anche perché produce e promuove dissidenza?

E quale potrà mai essere questa verità ricercata, dopo tutte le camionate di verifiche effettuate? La verità che deve attenersi allo standard.

La scoperta di una verità che secondo questo standard non è verità, non ha valore, ancora più radicalmente non è, non esiste. E nessuna prova potrà mai confutare questa inesistenza.

Il messaggio che si vorrebbe far passare o che comunque passerebbe con questo attacco istituzionale e con il clamore mediatico che ne consegue, è questo: la cultura non esiste, e non serve a fare crescere il Pil del paese. Ma, soprattutto, non serve a nulla ciò che riguarda la valorizzazione tout court: di opere d’arte, di monumenti, di edizioni, di formazione, di congressi, non vale nulla oppure deve essere una valorizzazione limitata, controllata, timbrata. Se da una parte c’è un’Italia dove risulta normale lasciare che Pompei si riseppelisca da sé o lasciar distruggere i beni ambientali, librari, memoriali, c’è anche una parte di Italia per cui la valorizzazione e soprattutto la troppa valorizzazione è inammissibile.

Soprattutto risulta inammissibile e impossibile, per talune istituzioni e taluni media, che esistano persone che fanno cultura senza un tornaconto personale. Quindi, si tratta, per forza, di una cultura sospetta. Il fatto che persone oneste e responsabili, per un anno, trent’anni o quarant’anni, abbiano dedicato la vita a un progetto di questo tipo, che abbiano dedicato il loro lavoro e in alcuni casi anche le loro risorse personali, evidentemente risulta incredibile. E ancora peggio tale incredibile viene poi socialmente denigrato e penalizzato.

Ci sono prove di vita che confermano questo piccolo contributo culturale, centinaia di migliaia di avvenimenti, migliaia di corsi e di conferenze con date, luoghi, riferimenti ben precisi, centinaia di edizioni e pubblicazioni, mostre d’arte, fiere, equipe, interviste, nonché archivi storici, iconografici, testimonianze del lavoro incommensurabile, volontario, responsabile, attento di persone che senza orari hanno contribuito a realizzare.

Paradossalmente, sembra un reato la valorizzazione dell’arte e della cultura, dell’intellettualità, della ricerca scientifica e artistica senza tornaconti personali sociali o istituzionali.

Le banche sarebbero state danneggiate da questa impresa? Ma esiste in Italia una banca che risulti danneggiata, che ci abbia mai smenato due lire, danneggiata da chicchessia? Questa vecchia storiella ha il sapore di una barzelletta raccontata male.

I nostri redattori non hanno mai fatto l’errore di recensire un libro senza averlo letto. Dunque, forse, non è il procedimento migliore quello che cerca un riscontro di verità effettiva senza lettura dei documenti. Forse per capire e intendere occorre constatare le attività, i beni, i valori,  evidenti e macroscopici, in loco, prima di azzardarsi a fare ipotesi dichiarando che è tutto falso, fasullo, inesistente oppure che non vale granché.

Questa impresa è un’impresa di cose difficili, chi si è soltanto avvicinato o chi ha intrapreso questa esperienza, l’ha fatto guidato da un effettivo interesse per la propria formazione e per la conservazione del patrimonio artistico e culturale di questo paese, che è dato da edifici di pregio ma anche dalla produzione di artisti, scrittori, scienziati che hanno trovato, per esempio alla villa Borromeo, un dispositivo di ospitalità unico nel suo genere e che ha favorito una ricca produzione. Nonostante questo attacco, per noi, ciascun giorno, la battaglia resta soltanto culturale affinché questa impresa possa proseguire.

Quante imprese culturali di questa entità sono state in grado di lavorare e proseguire per anni senza favoritismi da parte di nessuno e proseguire anche negli ultimi anni, colpiti da una crisi di cui tutti hanno potuto constatare gli effetti?


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L’ARTE FUORI DI SÉ. Un manifesto per l’età post-tecnologica, pubblicato da Feltrinelli

Libro all'indice, Uncategorized — Alessandro Taglioni | 16/05/2011

recensione al libro di Andrea Balzola e Paolo Rosa


di Alessandro Taglioni


Questo libro già nel titolo auspica qualcosa di post, e forse nell’intento degli autori la cosa voleva essere di buon auspicio per le nuove generazioni, ma in realtà, non mi è parso un manifesto della modernità, bensì un’estrinsecazione che celebra il tecnicismo e la tecnologia in generale. In ogni paragrafo, vengono cavalcate idee perfettamente riesumate e riciclate dal trend performativo del Novecento.

È un manifesto-apologia – totalmente demagogico – che buonisticamente vorrebbe auspicare una improbabile trombosi del luogo comune, ma, alla fine, si riafferma come manifesto dell’ennesimo totemismo tribale pre età del bronzo.

L’esimio collega che, pressocché quotidianamente, mi rimprovera di scrivere soltanto e troppe invettive, mi sprona a chiedermi perché farsi carico della lettura di questo libro, che, per ora, confesso, sono riuscito a leggere soltanto fino a pagina 75.

Origliando fra me e me – come ci suggerisce amabilmente Harold Bloom, che avrò modo di citare ancora – ritengo che sia perché non è possibile lasciar passare senza scrittura e non segnalare, evidentemente, come ci siano ancora demiurghi e preti laici che, dopo 50 anni e più di disastri avanguardisti, abbiano il fegato di enfatizzare marinettianamente l’utilità della locomotiva, del motore (di ricerca?), delle tecnologie, della rete, della condivisione, e quant’altro.

Del resto, cosa ci possiamo mai attendere da un testo che si apre così: “Viviamo un’epoca cruciale dominata dalla tecnica..”. Ogni avanguardia che si rispetti ha celebrato e ha manifestato il fasto, il trionfo tecnologico, le conquiste della contemporaneità, i rituali, le comunità, le innovazioni, le creazioni. E senza mai omettere un’apparente condanna della tecnologia precedente. Il demagogo cosa fa? Divide in due il caso e postula una tecnologia buona contro una tecnologia cattiva. Il buon uso della tecnologia, dei mezzi, degli utensili, è uno sport sano e transnazionale. Per avanzare un’arte fuori di sé, come dice il titolo, cioè ancora platonica, ancora futurista o, meglio, dadaista.

installazione concettuale a opera degli scalpellini francesi, Feltre 1797

Qualcosa di nuovo? Ancora l’idea del demiurgo pazzo, invasato, applicata però all’idea della supposta affermazione di una rinnovata comunità, questa volta virtuale o interattiva.

I precetti dell’idiozia inneggiano alla contemporaneità e vengono facilmente profusi.  Bisogna che l’artista manifesti il suo tempo, sia testimone del zeitgeist, totalmente presentificato, quindi totalmente idiota.

Cosa deve fare l’artista contemporaneo? “L’artista deve saper uscire dal suo studio, attivare le proprie antenne e immergersi tra i gesti, gli sguardi, le storie e i comportamenti delle persone, calpestare il territorio per cogliere i segni visibili e invisibili della memoria collettiva”.

Sigh. È qualcosa che già fanno le telecamere apposte negli incroci stradali, perché servirebbe un artista per questo? Per una nuova visione o un nuovo ordine del mondo per i quali bastavano già un Bush o un Obama? Perché scomodare l’artista?

C’è una qualche istanza linguistica, logica, culturale, artistica in questo manifesto del savoir faire? Qualcuno osa forse dire che quell’artista, prima di uscire dallo studio per proporre le sue “creazioni”, torni a studiare catechismo in qualche patronato, se proprio proprio non ha voglia di leggere un libro o una novella. O, più radicalmente, qualcuno che osi dire che il suddetto artista passi in biblioteca a leggere qualche libro, ci resti per trent’anni, nella speranza che, dopo, riesca a “creare”, forse meglio produrre, qualcosa di interessante?

Questo libro ci propone le stesse istanze avanguardiste già sentite nei recenti trascorsi, adesso camuffate da perbenismo innovativo. Percorsi già tracciati dal futurismo, dal surrealismo e soprattutto dalla pop art. Il tecnicismo e il macchinismo, in questa demagogia, risultano lo schiavo e il padrone del fare artistico. Un tecnicismo che, in realtà, è un macchinismo, totalmente laicista, che si affaccenda nella fabbricazione di macchine d’altare fasulle, totemiche, arcaiche, dove il pensiero, la lingua, la ricerca, l’emulazione, il sacro, vengono espunti con il gesto performativo catartico.

L’irrappresentabile viene convertito in tutto ciò che ammicca alla eventuale cancellazione della materia dall’arte. Ecco il tecnicismo e il macchinismo. Arte e cultura possono allora ridursi nella performance creata magicamente per via della supposta esistenza di una memoria collettiva. In questo senso, “l’arte fuori di sé“, che in questo libro richiede la presenza del termine tecnologia ogni sei o sette righe, fa il gioco del sistema che vorrebbe contrastare.

Giovanni Papini, cofondatore del futurismo, nonché teorico dello stesso, a suo tempo, ne criticò ampiamente i risultati, praticamente, gli stessi principi che qui si vogliono riaffermare. Papini non è bastato, se oggi c’è ancora qualcuno in giro che insiste a elogiare le locomotive, le auto o l’interattività, che è la stessa cosa. L’idea di “costruire modelli estetici sulla base di comportamenti innescati” dai nuovi dispositivi di rete emula quello che ha fatto la pop art. Evidentemente il comportamentismo miete ancora vittime, siamo ancora schiavi di Andy w. e della psicologia spicciola, preferibilmente junghiana, o schiavi di Fluxus, che è lo stesso. Tautologia della connessione, perché deve essere una buona connessione. “L’habitat è un ambiente interattivo”. Ma cosa avrà mai di così importante da trasmetterci questo novello artista interattivo, con le sue nuove forme di narrazione, creazione, illuminazione? Un altro gesto, bello o brutto? “Risultato di un viaggio sciamanico nell’ignoto e nell’invisibile dove si aprono nuovi percorsi e con cui si conduce la comunità su di essi mediante un rito iniziatico e una cosmogonia di miti e metafore”.

installazione concettuale a opera degli scalpellini francesi, Feltre 1797

Che dio ci aiuti. Se dovessi scegliere fra una visita a Stonehenge per assistere alla congiuntura degli astri, e una visita alla pala di San Giobbe di Giovanni Bellini esposta nelle gallerie dell’accademia, è inutile rispondere che cosa mi precipiterei a visitare. Comunque, fin dagli anni sessanta, a sentire i due autori, le tecnocrazie avanzano a grandi passi per far emergere “nuovi modelli possibili di percezione e comportamento”.

Forse questo manifesto ci propone o punta a farci digerire l’idea di una nuova e originale teatralizzazione delle tecniche artistiche nel luogo ideale della nuova tecnologia. Ma siamo proprio sicuri che ciò non avvenga attraverso la cancellazione della parola, della lingua, della cultura, della tradizione? Sarei felice di ricredermi se qualche guru delle arti performative ci proponesse, come novità assoluta, una performance in cui troviamo un collettivo di artisti intento a leggere e a scrivere per settimane e settimane, non in una strada o in un parcheggio, ma in un archivio, o in un museo, o in una biblioteca, o basilica, o eremo. Sarebbe una performance straordinaria. Perché per quanto riguarda le strade, le piazze e i supermercati abbiamo capito e esplorato in modo esaustivo tutto ciò che fa parte del contemporaneo. Ora vogliamo capire se, per caso, la performance possa formulare un’ipotesi che vada un po’ più in là della solita zuppa di Andy Warhol.

Performance – un termine intraducibile nella nostra lingua – che ci vuole ancora parlare con il linguaggio mutuato dall’ontologia del luogo comune, dall’apologia di un novello nichilismo e soprattutto dal sogno di realizzare un luogo comune perfetto, guarito da tutti i mali della società. Linguaggio che è quello della ormai sacrale e imperativa performance utopista. L’unica differenza fra l’idea novecentista di performance e quella odierna è la supposizione tratta dal peggiore junghismo che la rete sia metafora dell’inconscio collettivo, che esista un inconscio collettivo o utopia o tecnologia, dove tutti, finalmente, guariscono da qualche cosa, per esempio dall’esubero di segni nella società, quell’esubero che giustificherebbe la cancellazione della materia, della cultura, del sacro.

Dobbiamo, dando retta all’epoca, per forza proclamarci anti barocchi? E così abbiamo capito che il contemporaneo, cioè l’epoca, non è barocco né dannunziano e neppure pirandelliano. Auspichiamo almeno che non sia neopaleolitico. Eventualmente, nella peggiore delle ipotesi, proponiamo che almeno ridiventi paleocristiano.

“La creazione di dispositivi interattivi partecipativi, di habitat multimediali”, in breve le performance, si affidano a questo francesismo, o inglesismo che il termine linguistico trae con sé. Sinonimo di prestazione, di esecuzione, cioè di un tecnicismo che si presta agevolmente a tutte le estensioni ideologiche. E come può non significare il paradigma dell’esorcismo tribale? Anche con l’ausilio di un’apparente critica degli stereotipi del sistema dell’arte, in realtà, avviene sempre la sacralizzazione di quegli stessi stereotipi.

L’idea, ormai consacrata dall’epoca, che esista la cosiddetta creatività o il creativo, è proprio la credenza nella nobile menzogna. Sono certo che Benozzo Gozzoli o Piero della Francesca non si ponessero il problema di essere creativi. E sono altrettanto certo che il tizio che per primo si è posto tale questione doveva, con tutta probabilità, assomigliare a un fantozzi che, mentre usciva ubriaco da un bar, veniva improvvisamente colpito da una tegola vagante, cioè da questa stessa improvvida creatività. Perché supporre, affidarsi all’ipotesi di una creatività che non esiste, che è un’invenzione romantica, cioè paleolitica, di cui possiamo ben riscontrare i disastri che ha variamente prodotto?

Dove sta, in questo manifesto, la formazione dell’artista? La scuola? La lettura? La scrittura? Può davvero l’artista multimediale o virtuale, con la performance, introdurci in qualcosa di innovativo, di inedito, di audace se si ritiene esentato dal trascorrere – non dico, come Borges, tutta la vita – almeno sette anni o dodici giorni o sette minuti in biblioteca a leggere e prendere appunti? Se così non avviene, quell’artista uscirà dal suo studio armato di soli gesti scaramantici, virtuali e anacronistici, laicisti, pagani, informali. Farneticherà a proposito di una pseudoteologia del non senso, rivestita di buonismo, di socialismo, di umanismo bestiale, di uterocosmesi. E risulterà politicamente corretto o scorretto, ma sempre socialmente accettabile e intellettualmente nullo.

giù le mani, su le mani

Non basta che l’artista si “metta in rete” per inaugurare una novella bottega rinascimentale, non basta l’interdisciplinarietà per uscire dal sistema. Non basta lo psichismo che elogia la pazzia platonica, se occorre intendere ben altra follia, essenziale quanto il rigore alla produzione intellettuale e artistica. A meno che non si voglia restare a marcire nel comportamentismo che magari si eccita davanti al messaggio sociale, alla performance politica, alla multimedialità piuttosto che al multiculturalismo, vale a dire all’arte che, secondo il manifesto descritto nel libro in questione, deve assolutamente avere un “impatto sulla società”. Abbiamo visto e constatato gli impatti che si sono susseguiti dal novecento a oggi, i tromboni, i trombetti, le scorregge concettuali, che, di volta in volta, hanno affermato il loro comportamento in alternativa al comportamento dei vecchi comportamenti alternativi.

Che questi manifestanti abbiano l’umiltà di leggere Harold Bloom, il quale, qualche ventennio fa, ci ha spiegato, e pure brillantemente, qualcosa sui precursori. E se proprio non gliene fregasse niente del Quattrocento italiano, che leggano cosa scrive – ancora Bloom – della “Scuola del risentimento” contro i dispositivi letterari e culturali di Dante, di Shakespeare. Che lo facciano, prima che l’artista esca dall’atelier, armato di mani senza cervello, pronte soltanto a fare qualche gestaccio tanto surreale quanto esorcistico, affine alla “centralità sociale” tanto auspicata.

A pagina 28 leggiamo sprazzi d’improvvisa lucidità quando gli autori, o l’autore, annotano l’inaridimento dovuto al “ripiegamento” dell’arte su se stessa, un ripiegamento che produce “un concettualismo criptico, ostacola la partecipazione del pubblico e giustifica con un apparente principio di libertà qualsiasi operazione”.

La famigerata libertà tanto agognata, in arte e non solo, si rivela un’arma doppiamente e sinistramente spuntata, “dove tutto diventa possibile”. E meno male che, dopo qualche secolo, qualcuno si accorge: “processi mediatici” che attendono al caso contemporaneo e presenzialista funzionale al sistema, la ricerca “ossessiva del segno forte”, “l’eccesso, l’esagerata meraviglia”. Tutta la produzione postduchampiana del “qualsiasi tecnica è possibile” tiene fede alle macchine celibi dei vecchi precursori dada. Qualcuno dunque si accorge: “il sistema chiede all’artista oggetti che siano facilmente riconoscibili”, “essendo l’opera soprattutto un risultato concettuale”.

Dunque un breve riconoscimento, fra queste righe, della spettacolarità decadente di cui, ahinoi, salviamo, per ironia della sorte, soltanto gli spot pubblicitari.

E così annotiamo ancora qualcosa verso la fine dello stesso capitolo quando gli autori segnalano che non si tratta di un’arte di “rappresentazione, bensì di un’arte di progettazione, un’arte… sulla base di una valorizzazione delle esperienze significative del passato…”.

Il discorso tecnologico immagina di poter trattare la materia anzi di poter trattare la multimateria. Uno dei postulati irrimediabili che tiene strette l’arte e la cultura nell’ideologia della liberazione, della sperimentazione, della performance.

Non credo che le opere di Verdi e di Puccini fossero costruite a partire dalla fede nell’impianto tecnologico sperimentale, pur trattandosi di “macchine d’altare”, di dispositivi di produzione che raccoglievano le competenze di arti e artisti differenti secondo una logica e una struttura non esenti da legge, etica e clinica. Nelle mistificazioni della tecnologia c’è qualcosa che sta al di qua dell’invenzione e dell’arte, qualcosa che si avvale di postulati razzisti, in un certo senso, quelli che suppongono l’autonomia dei segni, che suppongono l’autonomia dei suoni, dei gesti, avulsi da qualsiasi contesto logico, strutturale, culturale, linguistico, tecnico. Questo vale a trattare la materia come si tratta un ospedalizzato, per mantenere e proseguire nel solco del trattamento l’arte, quasi trattamento della malattia mentale.

L’arte che va “fuori di sé” è arte dell’eterna metafora, dell’eterno femminino androgino che parte dal platonismo e finisce con l’animismo. Questo è ciò che si merita “una società che progetta comportamenti”. Per cancellare, insieme con lo psichico, anche l’estetica, perché, tanto, basta il soggetto automa per fare arte. Nella migliore delle ipotesi, lo scriversi nel corpo e lo scriversi nella scena contemporanei compiono un rituale esorcistico contro la cultura. I frutti di questo esorcismo occupano le strade e le piazze, le istituzioni, contemporaneamente.

Per fare arte non c’è bisogno di studiare? Beh, certo, basta l’animale fantastico, basta l’androgino!

“La responsabilità dell’artista è quella di colui che vive il suo presente e partecipa alla sensibilità collettiva che lo circonda”, potremmo leggere queste righe in direzione di una rinnovata ipotesi programmatica per rinnovati edificatori di ecclesie psicognostiche giustappunto per la “socializzazione necessaria delle pratiche artistiche”.

C’è poi un capitolo che avanza una sorta di ideologia delle sensazioni in cui fra le altre cose scopriamo che “l’artista opera direttamente sulla luce” (chissà cosa ne penserebbe Sant’Agostino oppure Leonardo, lui che prediligeva dipingere con la penombra) gli bastano i sensi (alla faccia del naturalismo) per operare. Allo scopo di “risensibilizzare un’umanità anestetizzata”. Ve l’avevo detto che l’arte migliore per l’epoca è lo psicofarmaco.

È questo il postulato invisibile e inatteso del manifesto cosiddetto contemporaneo: arte come psicofarmaco, che deve guarirci e salvarci in virtù di queste transumanze demonistiche contro l’estetica. Ci vuole il viagra performante, ci vuole l’art doping. Le tecnologie hanno… Le tecnologie fanno… “la sinestesia, generata dalle risonanze tra i sensi, guadagna quindi una nuova centralità”. “L’esperienza sinestetica è infatti capace di rivitalizzare le singole sensorialità con le sue imprevedibili combinazioni”. Artista come osteopata o psicopompo e arte come viagra o psicofarmaco. Ma che bella sensazione! Polisensorialità e sensi distribuiti en plein air democraticamente. Dal senso al senso, verso un nuovo sciamanesimo.

qui sorgeva

Le tecnologie, così concepite, operano esorcismi linguistici, compiono olocausti permanenti e itineranti a scapito della materia, dell’oggetto della parola, del tempo.

Ora che abbiamo capito che secondo questa contemporaneità la città è un ospedale psichiatrico, riesco anche a capire il perché di tanti arredi urbani, dei recenti monumenti milanesi dedicati a Castrone e delle recentissime installazioni paladine di sé medesimi.

Forse è questa la “saturazione semiotica” cui si riferiscono gli autori del manifesto. Forse è questo, non il teatro, ma lo scenario senza scrittura e senza lettura che ci attende con l’edificazione di queste nuove ecclesie. Forse è questa la cancellazione della memoria cui si riferisce l’autore quando parla di “immaginario collettivo”.

Buon olocausto a tutti, dunque e chi s’è visto s’è rivisto.


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testo letto il 12 settembre 2010 in occasione della presentazione della mostra di Mario Ceschi alla Galleria dei Foschi

Libro all'indice — Alessandro Taglioni | 10/03/2011

Curatori, critici, galleristi, artisti, camorristi, idraulici e intellettuali organici

di GEGIO FRASCA

Tante mani e poco cervello. Lo scacco italiano in ambito artistico e culturale e poi manifatturiero ha origini lontane.

L’arte è risultato il settore che, più di tutti, sta pagando lo scotto della sconfitta nella guerra fra imperi che possiamo dire ancora in corso, ma, di fatto, attuatasi in occasione dalla seconda guerra. Tale scotto si traduce nella rinuncia allo sviluppo di un’arte italiana sulle basi e sul proseguimento della scuola classica e mediterranea.

Tale prospettiva è stata di fatto cancellata con il dopoguerra. Ma ancora non bastava, e l’idea d’impero non ha cessato di alimentare la geopolitica degli ultimi decenni, determinando qualcosa di cui a tutt’oggi non valutiamo gli effetti: noi poveri italiani eravamo così presi dal problema di Cosa nostra da non accorgerci dell’esistenza di una Cosa loro.

Ma a chi è andato il bottino: ai tedeschi, agli americani? O a entrambi. O forse agli inglesi? Ma i tedeschi non erano… bah! Eppure nessuno si chiede che lingua parla il mercato dell’arte: deutsche, english, chinese…

Se è vero poi che la CIA promosse l’arte americana del dopoguerra in Europa, è altrettanto vero che in Italia paghiamo i nostri “Servizi” per cose ben più importanti, per esempio scoprire – con un tempismo da manuale – che i cinesi sanno produrre l’acqua calda meglio di noi. Sarebbe a dire? I cinesi ci comprano le aziende per copiarle, soppiantarle, fagocitarle ecc.

Vecchio mestiere, quello imparato da chi esporta e che un qualsiasi imprenditore cool non saprebbe dire in italiano: know how.

In ambito artistico è avvenuta la stessa cosa. E sì che questa è anche l’era della genetica, cioè avremmo imparato, più o meno, come si muovono i geni (a parte il fatto di andare all’estero). Così qualcuno ha acquistato una molecola per invadere un intero settore, come sanno fare gli americani, per esempio quando importano un artista europeo per esportare, poi, trecento artisti americani.

Ma come, in questo scorcio di secolo o negli ultimi due secoli? O da quando si è deciso che la lingua europea è l’inglese?

L'altro tempo, 2011, olio su tela, cm 100x100

Italia, bottino di guerra.

Ciononostante, alcuni paradossi ci vengono in aiuto. Testimonianza vivente sono quei beni monumentali e paesaggistici sui quali, fino “a ieri”, nessuno ha posato lo sguardo languido e cannibalesco (fino a ieri): chessò, qualche borgo medievale, qualche dipinto, qualche suppellettile che è rimasta in piedi forse perché quegli idraulici che, per ingannare il tempo, facevano gli architetti, non se ne sono occupati.

Meglio se il borgo è non restaurato, meglio se trascurato, però. Meglio che quel tal curatore, quell’addetto, quell’estimatore o, peggio, quell’amministratore non ci metta sopra gli occhi e le mani.

Ma allora significa che siamo condannati a vivere con la sindrome di Pompei? Città giunta fino a noi soltanto perché fortunosamente sepolta da tonnellate di cenere? Beh, allora, non è che ci conviene chiedere alla camorra di seppellirla di nuovo, questa volta con i rifiuti tossici, in maniera che gli umani se ne stiano alla larga per qualche secolo? E cioè che un qualche architetto, che di straforo fa anche l’idraulico, non ci metta del suo?

Così, altro paradosso, per restare in terra campana, mentre abbiamo capito che siamo gli unici a fare bene la pizza (almeno fino a ieri, visto che i cugini africani, del resto bravissimi, ormai ci hanno rimpiazzato), in realtà compriamo i prodotti alimentari quasi esclusivamente dai francesi. E ci possiamo ulteriormente consolare sapendo che in questo contemporaneo tripudio modaiolo e fashionesco, orgogliosamente italiano (per ora e ancora per poco), ci siamo finalmente sbarazzati di qualche griffe restituendo ai cugini d’oltralpe le eccedenze del lusso italiano di cui veramente ne avevamo pieni i polsini.

Ciò detto, sempre fra parentesi, fa ben sperare che un giorno non lontano la ex Milano da bere non sia invasa sette settimane su due solo e soltanto da spacciatori e consumatori di “stracci pesanti”.

Kairòs 02 2011, digitale su pannello, cm 100x100

Possibile che nessun curatore, nessuno storico, nessun critico si sia accorto della vera incessante performance concettuale cui abbiamo assistito negli ultimi due secoli? Ma come? E quale sarebbe? Non quella di Christo che ci impacchetta ben bene qualche palazzo e qualche isoletta, ma la performance consegnataci da un’intera nomenclatura. Quando? Tanti “ani” fa (non è un refuso), da  generazioni di politici e ideologi, di addetti ai lavori, di tuttologi concettocratici, di politici corretti nonché intellettuali organici e scoreggioni. Ma cosa avrà mai combinato questa marmaglia? Chissà, forse, magari ha seppellito, a nostra insaputa, l’eventualità di una valorizzazione dell’arte e della cultura italiana e mediterranea sotto metri e metri di ciarpame sociopolitico, di manufatti, installazioni, videoscemenze, ideofrattaglie, protesi postqualchecosa e concettinutili chilometriche escrescenze di produzione propria o, soprattutto, di provenienza oltreatlantica, intervallate comunque da chiacchiere con marchio made in Italy.

Ma abbiamo ragione a non dare la colpa al critico d’arte, e neppure a dare torto allo storico, e ci guardiamo bene dal puntare l’indice contro il mercante e il gallerista, non sia mai che un giorno, per gratitudine, abbiano la compiacenza di dedicarsi alla protezione animali, all’ippica o all’agraria invece che ai beni culturali e artistici, visto che, in fin dei conti, costoro sono ben allenati alla cura di orticelli e scuderie.

Ma altolà. Alcuni dicono che non è vero. Che il mercato è florido, le fiere vanno alla grande. Le aste pure. Gli artisti italiani contano.

Se questo è vero allora da grande voglio fare il magazziniere (poi capirete in che senso), perché vi pregherei davvero di sperimentare di persona per poter dare credito a una simile fandonia.

Per esempio, entrate in una qualsiasi galleria d’arte e provate a chiedere a chi vi apre la porta che mestiere fa, se è maggiorenne, se parla italiano. Cosa vi risponde, se vi risponde? Mah. E come ha cominciato, qual’è la sua missione, che studi ha compiuto e se c’è un messaggio in quello che sta facendo? Cosa faceva prima di fare il gallerista? Il corniciaio, nella peggiore delle ipotesi, il pompiere nella migliore? E soprattutto, provate a chiedergli a chi vende. Vi risponderà come di consueto: al collezionista. Al che, potete, giusto per gioco, ma con aria distratta controbattere: “Ah, però, pensavo che i vostri maggiori clienti fossero gli artisti”. Infine, ormai più incazzati che sconsolati, una volta usciti, provate a soffermarvi dietro un angolo e provate a contare le persone che entrano in quella galleria, una, due, tre… e poi calò la notte.

Fatto ciò, provate a entrare in una banca o in un altro ufficio pubblico e, fra le code e la calca, provate a contare le opere d’ingegno (non dico dipinti o sculture perché non oserei tanto) ma oggetti di design, decorazioni, provate a soffermarvi sui materiali con cui sono allestiti gli uffici, l’arredo, ecc. Delusi? Ma non rassegnatevi. Fate un altro tentativo e passate nella sala d’aspetto del dentista? Delusi? Non stanchi e non soddisfatti, ora, provate a entrare in una casa privata qualsiasi e fate la stessa operazione. Più che delusi. A questo punto sforzatevi di non trarre le conclusioni seguenti: non è che forse il pubblico e l’arte sono inversamente proporzionali, antitetici, incompatibili? Non è che qualcuno, nottetempo, come avvenuto durante la guerra, ha imballato e caricato una teoria di camion con tutte le opere d’arte esistenti e le ha nascoste in qualche antica rocca del centrosud? Ma no, dai…

Il passo e il piede 2011, olio su tela, cm 70x100

Risultato: c’è il dubbio che tutta questa arte di cui si favoleggia sia imboscata in qualche Magazzino con la M maiuscola o in qualche soffitta, o addirittura in qualche supermercato perché, veramente, altrove non vi è traccia.

E, allora, ancora, per concludere, per amore di paradosso, lo affermiamo, a questo punto senza polsini, e ne siamo convinti, che l’arte non è in cura dai suoi addetti né tantomeno potrà essere salvata in virtù del proprio ambito, nel proprio settore di appartenenza, ma può trovare la cura nella sua stessa rarefazione, nella non presenza, se non addirittura assenza, e non nella famigerata frequentazione, ma in qualcosa di irrelato, di innotiziabile, insomma forse si tratta di un’arte di cui nessuno è al corrente, anzi, che nella corrente non ci sta proprio.

Dunque, rimbocchiamoci le maniche e proseguiamo a scavare sotto Pompei.


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Gli italiani non vogliono più essere figli di

Libro all'indice — Alessandro Taglioni | 05/11/2010

di Carolina Teano

NY, 2005

Quali cose non sta facendo il paese per intendere la “questione mediterranea” e la questione intellettuale?

L’Italia è alla disperata ricerca di puttane. Merlin le aveva fatte uscire di casa nel dopoguerra (idea geniale), ora, cacciande dalla strada, finiscono nel mediatico, che è l’odierna casa chiusa, casa del luogo comune, chiusa alla notizia come novità. Casa che fa entrare solo notizie di morte, morte dell’intelligenza, della cultura e dell’arte, centro direzionale del laicismo e di operazioni di eutanasia mediatica. Così, mentre le nostre nomenclature trascorrono il tempo fra la caccia alle streghe e all’untore, caccia all’intelligenza, gli italiani vivono solo di turismo giornalistico, televisivo, internettiano. Dubbi, indecisioni, e imbarazzo: stare dalla parte della puttana giusta o dalla parte della puttana vera (sinistra-destra)? O, semplicemente, trovare una puttana qualsiasi. Mentre, d’altra parte, ahinoi, scompaiono libri, arte, musica, scienze soprattutto di un certo livello, cioè quel livello che non è mai stato e mai potrà essere un derivato o un succedaneo o un’enclave di origine mediatica o “istituzionale”.

Ma, l’irresistibile passatempo pruriginoso e immarcescibile di guardare attraverso il buco della serratura le mutande dell’ultima femmina o del penultimo femmino, le coltellate dell’ultimo serial killer, le fesserie degli ultimi politi-castri o castri politici, opinionisti, cerimonieri laicisti, ecc, resta intramontabile, proprio perché, evidentemente, tale passatempo è un derivato del mestiere più antico del mondo, che non finisce mai di fornire spunti e ricadute per la giornata del comune cittadino medio italiano – figlio legittimo di. A colpi non di metafore, ma a colpi di analogie.

Uma's Photo

Uma's photo, NY

Quindi, anche se abbiamo capito dove trovare una puttana vera, dobbiamo chiederci, anzitutto, dove trovare una vera puttana.

Quattro le opzioni – rispetto a cui il lettore non è detto sia costretto a scegliere: la possiamo trovare in Tv (cosa facile), nei giornali (facilissima), nella politica (luogo ideale dove il politico si fa esso stesso escort, vedi per esempio gli improvvisi cambi di fronte, l’incoerenza, la facile promessa più che il facile costume), nei tribunali (dove stanno anche le escort della politica).

Domandedico, qualsiasi problematica italiana diventa per forza, attraverso il pettegolezzo-psicofarmaco, alimento della pseudopolitica? E pensare che abbiamo l’esempio della vendita delle indulgenze. Ma occorrerebbe l’indulgenza, appunto, che però viene quasi sempre barattata con il buonismo.

Lo scopo di queste note non è quello di convincere il lettore che l’informazione all’italiana non è un derivato dell’industria farmaceutica né che il giornalista sia l’alter ego del farmacista.

Joan Mirò

Hirondelle d'amour, Joan Mirò

Non vogliamo bandire le fesserie, perché magari, prima o poi, riescono a andare oltre il j’accuse, oltre la denuncia e la demonizzazione, che, comunque, non raggiunge mai né l’oggetto che intende perseguire né il tempo che insegue attraverso la toppa delle serrature. Anche le fesserie hanno la chance di tradursi e di trasporsi nella parola, cioè di giungere alla scrittura. È ciò che fa la differenza fra parlare facile e parlare video, cioè parlare in una lingua diplomatica, per nulla scontata. Si preferisce girare continuamente in tondo cercando di isolare l’oggetto della demonizzazione (il veleno). E si suppone di potere passare il tempo in questo erotismo fra un’invidia e uno scandalo, per demonizzare e penalizzare il fare. Nell’abolizione della politica che è politica temporale, del fare. Questa è una forma molto speciale di razzismo, in totale assenza di materia linguistica, sostituita invece con gli ingredienti consueti e convenzionali: femmine, soldi, come segno della corruzione e segno del plagio, ecc. Politica: polis. Qual è la città dell’attuale politica italiana? Chi la abita?

Cosa fa il pettegolezzo, a parte non affrontare mai alcuna questione e tantomeno contribuire a “aprire un dibattito”? Che serva comunque a tenere in piedi il “sistema paese”, che serva a far rizzare il pil? Beh, è comunque una forma di indotto che, in ogni caso, qualcosa farà rizzare.

Tale pettegolezzo crea quotidianamente delle combine fra questi quattro poteri forti (una volta potevano chiamarsi istituzioni) dei quali possiamo ben immaginare le ricadute rovinose, non ultima quella di propinarci l’ennesima pietanza, politicamente corretta, della morale sociale. Del resto non possiamo neanche più permetterci di prendere in considerazione ciascuno di questi poteri forti isolatamente, e, presi nell’insieme, combinati fra loro, sono una miscela micidiale in grado di fare più danni di una bomba atomica.

Ci sarà, almeno entro la fine di questo secolo, qualcuno in grado di capire che la morale non potrà giungere mai all’etica, che la morale addirittura espunge l’etica attraverso le ideologie laiciste? E che il pettegolezzo non arriverà mai alla dignità del ragionamento, della proposta, dell’ipotesi?

Cosa ce ne facciamo di una brutta o di una buona notizia quando, alla fine dei giochi, si tratta sempre di un biglietto per lo spettacolo del conflitto sulle poltrone della politica?

Nessun elemento è da eliminare e anche per questo la logica che interviene nel gioco della comunicazione non può risolversi con quella delle competenze istituzionali e professionali, magari scambiando il prurito mediatico, la fame di notizie, con quell’appetenza, che invece è sempre una domanda (dare la mano) di qualità, di cifra.

Ma la spettacolarizzazione, esondata dagli argini delle competenze mediatiche, accampa diritti in ogni settore e in ogni ambito della vita dei cittadini, trasportando, attraverso l’elusione della questione culturale, le questioni di vita nella sfera di quel sociale che è in realtà una riduzione, un eufemismo di tutto quanto concerne il visibile, la visibilità, la tanto pretesa trasparenza, la mania oramai consolidata di appiattire e standardizzare tutto e tutti.

Ma cos’è questa onorata visibilità, una volta sbucciata/liberata dalla pruriginosa aura fatta di altisonanti pettegole sostanze, che variano fra il lugubre e il macabro, fra la becera volgarizzazione e la sarcastica idiozia nonché l’infame ludibrio che fa il paio con lo sciacallaggio necrofilo che serve sempre a ottenere, in rapida successione, la lista delle caricature a uso spettacolare? Domandedico: tutto ciò appartiene all’ordine del ricatto e del riscatto. Due istituti ben noti nella cosa pubblica, nella cosa politica.

Altrove, c’è dunque una “questione Italia”, intrigante, in cui, fra le altre cose, la libertà d’impresa è da anni in questione. Che cos’è questa libertà d’impresa? Libertà di dire, di fare, di scrivere, d’inventare, di giocare, di sperare, di riuscire. Tutte cose la cui dignità e il cui diritto non potremo mai riscontrare in una farmacia o in un giornale o in una tv.

Max Pechstein, MOMA

La danzatrice, Max Pechstein

La questione intellettuale: è lo stile stesso, aspetto della giustizia, non quella cercata nell’istituto della vendetta ma la giustizia assoluta. E se, “a un certo punto”, qualcuno, magari per sbaglio, si accorge di non avere più bisogno della stupidità, può voler dire che c’è l’analisi: ecco un altro modo di definire la giustizia.

Mentre intellettuale è lo stile; e l’intelletto è ciò che comporta il controsenso, e non certo il senso comune. L’intellettualità fa sì che qualcosa si scriva e non sia mai definitivamente scritto. In questo modo magari può succedere anche che il detto, il fatto, l’accaduto, invece di attribuirsi a un ipotetico accerchiamento della verità o al reale, anzi, al realismo, abbiano un’altra portata, non sostanziale, per via di trasposizione. L’appetenza di cui sopra, indica la domanda di qualità che non troviamo mai in occasione di capovolgimenti e ribaltoni. Ma, casomai, in occasione di qualcosa che si annuncia in assenza di sostanzialismo e di mentalismo.

TrentoQuindi, riprendiamo la questione principe, quella che ha aperto questo articolo: possiamo dire che, se la questione non diviene intellettuale, allora avviene la confisca della sessualità (sessualità, non erotismo) attraverso l’estensione del concetto di prostituzione. C’è qualcosa che induce ciascuno di noi a inventare, a fare senza soggetto, senza assoggettamento. Senza quell’assoggettamento che ci fa recitare a soggetto sempre la stessa tiritera: “tu dai a me perché io do a te”. “Ma anche se mi dai, poi ti frego lo stesso”. Tanto per dimostrare che non c’è mai reciprocità, che non può esistere patto sociale o politico. Dunque, solo dal patto intellettuale può derivare la società civile.

Do ut des. E invece no, non è detto che le cose funzionino sempre così. Non c’è soggetto responsabile o irresponsabile (legge), non c’è soggetto capace o incapace (etica). Qui fallisce il discorso morale, qui fallisce il discorso assistenziale. Non si possono risolvere le cose con la morale, se già finalizzare o strumentalizzare l’atto risulta impossibile, proprio quello stesso impossibile da cui risalta il vero che nessuno di noi può rappresentare, manipolare, esorcizzare.


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La banca dà spettacolo

Libro all'indice — Alessandro Taglioni | 01/07/2010

Riflessioni a margine del libro di Roberto Ruozi

di ARDENGO BALLA

Alla luce delle “crisi” recenti, il sistema – dato dall’intreccio fra banca, finanza, stato, e i suoi top manager – viene messo in discussione nei momenti storici in cui c’è bisogno di riformulare la “politica finanziaria” e di riciclare la rispettiva nomenclatura. Le grandi banche aiuterebbero le piccole banche (nel senso che le comprano) anche per non far fallire il tale governo o cose simili. Quindi, poi, l’“amministratore delegato” (presidente, manager) risolve le varie situazioni che si vengono a creare in nome dello stato sovrano, per il bene pubblico, per il bene del cittadino che, in questa catena alimentare, è l’ultimo, ma è il solo che ci rimette del suo. E giustamente s’incazza, perché improvvisamente deve fare sacrifici – oltre a quelli che già faceva – altrimenti il suo governo fallisce o, addirittura, l’Europa intera fallisce. Per non parlare della novità assoluta di dovere aiutare le banche stesse!

Ma leggiamo che la banca che era insolvente, nel giro di pochissimo tempo, e a crisi non ancora conclusa, può risultare – come è avvenuto in alcuni casi esposti nel volume – già in attivo al punto da poter chiedere la dismissione degli aiuti statali e intervenire in aiuto di qualche altra banca.

Perbacco. Di quali flussi si tratta allora? Di quale crisi, soprattutto, si tratta?

Nelle analisi finanziarie, generalmente, è arduo trovare una trattazione del termine valore. Perché non ci chiediamo – nell’ambito di una fiction fra banche, mercato, stato – qual è il valore? Forse perché il valore è sempre ritenuto sostanziale? Non è che, forse, il valore cui deve attingere la finanza, dovrebbe essere anzitutto culturale?

Una volta si distingueva fra valore nominale e valore effettivo, fra ciò che si dice e ciò che si fa, fra il privato e il pubblico. Ma, ha ancora senso fare queste distinzioni? La discussione intorno a cosa verte? Non intorno al valore ma alla sostanza, che si tratterebbe di salvare! Ma che cosa vogliamo salvare. E chi salva chi?

Assunzione da parte dello stato? Perché occorre l’intervento salvifico con il fondo statale? Lo stesso quesito si potrebbe porre in altri termini: perché il cittadino deve continuare a finanziare un’attività o un ente o un’industria, che magari altrove funziona meglio – al punto da sbarazzare la concorrenza di interi continenti (vedi, per es., il manifatturiero e la Cina) –, se la suddetta azienda non è in grado di capire da sé che è ora di chiudere o di riciclarsi? O, meglio, di riqualificarsi? L’impressione – del neofita – è quella che gli attori che andranno a concludere il ciclo di interventi salvifici, pur risanando questo e quel problema, si situeranno e interverranno allo stesso livello di quelli che hanno innescato il ciclo per aprirne un’altro.

Perché nessuno ha ancora scritto che il sistema finanziario-bancario è anzitutto un sistema di informazioni? Si tratta dell’informazja, del sistema delle informazioni, di un sistema che usa la cosiddetta comunicazione per creare pseudonotizie, in cui si tratta di flussi d’informazioni. Si badi bene, info, e non notizie, vere o false che siano. La questione dunque è quella di garantire al sistema la circolazione delle info, non dei valori o delle notizie. La info diventa la sostanza. Nient’altro che spam.

In questa assenza di valore, alias assenza di notizia, alias assenza di qualità quale è il fraintendimento?

Il sistema offre al mercato l’animale fantastico perfetto: lato server, viene venduto al cittadino un servizio che viene spacciato per un prodotto – ciò vale per ogni settore fra quelli più importanti – lato client, il cittadino contribuisce a costruire questo animale fantastico che è il mercato globale, in assenza di valorizzazione e in cui si inserirebbero – in occasione della crisi – ulteriori protagonisti, per esempio, la bad bank, pensata appositamente per far confluire tutto il peggio e tutto il tossico prodotto dai derivati.

Il sistema delle informazioni s’interfaccia con i due poli di questa animalizzazione, altrimenti non esisterebbe circolazione, e non è un caso se, per esempio, l’intercettazione telefonica, la surdeterminazione delle informazioni, l’esubero di spamming, e soprattutto il trash, hanno acquisito enorme rilievo nel sistema paese. Proprio perché garantiscono il pettegolezzo. Non occorre che vi sia notizia nel flusso informativo garantito dal sistema, perché il flusso stesso è spacciato come sostanza ineffabile, tant’è che qualsiasi cosa venga detta almeno da due giornali, acquisisce l’evidenza del fatto, diventa il fatto, secondo quel sostanzialismo che non ha niente a che fare con la cultura, l’arte, la civiltà.

Le sofferenze. “Sofferente”, così viene definito chi ha problemi con le banche; sofferenza sta per insolvenza. Ancora la logica binaria. E le banche hanno dimostrato in questi anni di essere più interessate dalla copertura che dall’apertura. Quella che oggi si chiama sofferenza ha lo scopo di ridefinire l’accesso, effettua la vigilanza urbana sul traffico bancario, compie un reset rispetto alla clientela. E la banca svolge sempre meglio il compito di controllore e sempre peggio quello di promotore di progetti nuovi, contribuendo sempre meno al nuovo nella società.

È così importante insistere e porre questioni di responsabilità o, meglio, di colpabilità, da snocciolare lungo la filiera finanziaria per introdurre nuove e giuste regolamentazioni quando, a monte, le questioni non sono mai poste in termini di valore?

Valore e cioè qualità. In questa fiction, non è sul tavolo la qualità del prodotto finanziario, ma la portata dopante, nei termini di euforia-disforia, del servizio finanziario.

Dalle ipotetiche regolamentazioni che vengono auspicate all’indomani delle crisi, passiamo alle reazioni da parte dei governi che sembra non possano fare altro che riproporre la tecnica dei sacchi di sabbia e delle trincee per creare argini all’effetto domino dello tsunami finanziario. Nella filiera finanziaria le tasse non possono che seguire la legge di gravità. Cioè tassare Rothschild vale a tassare ciascun cittadino, che – siccome è previdente – ha già pagato, ancora prima di nascere, per il salvataggio di una banca di là da venire. Il pizzo che deriva dall’effetto di questi flussi salvifici a chi sarà destinato? Forse ai governi, forse ai grandi gruppi, chissà…

Altra questione: il cosiddetto mercato. Cosa significa essere dentro o fuori dal mercato? Probabilmente significa anzitutto essere dentro o fuori dal flusso informativo del mercato. Se nel flusso finanziario esiste un’economia (di un’impresa, di uno stato, ecc.) che non rientra nello standard, allora viene detto e propagandato che non sta nel mercato. Salvo scoprire poi che un’economia, in un determinato arco di tempo, in un angolo sperduto del pianeta, ha prodotto grandi cose senza soggiacere al pil.

Si tratta del sommerso? No, si tratta del mercato non inserito nell’informazja.

Ergo: se un mercato non è informato, se un flusso non è informato, non esiste! Quindi potremmo ipotizzare tre tipi di mercato: quello informato (che funziona dentro il sistema standardizzato), quello non informato (che prova a funzionare nel sistema, ma non è standardizzato) e il fuori mercato (che apparentemente non funziona ma è portatore dei valori). Parodiando Friedrich L. G.Frege, il quale utilizza il termine Träger in un suo noto scritto, utilizziamo qui portatore, proprio al posto di trader, cioè colui che scambia i cosiddetti valori.

Il primo, predominante, vale per il sistema paese, quello che funziona secondo le regole del mercato informato; esso interviene sull’economia reale attraverso meccanismi speculativi che possono condurre a estreme e fantozziane conseguenze, del tipo iva sulle tasse e interessi su interessi o pagamenti in anticipo su operazioni bancarie.

In questo mercato informato il prodotto non è in realtà un prodotto, ma un servizio. Dunque, chi, per esempio, acquista un litro di benzina, che cosa acquista? In primis una tassa, e in secundis un servizio (o un disservizio, dipende). E chi acquista un computer, cosa acquista? Un servizio da aggiornarsi vita natural durante. In questa schiavitù circolare, c’è uno sbocco? E, cioè, possono essere ammesse le novità, la cultura e l’invenzione. Potranno, le banche, un giorno, finanziare i progetti inediti, non conformi a Basilea 2?

Vale qualcosa rispondere con quell’ideologia che ritiene, da un secolo a questa parte, che il mercato debba essere costituito da prodotti equi e solidali che devono circolare secondo giustizia? Vale forse rispondere con quell’altra ideologia che insiste non sulla mozzarella di bufala, ma sulla bufala della trasparenza dei prodotti? Prodotti tanto più trasparenti quanto più idioti per un servizio sempre meno intellettuale e senza cervello?

Teniamo ancora una volta il conto. Diecimila banche in città e forse dieci notizie sui quotidiani di un’intera settimana; oppure, diecimila negozi di abbigliamento e dieci librerie.

Alla luce di queste crisi, abbiamo capito come funzionano gli standard. L’irresponsabilità può avere il suo apice nella condotta dei top manager: non sanno assolutamente nulla di ciò che combina un qualsiasi loro sottoposto quando si tratta di caricarlo delle altrui responsabilità.

Se il tal giorno un cittadino non usa il telefono (non va in onda, non cavalca l’onda, non innesca il flusso), oppure non si reca allo sportello, può essere un problema. Non c’è circolazione. Si risolve la cosa mettendo in circolazione artificiosamente altre info che, nel bene e nel male, devono garantire una ripresa della circolazione. Si può arrivare così fino all’estrema ratio di effettuare un reset. Ecco una crisi, magari planetaria, magari interstellare, da risolvere facendo un bel reset oppure un bel reboot.

È così che il mercato si conferma globalmente burocratico, ma non intellettuale. Perché deve essere garantito sempre lo standard del flusso. Con questo standard qualcosa entra nel mercato e esce nella crisi, perché esige implicitamente un upgrade da parte dell’utente finale il quale, poraccio, ne ignora tutti i meccanismi. Se nel corso di questo flusso non avviene l’upgrade, rispetto a qualunque competenza nella catena dello standard, automaticamente quel ciclo specifico risulta fuori standard, cioè fuori mercato (in nome della purezza della razza). Cosa significa? Significa che il mancato upgrade prepara l’utente all’anticamera dell’inferno, fuori da quella contemporaneità che gli chiedeva la sostituzione del tempo con la relazione attraverso l’ennesimo aggiornamento dello standard. E la divisione qui non è temporale ma algebrica. Il risultato è la quintessenza della logica padrone/schiavo, cioè il digital devide.

Ancora una volta, dentro-fuori, come nella logica binaria. Questo è lo standard europeo, atlantico, mondiale: dentro-fuori dal mercato. Gli esperti non spiegano perché la competitività del mercato è solo una bufala, e gli esperti e gli osservatori seguono la stessa scia delle logiche dell’incompetenza. E cosa dicono della situazione? Ancora nessun valore all’orizzonte. Allora è il caso di chiedersi se il terziario avanzato non sia già materia esclusiva dei paesi emergenti, e forse occorre ammettere che l’Europa non ha nessuna chance rispetto al mercato dell’hardware (in senso lato), e dunque l’unica strada è inventarsi un nuovo mercato come fornitori di software (in senso lato) e come brainworkers.

E cos’è la manovra? È solo il solito reset che, per esempio, il governo USA compie con la necessaria e conseguente selezione. Quella banca o quel gruppo assicurativo lo salviamo e l’altro lo lasciamo fallire.

O, forse, specialmente in Italia, si utilizza la crisi per non rischiare più nel privato. Quindi le banche italiane d’ora in avanti finanzieranno chi? Finanzieranno e investiranno in opere edite o inedite? Diciamo edite. Forse Telecom, Fiat, Enel, Pirelli e simili? E l’imprenditore? E il cittadino? Le banche si tirano fuori dal privato autentico.

Cos’altro abbiamo imparato da questa crisi? Che l’economia e la finanza sono tossicodipendenti della borsa (senza valori). Se Superpippo giovedì 28 ha la febbre, la borsa crolla e, di conseguenza, i mercati perdono il loro vagone di zeri. Ma questa borsa era già senza zero e senza valore. Infatti, agganci con la produzione, l’impresa, l’artigianato? Macché. Mia cara borsa, donna (o uomo, per via delle pari opportunità), di facili costumi, che tira o non lo fa tirare… che tira giù e tira su, ma cosa combini?

E se i lacci della borsa si stringono? La stretta per chi vale? Lo stato guarderà al grande gruppo. Il dubbio? Che si approfitti della crisi globale per prepararsi a dare il peggio. Contro la libera impresa, contro la libera iniziativa, contro la cultura e l’arte, per avvantaggiarsi dello standard, quello solito, quello mediocre, quello facile, quello infernale.

Cosa può mai avvenire se la borsa è fuori di testa e se la finanza è impazzita, perché fa quello che vuole?

Forse le crisi non sono da abolire, forse suggeriscono che qualcuno, senza saperlo, si accorge del tempo. S’incrociano le varie problematiche, non tutto funziona, qualcosa cade, ma niente circola.

La stabilità sarebbe da garantire? Giammai. Perché il prezzo da pagare sarebbero provvedimenti di accantonamento e accentramento che chiuderanno il cerchio da parte di tutte le banche, comprese quelle che dichiarano che non si può speculare sul debito.

Accantoniamo il cervello e facciamo andare avanti la truppa di ragiunat che rifileranno le solite regole materne del tipo: non fare il passo più lungo…, ecc.

Ma, e, se la banca farà la banca? Torneremo con un’altra fiction: “me la vedo brutta, disse la marchesa…”.


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Monumento di Aldo Rossi. Monumenti a Milano, un disastro a tre piazze

Annotazioni, Libro all'indice — Alessandro Taglioni | 25/06/2010

Reportage di Pasquino Salvia

A volte, passeggiare per Milano è proprio dura.

Dura da digerire non soltanto perché, ormai, la ristorazione e il cibo che Milano offre ai travet, e non solo, che a pranzo si riversano nei bar, nei ristoranti, ecc, è ormai un cibo senza arte né parte, un cibo postmoderno, standard, cavato fuori dai barattoli di Andy Warhol.

Parliamo di urbanità e di monumenti, sfiorando appena, in questa sede, qualcosa che meriterebbe un capitolo a parte, e cioè la nuova edilizia nel centro di Milano.

Cose da bloccare la digestione per i prossimi mille anni. C’è gente che per costruire parcheggi sotterranei, in zone storiche del centro, rovina e butta interi siti archeologici, blocca e rende inagibili le vie suddette, fa scappare inquilini dalle proprie case per il rumore assordante e altri generi d’inquinamento, e per i continui incidenti: una volta la scavatrice trancia le condutture elettriche e tutta la strada resta senza luce, un’altra rompe le tubature del gas e la via viene evacuata. Personaggi che si appropriano quasi interamente di strade e piazze e eseguono lavori che si protraggono per anni e anni, esentati da ogni competenza e regola conservativa, da ogni tempistica sui lavori, obbligo sull’uso dei materiali appropriati e soprattutto esentati da ogni considerazione per l’ambiente circostante. Per non parlare poi dell’ormai terrificante costume di fare finta di restaurare – quando si “ristrutturano” palazzi storici e antichi – lasciando in piedi soltanto le facciate e i muri perimetrali, manco fossero cadute le bombe della seconda guerra mondiale.

Base della colonna di San Marco (San Babila)

Deve essere accaduto qualcosa di brutto nell’amministrazione comunale (posto che si possa attribuirle una qualche responsabilità), all’incirca verso la fine dell’Ottocento, spartiacque a cavallo dei due secoli, perché è avvenuto un radicale cambiamento di rotta nella gestione dei monumenti. Come mai?

Alessandro Manzoni, opera di Francesco Barzaghi

Fino al termine dell’Ottocento, si è trattato di accogliere nella città – cito solo alcuni fra gli esempi i più belli – il bronzo di Alessandro Manzoni in piazza San Fedele, opera di Francesco Barzaghi (1883), il bronzo di Cavour di Odoardo Tabacchi, il monumento alle cinque giornate inaugurato nel 1895, di Giuseppe Grandi, e ancora il bronzo di Hayez inaugurato nel 1890 in piazzetta Brera, il Giuseppe Verdi di Enrico Butti in piazza Buonarroti, e infine il sciôr Carera, di corso Vittorio Emanuele, che è una scultura romana di età imperiale, collocata giustamente sotto i portici.

Pinocchio, opera di Attilio Fagiol

Quanto a opere degli anni successivi, citiamo alcune rare eccezioni: il bronzo di piazza Meda (Arnaldo Pomodoro), la scultura di Mirò in via Senato, e il povero e bistrattato Pinocchio di corso Indipendenza, opera di Attilio Fagioli. E ancora: i Bagni misteriosi di De Chirico (autore che, quanto a scelta di materiali e fabbricazione di pigmenti, la sapeva lunghissima), nel giardino della Triennale al parco Sempione.

Tutto ciò costituisce l’eccezione di questa città, ciò che, incredibilmente, non è stato ancora tolto o sostituito.

Bagni misteriosi, opera di Giorgio De Chirico

Ma, cosa accade dunque agli esperti della cosa pubblica a partire dal primo Novecento? Sono stati mal consigliati? Non sono andati a scuola? Problemi dovuti alle due guerre?

Certo, scolpire la pietra, e modellare per la successiva fusione a cera persa, è ormai da stupidi e cosa un po’ démodé. Ma, come vedremo più avanti, le ripetute dismissioni delle tecniche più autorevoli, – avvenute in ambito monumentale e non solo – che hanno folgorato e attraversato quasi tutto il 900, hanno consegnato a questo secolo anche alcuni aspetti positivi.

La cosa migliore da fare, per ragionare un po’ sullo stato dell’arte (urbanistica e monumentale), sarebbe chiedere agli autori sopra citati – gli ottocentisti – un parere su due o tre opere contemporanee, sia in merito alla loro collocazione sia in merito alla loro fattura. Cosa ne direbbe Hayez?

Sciôr Carera

Ci piacerebbe anche chiedere un parere a qualche esperto e consulente, una “terza parte”. Ma a chi: a uno “scultore”  contemporaneo? A un architetto? A un giurista? A un massmediatico? A un architetto sarebbe impossibile per via del conflitto di interessi, visto che, nel caso di Milano, gli architetti sono fra i protagonisti delle attuali installazioni monumentali. Consideriamo, per esempio, Aldo Rossi, architetto famosissimo, rinomato, riconosciuto, ecc. Tanto importante che mi chiedo come abbia permesso – visto che pare fosse “uno dei partecipanti più attivi al fervente dibattito culturale” – lo scempio dell’edilizia italiana del dopoguerra e del postdopoguerra. Risposta: evidentemente pensava soltanto ai “casi suoi”, cioè, volevo dire, alle case sue.

Non parliamo di scultura o di bronzo. Parliamo per esempio di via Croce rossa, dove c’è un cubo che sa tanto di cubineseria, un postmoderno in cemento armato ricoperto di marmo. Un vero cesso per animali a due e quattro zampe, molto apprezzato anche dai piccioni, che lo utilizzano persino come trampolino per insediarsi nei bar vicini. Un cesso vero, mantenuto con il supporto di algide vecchiette che vi scaricano pagnotte, molliche e latticini.

Un cesso che neppure un geometra, laureato alla scuola per corrispondenza, avrebbe potuto piazzare lì, in quel luogo, con quelle dimensioni, andando a occludere l’incrocio fra due vie importanti, ingombrando buona parte della piazza e ostruendo la visuale, oltre che il passo.

Monumento di Aldo Rossi

Abbiamo saputo che Pertini è incazzato nero. E lo sarebbe ciascuno di noi se ci dedicassero un tale affare, con tanto di targa. E pure brutto, anche se ben piastrellato. Comunque, gli architetti, è notorio, non sono propriamente degli scultori e non sono propriamente nemmeno dei geometri. Siamo tutti in attesa di sapere che cosa siano propriamente: possiamo forse chiamarli a consulto, dato che, a Milano, l’edilizia del centro storico è diventata eticamente incompatibile e lontana anche da quel banalissimo buon gusto, che è ora soltanto un ricordo ottocentesco? Forse possiamo scusarli, questi architetti, se non sanno disegnare, se non sanno dipingere né progettare e se non sanno neppure disporre di un pizzico di sale in zucca, finché si tratta di dare un consiglio su questa o quella collocazione. Magari ci smentissero e alla grande.

Ma pare che qualcuno provvederà a mettere le cose a posto. Ironia della sorte (o meglio sorte senza ironia): pare che gli esperti stiano confabulando per sostituire la tanto vituperata cubineseria con che cosa? Con un altro cubo, differente, e, com’è ovvio, la cosa verrà “corretta politicamente”.

Ma, guardiamo il lato positivo. La manutenzione che, in genere, per queste cose sarebbe straordinaria, diventa ordinaria. Ragazzi, sta cosa crea un indotto da far paura, stuoli di lavoratori, precari e non, ringraziano.

Ago e filo, opera di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen

Cambiamo piazza: e, ancora, non parliamo di scultura o di fusione a cera persa. Siamo sempre a Milano centro, in piazzale Cadorna. Passiamo da una cubineseria a una rubinetteria. Si tratta dell’ago e filo, opera di Claes Oldenburg e di sua moglie, Coosje van Bruggen – noti fautori del populismo in “arte”. Populismo, cioè il naive, che, esteticamente, richiama la concettualità gastrica, nonché un antropomorfismo sotterraneo e intestino. L’architetto responsabile del restyling di tutta la piazza avrebbe dichiarato che tale opera è totalmente dedicata alla Milano simbolo della moda nel mondo.

Gli italiani sono contentissimi di sapere che la moda si merita un monumento, anche perché, a parte gli spaghetti e un paio di Ferrari, fra un tiro in porta e l’altro, non credo che esportino più un gran che. Ma sono fiduciosi: verrà un giorno in cui l’Italia esporterà un po’ di intelligenza senza privarsi di quei “cervelli” che, a restare in Italia, non ci pensano proprio.

Ago e filo, opera di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen

Ragazzi, non vi posso riferire la battuta di un povero pendolare, dopo due ore di treno sui pochi chilometri della tratta Seveso-Milano, in una fredda mattina invernale, quando, arrivato in stazione, si è trovato davanti questo aggeggio bonariamente chiamato “ago e filo”. In realtà, sono due grossi tubi infilati malamente nella piazza che, da qualunque parte li si guardi, risultano sproporzionati, minacciosi, inverosimili, in tutta la loro poco augusta e realistica enfasi postcomunista e postconcettuale che fa il paio con tutto il restyling urbano della piazza. Un noto performer di cui non facciamo il nome per non fargli pubblicità (forse Maurizio Cattelan?), potrebbe essere tentato di qualificare questa accoppiata nel suo splendido idioma: “Ciò! I xe buseta e boton”. Intellettualmente, culturalmente e artisticamente inutile quanto esteticamente improbabile, nonché realizzato per dare adito a tutte le economie possibili in merito ai materiali di costruzione, tale arredo urbano contribuisce solo alla ridicolizzazione della piazza.

Ma, guardiamo il lato positivo. La manutenzione, che, in genere, per queste cose sarebbe straordinaria, diventa ordinaria. Ragazzi, sta cosa crea un indotto da far paura, stuoli di lavoratori, precari e non, ringraziano.

arredo urbano di piazza Cadorna

Cambiamo piazza, sempre nella centralissima Milano, e ancora non parliamo di scultura o di bronzo. Per onestà di cronaca, dovremmo aspettare la sistemazione e l’installazione di tale opera, prima di parlarne, ma dato che l’abbiamo già vista… Opera, prima bocciata e poi annunciata, così dicono, che dovrebbe essere realizzata dall’esimio performer di cui sopra (esimio anche se ancora non capiamo quali siano i suoi meriti, a parte copiare molto bene le opere di John De Andrea, Duane Hanson, George Segal). L’esimio ha pensato bene di generare l’ennesimo insulto non in forma di beau geste, ma di gesto totalmente popolare e purista, concettuale, scontato e inequivocabile, a detta sua “contro le ideologie”. Tanto che l’amministratore di turno nella giustificazione della sua pubblica benedizione confonde l’ironia con il sarcasmo, vale a dire il popolarissimo fottiti o vaffa, con un messaggio subliminale o con una specie di pubblicità occulta.

Motorcycle Accident, 1967, opera di Duane Hanson

In linea con l’ideologia americana – che gli tributa in modo indiretto e diretto gli onori del mercato, in virtù di un ipotetico passaggio del testimone fra la pop art e il suddetto esimio – egli avanza pretese antideologiche, cavandosela con un vaffa. Bravo! Geniale. Rispondere alle ideologie con un’altra ideologia o con la mediocrità e l’insulto è davvero geniale. Come dire… chiodo scaccia chiodo o muoia Sansone…?

Ma, forse non si tratta di buttare via le installazioni sopra elencate ma soltanto di ricollocarle. Così, per esempio, il cubo di Rossi potremmo spostarlo in piazzale Lagosta, al posto del mercato comunale; potremmo poi aprirlo all’interno in modo da utilizzarlo come rifugio per i senza tetto (così risolviamo anche il problema di quelli che vanno sempre a lavarsi nella fontana di via Romagnosi). Data la conformazione del cubo, il suo particolare disegno, si può approfittarne per dedicarlo “alle vittime, cioè agli eroi, di tutte le scalate sociali”. È perfetto per questo scopo. Al suo posto, in via Croce Rossa, potremmo collocare il monumento a Pinocchio: date le sue dimensioni, oltre a non invadere la piazza, sarebbe l’unica occasione per i milanesi per accorgersi di una produzione che non sia solo quella del fashion (non la chiamiamo nemmeno più moda), che oggi occupa le strade al 100%. Ma anche occasione per la moltitudine di turisti che passano di lì, di apprezzare qualcosa della cultura italiana, qualcosa che non sia appunto la solita e ubiqua vetrina di stracci e controstracci.

L’ago e filo, invece, potrebbe costituirsi (anche tramite una apposita targa commemorativa) quale simbolo della continua lotta contro le avversità e le intemperie, naturali, civili, che affliggono il cittadino italiano, quale simbolo dell’attualissimo e sempiterno tentativo di ricucire i rapporti fra il popolo e la classe politica e magari collocare l’opera nella non lontanissima stazione Bovisa, badando bene a situare i due elementi che la compongono ai due estremi opposti dei binari ferroviari (anche in questo caso, cucitura simbolicamente rilevante).

Per quanto riguarda invece la dedica a Pertini, si può salvare la targa che sta nel cubo, commissionare che so, per esempio, una pipa in scala 100:1 a un qualche artista pop di grido, intitolarlo Ceci n’est pas un Pertini, e collocarla in largo Donegani al posto o vicino all’attuale fontana (o l’hanno già tolta?).

Infine, per quanto riguarda il vaffa dell’esimio sopra citato, possiamo proporre addirittura tre opzioni: in prima istanza si potrebbe posizionarlo, non all’entrata del palazzo della borsa, ma al casello di Melegnano (accesso sud di Milano), quindi risulterebbe un vaffa per tutti i poveri automobilisti che si apprestano a entrare in città. Detto questo, per offrire la possibilità al nostro di guadagnare qualcosina di più, potremmo anche proporre la realizzazione del vaffa in una tiratura di 3/3 esemplari, e piazzare i multipli anche al casello di Milano est e al casello di Milano Ovest.

Oppure, non sottovaluterei l’ipotesi di posizionarli nei più importanti valichi del nord Italia: il confine di Tarvisio o del Sempione o della ex Jugoslavia, per esempio. Sempre a mo’ di buon auspicio.

Ma, il sito in assoluto meglio trovato, politicamente rappresentativo e di sicura riuscita mediatica, sarebbe un’isola artificiale creata appositamente a pochi metri dall’attracco delle navi più importanti – il porto di Genova oppure di Venezia (magari, di fronte a piazza San Marco), Napoli, o Lampedusa. A chi dedicarlo? Ma, alla perenne memoria dell’immigrato clandestino. Non dimenticando di produrre il vaffa in un unico esemplare in dimensioni colossali, stile statua della libertà.

Qual è il suggerimento che possiamo trarre da questi brevi esempi? Quale l’indicazione? Ci rendiamo conto che la questione è anzitutto culturale e che, forse, un’ipotesi artistica non comporta soltanto tradizione, ma trasmissione e memoria. È importante intendere, per ciascuno di noi – amministratore, artista, imprenditore, turista – che non si può mai tralasciare nulla, buttare nulla, cancellare nulla, togliere la stratificazione. Insomma c’è una traccia, decisiva, che ci suggerisce un’ipotesi: non togliere il tempo con il suo giudizio e il fare che del tempo si nutre, non togliere la memoria, sostituendoli con il ricordo di qualcosa di temporaneo o di contemporaneo.

Se un manufatto è stato realizzato in ferro piuttosto che in resina o in cemento, sarà il tempo a deciderne l’esistenza, il merito, il valore, l’importanza o, come si dice oggi, la durata. Tale manufatto in ferro o in plastica potrà “costituire un valore” per dieci, cinquant’anni al massimo, poi scomparirà nel nulla, e ciò non ci sconforta più di tanto. Ma se l’uomo si mette al posto del tempo e incomincia a togliere e cancellare opere fittili, in mattoni, in pietra; a cancellare stucchi, rimuovere tracce di decorazioni da architetture, smantellare vecchie malte e antichi solai; a restaurare stravolgendo gli stilemi costruttivi e sostituendo materiali originari, e ridefinendo totalmente i volumi, in pratica svuotando gli edifici storici, ciò significa soltanto distruzione.

L’indicazione è semplice. Prima regola, non inseguire mai la standardizzazione in nessun settore e in nessuna esperienza di lavoro e di vita. Seconda regola, non si tratta di non fare il parcheggio, ma il parcheggio non può cancellare la città che c’è nella città (lo strato). C’è sempre, nelle città italiane, qualcosa che erroneamente viene definito “sito archeologico”. Ciascun angolo di città è un dettaglio di architettura, è un sito. Perché cancellarlo? L’albergo tal dei tali si può fare tenendo conto del contesto, delle persone, degli strati, e non come se cadesse una bomba della seconda guerra mondiale all’interno dell’edificio. Terza regola, le contemporanee esercitazioni pseudomonumentali non vanno abolite (per fortuna sono di plastica o in cemento e quindi ci lasceranno presto), ma è meglio che stiano nei siti appropriati (la biennale, la triennale, la quadriennale, la quinquennale, la Bicocca, gli ex-macello, gli stadi, i quartieri a luci rosse, ecc), in particolare in quei luoghi che necessitano di – come si dice oggi – riqualificazione: le autostrade, le zone dismesse, le stazioni di servizio, i quartieri dormitorio, le baraccopoli.

Ma, teniamo anche presente che, non ultimo e non meno importante, tra gli ambiti in cui intervenire, è essenziale quell’arredo delle banche e degli enti pubblici, che ne hanno tanto bisogno (quegli edifici bancari che, non proprio dall’oggi al domani, sono diventati simili a ospedali da campo). In questo senso, propongo di rubare la tecnica usata nelle nostre chiese, che, fra l’altro, funziona da millenni, l’obolo-candela, e usarla davanti agli sportelli delle banche: un obolo per la riqualificazione della tua banca. Ma, stiamo attenti, invece della candela potrebbero farci accendere un mutuo.


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Che macelleria, quella del Che

Libro all'indice — Alessandro Taglioni | 10/02/2010


PEDRO CORZO, CHE GUEVARA, MISSIONARIO DI VIOLENZA (Spirali)

Un libro importante, da leggere tutto in una giornata. Consigliato soprattutto a qualche ignaro che osi ancora indossare la Tshirt con l’immagine del Che, oppure consigliato a chi non ha mai letto ancora nulla fra gli scritti degli esuli cubani che sono pubblicati anche in Italia.

Dall’introduzione di C. Carralero: “Poco potranno fare i difensori del castrismo e del guevarismo, nel loro affanno per negare l’evidenza… perché non si tratta niente più e niente meno che delle testimonianze delle vittime, dei loro familiari e di persone che dovettero subire l’arroganza e l’intolleranza del Che…”.

“Guevara ha pagato per il dispotismo e per la spietatezza mostrati di fronte a cubani innocenti, fatti fucilare senza pietà sulla Sierra Maestra, nella prigione della Cabana e in altri luoghi”.

Il libro è scritto da Pedro Corzo, direttore dell’Instituto de la Memoria Historica Cubana contra el Totalitarismo. Si tratta della raccolta di tutte le interviste che l’Autore aveva realizzato insieme con Luis Guardia per il documentario Guevara: anatomia de un mito. Una documentazione dettagliatissima, circostanziata tratta dalle testimonianze dirette degli anni che vanno dalla preparazione della rivoluzione fino al rovesciamento del governo di Batista. Nulla di quanto è qui riportato è mai stato reso finora di dominio pubblico, se non in pochi altri scritti, assolutamente lontani dagli scaffali delle librerie italiane, dove sarebbe sicuramente impossibile trovare libri come questo, in cui è scritto per esempio che il vero autore del diario del Che in Bolivia è Fidel Castro, oppure che, prima di rovesciare il governo di Batista, la banda di Fidel e del Che dovette imbastire una guerra civile fra diversi fronti di guerriglia e sopprimere i suoi stessi compagni rivoluzionari. Per non parlare delle carneficine, delle esecuzioni sommarie “cinesi”, a migliaia e migliaia, e dei soprusi, nonché dei tantissimi fiaschi e controfiaschi nelle improvvisatissime imprese militari del Che.


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