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L’altro tempo di Adolfo Wildt

Libro sul tavolo, Recensioni — Alessandro Taglioni | 07/04/2012

Adolfo Wildt (1868-1931)

Forlì, 11 marzo 2012

Bella e importante mostra, ricca di paragoni e riferimenti, talvolta calzanti, talvolta conformisti e bislacchi. Azzeccata la dualità Wildt-Bambaia. Un avvio interessante della mostra, che ci fa pregustare un bel  tour in compagnia dei nostri quattrocentisti del Norditalia. Forse il merletto in pietra costituito da questa somma opera di Bambaia annota che si può andare anche oltre Wildt. Tale opera annulla qualsiasi concetto di alto/bassorilievo e vale da solo l’intera visita forlivese. Opera straordinaria d’intarsio più che di scultura, tanto romanica quanto rinascimentale, elaborata in una tessitura di Damasco che ci introduce a temi che in altro modo verranno esplorati da Wildt: la pluridimensionalità, il labirinto, e l’eventualità di ottenere infinite dimensioni con la materia della scultura.

Vir temporis acti è il titolo dell’opera forse più appariscente in mostra, ma ascoltando i richiami offerti dall’Autore, il titolo assurge a motto dell’intero suo testo scultoreo. Ne emerge, in maniera solenne, sontuosa, eminente, insostanziale, il marmo. Materia straordinaria per virtù luministiche, coloristiche, sensibili e ipersensibili. Il marmo è il “padrone” assoluto di Wildt. Wildt è autore attento ai precursori, ma il suo Vir temporis acti, dalle infinite smorfie, non è propriamente avvicinabile al Sant’Antonio del Tura presente in mostra. Questo Vir, umano, rappresenta forse il dolore? Nella sua nudità speciale, ci avvia a una attenta lettura, come succede anche con altre sue opere, a partire dallo sguardo, che Wildt ottiene dal marmo con l’effetto di sottrazione in concavo. In seguito, e man mano, ci conduce verso una esplorazione vivissima e limpida dell’inumano, con la stranianza della posa e con l’esagerazione ricorrente, tali da suggerire l’astrazione, e così conclude, con capezzoli a forma di fiore etrusco, elemento del frivolo.

Ma occorre riflettere sulle basi. Le fondamenta di Wildt si costituiscono in una dualità ben precisa: l’opera classica del precursore e la preponderanza della materia fittile, da cui debordano le patine dei suoi marmi, che nella loro vita estrema, copiosa e varia, rendono vivente la superficie. Sono patine pellicolari, filmiche, decisive. Le varie mani di lucidatura fatta a polvere valgono la pergamena eterna del supporto scritturale. Quale scrittura? Quella dell’inchiostro scalpellare, quella che l’Autore rende attraverso la sua particolare esagerazione, fra la luce e il buio estremo, quasi cercando lo sguardo. L’emissione dell’avorio che contrasta variamente con le notti labirintiche degli orifizi orbitali e acustici. Fino al labirintico e leggero Orecchio, che è già ben avanti nell’astrazione, fino a superare qualcosa che avviene dopo di lui, doppiando il suo più famoso allievo astrattista Lucio Fontana. E qui è già l’invenzione astratta.

Seguendo la carrellata nella sala principale, troviamo anche il Prigione barocco, troviamo una bella interpretazione del Giano bifronte, Carattere fiero, anima gentile, del 1912, con il vezzo di una leggera doratura.

Ma al di là delle mitologie, si pone una questione non da poco: Wildt è forse l’ultimo milanese, nonché l’ultimo italiano, fra i veri ritrattisti che operano con la vera materia originaria. Addirittura fra gli ultimi che riusciranno a scrivere qualcosa intorno al tema solenne del martirio.

Martirio: in quest’opera che data 1895, la martire è una giovane ragazza con fazzoletto. È un ritratto eccelso e gentile, con dedica incisa: Martirologio. Elogio di sobrietà, solennità e umiltà. Così avviene pure con la serie delle vedove, che esemplificano l’humilitas borromeiana, tanto per rimanere milanesi.

Banale invece la scelta di accostare Wildt a Casorati, con il suo manierismo metafisico. In Wildt non c’è alcuna metafisica e tanto meno avanguardismo. L’orecchio, e così molte altre sue opere, sono sulla via di una specialissima astrazione che non tiene conto del tempo presente ma dell’altro tempo. L’Autore si trova in questo altro tempo, al ritmo di battere e levare, a partire dalla tecnica dall’intreccio o forse dalla traccia antica, risonante, che elabora una sua particolare accezione di ecografia.

Oltre, la tavola di Crivelli, presente in mostra, Madonna della passione del 455-60, è una tempera 48×71. Madonna archeggiata da una corona di frutta, con particolari fiamminghi: opera di rilievo. La Mater purissima di W. non c’entra granché con Crivelli, nonostante la trovata o l’effetto speciale di una aureola che si solleva dal fondale su un volto staccato in altorilievo. Le sue madonne, variamente presenti in mostra, forse sono le produzioni che più danno l’adito a un certo manierismo. Ma invece i ritratti sono di materia vera.

Troviamo poi un tardo Bergognone, una Madonna con bambino (del 512)?, forse ritoccata; nello sfondo riquadrato, un santuario e la sua isola, con la bella madonna che porge il velo. Qui c’è ancora traccia della solennità che sarà in lutto dopo il 400 e per sempre. Al piede dell’opera la conclusione: da una parte il libro, dall’altra il frutto.

L’impostazione di W.: frontalità e multidimensionalità. La lettura deve avvenire su tre facce: la postura restituisce più dimensioni, come nell’esempio del ritratto di Grubicy. Quindi W. intende argomentare la prospettiva con il solo argomentare una particolare postura nel ritratto. Sempre esagerando, come nell’esempio di Toscanini. I ritratti sono emblemi? I suoi straordinari ritratti fanno in tempo a sbocciare con dettagli e i marginalia dell’intreccio: catene, volute, anfratti, quali corollari del labirinto: verso l’astrazione, e vedremo poi quale.

Piove inaspettato in questa occasione il Sant’Antonio di Cosme Tura. Regale e in avvicinamento. In quest’opera, avvenente, nel senso che ci restituisce l’istante dell’avvenimento, si tratta dell’emergenza del tempo. Con una certezza. Il santo si sta dirigendo proprio verso noi lettori, proprio nella nostra direzione. Alle spalle di Antonio il mare, forse Adriatico; colori acidi, acuti, veste-saio robusta, scultorea in bellissima terra di Siena. L’incalzare del suo passo è quello che abbiamo intravisto fra gli uomini delle nostre colline adriatiche, leggero, deciso e inquieto. Il passo e il piede del tempo. E poi il volto: indescrivibile e intraducibile nella lingua di oggi, con la sua quantità di grinze e di smorfie che poco hanno di umano e molto hanno invece della piega. In questo straordinario ritratto di Antonio, il giglio e il libro concludono la nostra lettura e costituiscono quasi un punto di distrazione ma anche di sollievo rispetto all’assenza di ritratto che è seguita con le avanguardie.

Il Pio XI del Vaticano, titanico, del 1926, sembra ispirato a qualche antica macchina d’altare, o forse no. Più un marchingegno da paese dei balocchi, artificioso, che però rende bene l’idea del ritratto di qualcosa che va oltre l’uomo e oltre lo stesso papa. Che si tratti del tentativo di ritrarre la chiesa tout court?

Mentre il ritratto di Ferrarin è un fronte-retro particolare, ancora la dualità: la parte del concavo è astratta, con bella doratura, con effetto di tridimensione sbrecciata. Opera moderna, tranciata (questa è una resa del taglio che l’Autore riprende in altre opere e in altre fogge). La parte convessa ha l’occhio in sottrazione, e sottrae lo sguardo del lettore. Vale da punto di fuga prospettico per l’intero ritratto. Come avviene, forse per rimanere in tema, nel caso dell’opera Santa Lucia.

Poi c’è un San Francesco nelle due versioni in marmo e bronzo. Nel marmo, l’occhio destro prende luce dalla tempia destra, che fa a sua volta accendere la materia dell’incavo dell’occhio, così da ottenere un effetto carnale e pellicolare, con tanto di tramatura venosa grazie alla materia marmorea. È un san Francesco elegante, il minimo che possiamo dire, con la sua piccola aureola in metallo, miniata per via della giusta dimensione (1926).

Infine Il puro folle. Che possiamo anche dire parfallo o più noto come Parsifal. Un senza fallo oppure un Pare che si falli? Precisione e perfezione di un tema: un piede in una direzione, la gamba in un’altra direzione, l’uno in sù, l’altra in giù. Il corpo si muove in svariati sensi. il sesso di questa figura apparentemente umana, apparentemente maschile, risulta assente, quindi puro. Mentre il volto è quello dello stupore: ritratto perfetto!

Il grande libro di Wildt, in breve, si attiene al sacro, “anche troppo”. Non a caso si tratta soprattutto della ritrattistica di santi cattolici e santi laici, papi, madonne e artisti. Niente sessismo, niente rappresentazioni di facili scabrosità, tette, culi e via discorrendo. Artista degno. Cosa ci suggerisce W. ancora? Che il cosiddetto simbolismo sarà trapiantato pienamente nel 900 con l’arte concettuale, ma questo ci importa meno. Ci importa invece che nei suoi disegni l’albero sia quello dell’astrazione e che diventi l’astro, quell’astro che, il curatore della mostra, avvicina, a giusto titolo, a un’hydria con il suo bel fiore attico e in qualche modo etrusco.

Per W. esiste l’albero dell’astrazione che ha intitolato alla musica e alla poesia, niente di più semplice e assoluto, di fine e intelligente. Ecco un maestro che trova anche il tempo, in uno dei disegni successivi, di sottolineare la distinzione fra religione e fede.


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Io vi parlo di libertà

Libro sullo scaffale, Note di lettura — Alessandro Taglioni | 31/07/2011

di Gianna Nobile

L’esperienza del presidente di uno stato dell’area caucasica, all’indomani di un conflitto inaspettato. Mikheil Saakasvili, presidente georgiano, in “Io vi parlo di libertà” (Spirali, 2009), risponde apertamente e in modo dettagliato alle domande di Raphael Glucksmann, figlio del famoso filosofo francese André Glucksmann.

Vengono esplorate alcune questioni legate al difficile assetto degli stati nati dall’ex Unione Sovietica come l’acuirsi delle tensioni nazionalistiche, la difficoltà ad uscire da una mentalità statalista, il contributo dell’Occidente per l’affermarsi della democrazia e di un’economia liberista. Questioni fondamentali sia per la Russia sia per quegli stati da poco divenuti indipendenti e su cui la “grande madre Russia”, stando a Saakasvili, intende esercitare un controllo. Alla crisi russo georgiana dell’agosto 2008 è dedicato l’intero primo capitolo, in cui il presidente di Tbilisi racconta la sua versione dei fatti: quella georgiana è stata la risposta a una pretesa di controllo dei confini con l’Ossezia, e non un attacco, come invece è stato diffuso dai media russi.

In questo libro c’è la traversata intellettuale e di vita di Saakashvili: la prima formazione scolastica avvenuta durante il regime sovietico, l’educazione familiare in cui sono emersi molti riferimenti alla cultura occidentale e ai valori della libertà, l’interesse crescente verso il mondo occidentale e verso il liberalismo fino al soggiorno per motivi di studio all’Aia, a Strasburgo e negli Stai Uniti. In questo contesto avviene l’ incontro e il matrimonio con Sandra, la moglie olandese, poi l’inizio e la prosecuzione dell’avventura a capo del governo georgiano.

La conoscenza di questi elementi e la generosità con cui l’autore ne parla danno un inedito punto di vista su Saakasvili e al suo contributo per lo sviluppo della democrazia in Georgia, e oltre come ipotesi per tutti gli stati che hanno vissuto e vivono sotto regimi totalitari. E’ significativo il titolo dato a questa lunga e articolata intervista : “Io vi parlo di libertà”. Un uomo nato e cresciuto in Unione Sovietica parla di libertà, e con il significate “io” rafforzato nel titolo, muove una provocazione rispetto alle strutture totalitarie appartenenti all’ex regime sovietico, in cui è cresciuto.

È interessante il modo in cui il Presidente georgiano descrive il movimento rivoluzionario in Georgia e che ha portato alle dimissioni di Sevardnadze nel 2003. Saakashvili racconta di aver preso parte a quel governo nel 1995, quando ancora credeva possibile una transizione graduale dal sistema postsovietico a una società democratica e liberale. Poi, accorgendosi che gli intrecci con il sistema di privilegi e corruzione non era stato per nulla intaccato, capisce che per il suo Paese è assolutamente necessario cambiare le regole su cui si era basata fino ad allora la politica nazionale. Ne segue un movimento rivoluzionario, la “Rivoluzione delle rose” così chiamato perché prima di occupare il Parlamento i manifestanti hanno regalato una rosa alle attiviste, a sottolinearne il carattere pacifico. Saakashvili parla dei rivoluzionari come di persone che si sono riappropriate della loro dignità e che hanno acquisito una forma di autodisciplina: le sedi occupate non sono state minimamente saccheggiate e, durante le occupazioni, la priorità è stata costruire progetti per il futuro senza alcuna rivendicazione rispetto al passato. Glucksmann nota che la maggior parte dei sostenitori di Saakashvili all’epoca della rivoluzione appartengono ai ceti più poveri, pur essendo lui un deciso promotore del liberalismo. Non solo, la dura opposizione creatasi successivamente è composta da persone appartenenti agli strati sociali più alti. Questo si spiega, secondo il Saakashvili, con il fatto che la classe borghese, composta in larga parte da ricchi funzionari, vede nelle sue scelte politiche un pericolo per i propri privilegi. L’impegno di Saakashvili è volto ad instaurare nuove regole per scardinare il sistema di privilegi e corruzione su cui si basava anche il governo post sovietico di Sevardnadze, condizione necessaria secondo lui per instaurare la democrazia ed un’economia basata sul liberalismo: “Il liberalismo rappresenta un formidabile strumento egualitario, mette in questione le posizioni acquisite, le rendite e le tradizioni. Secondo me è la filosofia politica più sovversiva e il migliore fattore di aggiustamento di rapporti economici, sociali, culturali e quindi politici”. (pag.120) Questa la vera rivoluzione che Saakashvili racconta nel libro: l’applicazione di tali principi a una società di casta come quella postsovietica. E rispetto alla questione della forte opposizione che lo ha portato a dimettersi nel 2008 per poi essere rieletto con una netta maggioranza, Saakashvili risponde che molto dello scontento nel suo Paese è derivato dalla difficoltà di introdurre in tempi rapidi le trasformazioni economiche e sociali attese. E ancora, ribadisce con forza che l’essenza e la garanzia della democrazia è data proprio dall’esistenza di un’opposizione che possa esprimere in modo libero il proprio dissenso e che avanzi nuove ipotesi pragmatiche.

Un appello, quello di Saakashvili, che sottolinea come la Georgia sia europea per storia e tradizioni. Il compito, che lui ritiene di dover assolvere per chi lo seguirà nella direzione del Paese, è di trasmettere uno stato stabile e indipendente che sia in grado di ancorare definitivamente la Georgia allo spazio democratico occidentale.


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L’Università contemporanea e la distruzione della vita intellettuale

Libro sullo scaffale — Alessandro Taglioni | 28/04/2011

GIANCARLO CALCIOLARI

A proposito di un libro di Geoffroy de Lagasnerie

(5.04.2011)

Geoffroy de Lagasnerie s’interroga nella Logica della creazione sulle condizioni propizie all’innovazione del pensiero e lo fa in particolare in un capitolo dal titolo “L’università contemporanea e la distruzione della vita intellettuale”. Dopo l’apertura magmatica del 1968, la ri-professionalizzazione dell’università corrisponde a un vero “ritorno all’ordine”, quello che in Italia è stato chiamato il riflusso, il controllo dell’onda della vita.

Il catastrofismo in materia di studi universitari non è una prerogativa francese, infinite testimonianze dal paese Italia indicano lo stesso piagnisteo per un essiccamento radicale della creatività intellettuale. Nessun campo della creazione libera dalla morsa della logica economica e neanche nessun matrimonio riuscito tra invenzione e mercato com’è il vanto dei campus americani.

Genealogia della gloria

Hiko Yoshitaka, Genealogia della gloria

L’università – scrive Patrice Bollon, lettore di Geoffroy de Lagasnerie – sarebbe divenuta un luogo di una ricerca per funzionari: di una non-ricerca, di una “sotto-vita intellettuale”. A nulla vale la distinzione di Thomas Kuhn tra scienza normale e scienza rivoluzionaria per accorgersi del registro cumulativo e non inventivo dell’università.

Ecco l’ipotesi di lettura di questo aspetto del treno (lamento funebre) dell’università, non a caso valido anche per coloro che presumono di sedere sul carro navale (carnevale) dell’università, come istituzione della libera invenzione: chi dichiara l’interesse per l’invenzione e quindi anche proprio coloro che fanno l’anatomia dell’affossamento dell’invenzione dovrebbero essere gli acquirenti dei libri non privi d’invenzione e invece partecipano all’autodafè.

Uno sguardo alle vendite dei libri in cui c’è una breccia d’invenzione mostra che il milione d’insegnanti della scuola francese (come il quasi milione d’insegnanti della scuola italiana) non legge nulla.
Non basta la sociologia che indica tra le cause della degradazione la dominazione indiscussa della cultura mercantile e il ruolo dei media. Non c’è nessuna lettura del come sorgono i grandi autori come Lévi-Strauss, Foucault e Lacan? E se ci fosse tale lettura, in che cosa toccherebbe l’andazzo della cultura, dell’arte e della scienza nel pianeta?

Constatiamo che gli apposti e gli opposti, gli integrati e i ribelli, i conformisti e gli anticonformisti (che non da oggi sono legione) condividono la stessa passione per la pseudo vita.

Il lettore Patrice Bollon, giornalista de “Le Magazine Littéraire”, si interroga sulla questione se le grandi opere non siano anche quelle che rifiutano di piegarsi alle ingiunzioni della propria epoca, le opere sconcertanti, “inattuali” nel senso di Nietzsche. No. Il rifiuto del ribelle pone sé al posto di Dio (Albert Camus), che per altro è dato per morto.
Lo scrittore che si attiene alla libertà della parola, colui che secondo Franz Kafka salta fuori dalla fila degli assassini, procede sospendendo il fantasma teologico, il primato del fallo, la doppia gerarchia quale presunto fondamento degli umani. Il ribelle, l’anticonformista, l’opposto, è il candidato al neo conformismo, al nuovo ordine solare che ancora una volta riscalderà alcuni e ne brucerà altri. Mein Kampf è scritto dal ribelle Hitler contro l’ordine che presume di matrice ebraica.

Nel dettaglio dell’opera del giovane sociologo di 29 anni, Geoffroy de Lagasnerie, è reperibile qualcosa di questo pseudo movimento? L’autore sprona le basi di una “scienza delle opere” o di una “ecologia delle idee”. Non si tratta di elaborare la scienza e l’ecologia proposte, troppo facile, a partire dalla strizzatina d’occhio al significante a dominanza sociale di “ecologia”.

È il caso d’intendere il gesto, come nel caso di Cesare, che non è tribuno del popolo per il popolo ma come trampolino per divenire imperatore. La proposta è ieratica, sacerdotale, gerarchica: non sappiamo a che livello di funzionariato si collochi il giovane Geoffroy, tanto infinita è la scala di Giacobbe, ma di questo si tratta.

Una scheggia per proseguire: leggere la scala, la lista, la serie, il ponte, l’albero, il nodo, la barra, il fallo, il lato, con il principio d’incompletezza di Gödel.

Geoffroy de Lagasnerie, Logique de la création, 2011,Fayard, pp. 280, 18 €.


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Il senso del bazar. Visita al Miart

Libro sullo scaffale — Alessandro Taglioni | 13/04/2011

di Alessandro Taglioni


Ieri non avevo proprio niente da fare e così, siccome ogni tanto bisogna anche onorare alcune delle cosiddette fiere d’arte che si tengono nelle nostre città italiane, ho deciso di recarmi, il giorno della chiusura, al MiArt di Milano.

Vi faccio un resoconto, più che una recensione, per altro brevissima perché ritengo che bastino un paio di pagine.

Ebbene sì, ieri, mi è capitato di visitare un bazar tristissimo, addirittura tronfio quanto a sciatteria, balbuziente rispetto a una eventuale ipotesi di direzione, e preoccupante quanto al lavoro dei più giovani, tanto che mi auguro che quanto era lì esposto non sia rappresentativo di quello che sta avvenendo fra gli artisti ventenni e trentenni.

Fra l’altro, forse perché già in chiusura (e, forse, per fortuna) il salone era semivuoto, con pochissimi visitatori. L’esposizione non è nata comunque sotto i migliori auspici, almeno per il mio “gusto” personale. Infatti, dai telegiornali con le relative strombazzate pubblicitarie già risultava emergere – quale emblema tanto altisonante quanto in assenza di ragione narrativa – il solito prodotto popular. Prodotto visto e rivisto, nella fattispecie di un coltellaccio da macellaio super cromato e naturalmente “piegato” su se stesso, come, del resto, piegati su se stessi risultavano la maggior parte degli espositori che non vedevano l’ora di tornarsene a casa.

opera di Ennio Morlotti

Nei giorni precedenti, avevo anche orecchiato un’intervista di presentazione di quello che non ho capito bene se fosse l’organizzatore della manifestazione o uno dei consulenti del comitato organizzativo della fiera, il quale ha biascicato due o tre cose irripetibili. In effetti, non si capiva quello che diceva, forse per la forte inflessione pseudonormanna o padano tunisina, forse perché si era complicato la vita con espletazioni postconcettuali e pornobsolescenti, ma tant’è. Forse sarebbe stato meglio che quelli del telegiornale avessero utilizzato un doppiatore, in maniera da avere un’idea più chiara di quale fiera dovevamo visitare.

Comunque, valeva la pena di spendere quelle due orette, perché ho avuto modo di ammirare sei o sette opere niente male. Per esempio, qualcosa di Roberto Baldessari e Gino Severini, in cui ci rendiamo ancora conto del valore “aggiunto” che forte emerge dal paesaggio futurista. Il cielo, la traccia, lo sfumato, il colore di questa pittura, che definire futurismo risulta nondimeno una riduzione, tanto da non rendere giustizia ad alcuni autori, pochi comunque, di quell’epoca. E inoltre opere di Roberto Crippa e Toti Scialoja, che forse il luogo comune storicistico intende annettere allo spazialismo e all’informale – cosa che mi guardo bene dal fare –, termini anch’essi impropri e riduttivi, che antepongono all’opera i concetti di tempo e di forma, inutili per autenticare, cioè per leggere l’opera. Opere importanti dove ancora non si ravvisa traccia del minimalismo che ci sgomenterà di lì a poco.

opera in mostra di Gianni Dova

E ancora alcune piccole raffinatissime opere di Gianni Dova in cui, più che dell’invenzione di una cosmogonia, mi sembra di intuire la scrittura di un paesaggio fuori di rappresentazione (e se proprio dovessimo fargli un appunto, sarebbe soltanto di ordine tecnico, perché non ho mai capito la sua mania di concludere l’opera con gli smalti o, comunque, di utilizzarli, quando è evidente che, in breve tempo, lo smalto offusca e annerisce i pigmenti).

E ancora Carla Accardi, che ritengo un’artista di pregio, un’interprete straordinaria della vinciana pittura come scrittura, e spero sia il tempo di potere apprezzarla in esposizioni pubbliche più frequenti e ampie. In questa fiera c’erano alcune sue opere, purtroppo poche. E Ennio Morlotti, un paesaggista “casinista” essenziale e, oserei dire, diretto epigono dei nostri migliori veristi dell’Ottocento. Vorrei segnalare inoltre un autore di cui ignoravo l’esistenza, riporto il nome dal depliant fornito, per l’occasione, da un gentile e sorridente espositore: un poeta e pittore boemo di nome Jiri Kolàr. Ho ammirato due sue opere a collage e chiasmage su tavola veramente interessanti, che sicuramente s’inseriscono nell’ambito della pittura come scrittura, anche se i materiali utilizzati non sono propriamente quelli pittorici.
Mi sarebbe piaciuto dire anche che ho ammirato i numerosissimi tagli di Fontana, ma l’ammirazione mi viene inconsciamente impedita dal fatto che ci si trova perentoriamente di fronte a un certo “doppio dubbio” che in questa sede non posso, però, esplicitare per ovvie ragioni.

opera in mostra di Jiri Kolàr

Adiacente al mancato piacere di potere ammirare le opere di Lucio Fontana, abbiamo il dispiacere di verificare che ci sono ancora in circolazione galleristi che tengono le opere a olio sotto vetro. Bisogna che qualcuno spieghi loro che il vetro danneggia la pellicola pittorica, crea condensa, umidità, muffe. Se per caso ci fosse qualche conservatore o restauratore in sala, non fra gli addetti, s’intende, per favore lo faccia presente!

Peccato che le opere dei novecentisti fossero poche. Mi sembra di avere capito che il core business, nonché la parte centrale del salone, fossero dedicati ai parrucconi del concettuale e del pop. Materiali eterogenei che rendevano bene l’idea di un bazar che sicuramente avrà riempito le tasche dei galleristi, mentre svuotava il cervello dei visitatori, per non parlare delle tasche dei collezionisti. Un core business performante, cioè dedicato e voluto per imporre l’arte performativa, altrimenti bistrattata e dimenticata, per sua propria volontà, del resto.

Ma ecco un esempio paradigmatico di performance, ben inserita nella carrellata di animali fantastici affastellati e confusi insieme con alcuni piccioni svolazzanti fra gli stand che intanto approfittavano delle briciole e dei resti del vario desinare.

E, allora, qui c’era un’espositrice sonnecchiante nelle sue fugaci faccende affaccendata, e lì c’era il tal performer che, attraverso un video, lanciava improperi e turpiloqui, nonché le proprie “opere”, contro la parete del suo stesso atelier, gentilmente esponendone i cocci incolori, con tanto di didascalia, nello stand.

Non so dire se fosse in quel momento più interessante la performance della gallerista sonnecchiante o quella del performer che continuava imperterrito a bestemmiare.

In generale, l’amplissima parte dedicata al concettuale è proprio il manifesto, la definizione assoluta di un postulato ormai secolarizzato dell’arte contemporanea. Quale? Il manufatto di questo mercato dell’arte non può in nessun modo essere originario e autentico, deve risultare dal processo di un processo, deve essere la copia di una copia, deve prendere qualcosa da qualcos’altro, deve essere la semiosi di una semiosi, il segno e concetto di qualcosa, come ben ci hanno insegnato i grandi maestri della semiotica. Insomma, non basta una fotografia, deve essere copiata dall’immagine di una performance di un amico che ha telefonato al collega artista, che conseguentemente ha intitolato la sua opera usando il sottotitolo o il nome tratti da qualche icona ben riconoscibile del genere Lennon, Marilyn, Mao, Coca Cola. Come dire: per carità, giammai succeda che qualcuno corra il pericolo di non riconoscere quello che gli viene propinato. Mai e poi mai.

Dio mio, che tristezza, il senso del bazar. Che si fa ancora più forte percorrendo il corridoio che ospita le opere che suppongo dei più giovani, dove la sensazione è quella di attraversare un mercatino, con quei box quasi ad altezza d’uomo in cui si intravvedono gli addetti che ciaccolano in merito alle strategie del box, a misura di box per nulla simili alle gotiche architetture giottesche che  incorniciano le storie bibliche. Un mercatino sia contemporaneo sia temporaneo, che, in genere, troviamo in qualche lungomare a caso, dove si comprano le cartoline, i vu bijoux, le cose dell’ultimo souvenir, cose variamente etnografiche e antropognostiche, preferibilmente prodotte con materiali di risulta, di scarto, preferibilmente in piccolo formato, evocazione delle fabbricitanti minuterie metalliche. Dove però c’è un grande assente. Quale? Lo zucchero filato.

Milano, 12 aprile 2011


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Quale escatologia

Libro sullo scaffale, Note di lettura — Alessandro Taglioni | 30/11/2010

di Giancarlo Calciolari


Come leggere è una questione che raramente è posta nel dibattito intellettuale. Sembra andare da sé che ognuno oggi legge come vuole e quello che vuole, e la questione pare vuota. Invece basterebbe la censura a indicare che la questione è ancora imbarazzante, ieri per le religioni e oggi non solo per loro, ma sopra tutto per il discorso scientifico in posizione di referenza sociale assoluta, nell’occidente. E se quasi nessuno incontra la censura non è perché non esista, ma perché ognuno si autocensura e non rischia lo scandalo della verità. Ancora più rari sono coloro che vanno per la loro strada, quand’anche agli altri paia un’autostrada.

Il professore di teologia a Regensburg, Joseph Ratzinger, quando nel 1969 si accinge a scrivere un libro dal titolo Escatologia. Morte e vita eterna (prima edizione del 1977), sostiene tesi che non sono maggioritarie. La sua reintroduzione del concetto di anima può avergli aperto poi la via alla carica di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ma non quella a Arcivescovo di Monaco e Frisinga. Quanto poi abbia pesato l’aspetto della formazione culturale di Joseph Ratzinger nell’elezione a papa richiederebbe una ricerca apposita.

La nostra lettura dell’Escatologia è un confronto con il testo, senza apposizione né opposizione. La posizione di lettore è forse vicina a quella di Ovidio che non dice d’essere poeta, ma di essere il libro di un esiliato.

Joseph Ratzinger si dichiara lettore del factum di Gesù. E questo è un aspetto della fede, che si nutre della ragione, sapendo tuttavia che mai con la ratio si potrà raggiungere la fede. Non si tratta dell’atto di Cristo, ciascuna volta originario, ma della credenza nel fatto, certamente eccezionale, e sfuggente alla ricostruzione storica e alle postmoderne archeologie del sapere. E questo per precisare che ciascuna volta che la ragione singolare dell’autore giunge ai paradossi della teologia, la via del proseguimento è data dalla fede. E questa non è una particolarità di Joseph Ratzinger ma della teologia, non solo cristiana.

opera di Chiristiane Apprieux

opera di Chiristiane Apprieux

Il factum di Cristo è l’assioma. Ciò che vale. Il valore assoluto. Vittorio Messori l’aveva chiamata l’ipotesi Gesù. Ipotesi abduttiva, non deduttiva. Certamente la logica deduttiva, la vera dottrina del discorso scientifico (che è una parodia se non una caricatura della scienza della parola), tratta la religione come una pseudo logica deduttiva. Invece occorre mantenere l’ipotesi abduttiva, improbabile, imprevedibile, ignota, contro quella che risulta gnosi, sociale o personale che sia.

La fede in Gesù permette al teologo Joseph Ratzinger di offrire anche pagine bellissime di lettura dello spirito del tempo, come l’analisi leggera, quasi a passo di danza, del marxismo. E qualora alcune citazioni di Martin Heidegger possano sembrare un omaggio all’epoca, Ratzinger menziona chiaramente l’apostasia e il paganesimo del presunto maggiore filosofo del secolo scorso.

Joseph Ratzinger nella postfazione alla sesta edizione annota che nella lettura del suo testo l’attenzione dei critici (teologi) sia andata al problema del corpo-anima più che a quello dell’essenza della escatologia, e per questa ragione alla postfazione segue un’appendice dal titolo “Tra morte e risurrezione. Riflessioni aggiuntive sulla questione dello stadio intermedio”. E si tratta di un’ulteriore elaborazione sull’irrinunciabilità al concetto di anima. In breve, al dualismo platonico di corpo-anima, aggiuntosi secolarmente al monismo teista cristiano, la doxa cattolica prima dell’insegnamento di Joseph Ratzinger spingeva in direzione di una purificazione del testo ebraico dagli innesti greci, tra i quali la nozione di anima, che nella Bibbia c’è solo al prezzo della traduzione del termine ebraico ruah, respiro, con anima, per l’appunto.

Anima, animazione, animale. Psiche è anche farfalla. C’è chi ha distinto tra pneuma, anima e corpo; ma non è questa la via della nostra lettura. Ci interessa la questione dell’escatologia, e non nel senso che ne dà la teologia e ancor meno la teologia politica.

È interessante notare come sin dall’inizio del suo lavoro Ratzinger distingua tra escatologia e teologia politica, che risulta quasi un passaggio all’atto dell’escatologia. Che cos’altro sono il marxismo e il nazismo se non due passaggi all’atto dell’escatologia? Se il secondo può risultare molto chiaro leggendo l’opera del giurista Carl Schmitt, in cui il nazismo era il ritardante dell’anticristo, per il primo si può leggere proprio il divergente amico di Schmitt, Jacob Taubes, che riconosce non solo la grecità del pensiero occidentale (e quindi anche cristiano), ma identifica con chiarezza il messianesimo marxista e anche le “identificazioni” di Hegel e di Nietzsche a Paolo.

Ratzinger mantiene la tensione escatologica, senza cedere alla via mondana della sua realizzazione. E si potrebbero leggere gli “errori” della Chiesa nei secoli proprio come cedimenti a questa tentazione, che altro non è che una delle tre tentazioni di Gesù nel deserto. Per altro, questa tensione escatologica è quella dell’ebraismo, mai privo di cedimenti. Ancora alla fine del secolo scorso si era annunciato un messia a New York.

La questione non è se l’escatologia ebraica e cristiana possano sfuggire alla teologia politica, come non lo è per l’islamismo (mentre invece parrebbe solo teologia politica, basta leggere i testi dei capi di Al Qaida), ma che non solo la teologia politica propriamente detta governa governatori e governati (e tribuni dei governati), ma anche proprio quel pensiero che si dichiara apertamente ateologico. È questa la lezione del filosofo Giorgio Agamben, che tuttavia non sfugge allo stesso discorso che analizza. Il titolo della sua escatologia politica è “Il tempo che resta”. E non occorre citare Kojève che già nel titolo di un libro coglieva l’essenziale del messaggio dell’autore.

La nostra ricerca di lettore è in atto, non solo rispetto alle rappresentazioni mondane maggioritarie, quelle spronate dai grandi della terra, e dai loro nani teorici monumentalizzati, ma anche delle esperienze originarie di lettura, come la Torah, la Bibbia, il Corano, i miti fondatori di altre civiltà.

Quindi accenniamo alla trama di questa ricerca, tra le altre.

Noi veniamo da Freud. Abbiamo imboccato la via della psicanalisi e non ci siamo mai più smarriti. E poi siamo andati oltre l’impossibile soluzione della farfalla. E non abbiamo pressoché nulla da spartire con coloro che praticano oggi la psicanalisi.

In breve, o quasi, Freud articola un ordine simbolico che sfugge alle forme storiche degli ordini sociali e personali. Per questo l’inconscio viene definito astorico. E difficilissima è la partita di distinguere tra la struttura dell’inconscio e le varie sovrastrutture. Questione non estranea anche alla teoria di Marx, come anche alla fenomenologia di Heidegger. Ora noi leggiamo il mito scientifico del padre dell’orda primitiva (in Totem e tabù) come una fantasia a cui credono tutti, perlomeno coloro che si ritengono far parte dei tutti. Allora alcune nozioni freudiane – in uno stile che Freud stesso ci insegna – le ritroviamo fantasmatiche e non strutturali. E da Freud a Verdiglione, con il quale ci siamo formati, si va dal fondo roccioso dell’analisi dato dall’invidia del pene e dalla protesta virile (Freud) alla vanificazione della genealogia (Verdiglione), alla dissoluzione della credenza nella predestinazione. Su questa via sono rarissimi i ricercatori. Perché? Perché perdono tutti i vantaggi sociali dell’accettazione del principio genealogico, del principio del padre, del principio dell’immagine paterna, del principio dell’interdizione, nel senso della proibizione dell’incesto. Ci riferiamo qui all’analisi del giurista e psicanalista Pierre Legendre, che non a caso procede nella sua lettura a partire da quello che chiama il monumento romano canonico, e anche “L’altra Bibbia dell’Occidente”. La genealogia instaurata dal principio del padre sarebbe il perno della tenuta sociale, quasi l’antidoto al male. Mentre per altri, la gerarchia instaurata dal principio del padre è la fonte di tutte le guerre e di tutti i massacri (lettura fatta in nome di un altro principio genealogico).

Difficilissimo è porre la differenza tra l’immagine e l’immagine “fatta”. La lettura dell’Esodo alla lettera, richiederebbe almeno quello scollamento che offre la cabala passando per il numero. Ma appunto, la questione è solo evitata, permanendo in questa corrente dell’ebraismo l’idea del Dio agente. Non essendo ebrei, possiamo partecipare per una volta al partito impossibile di Maimonide. Ogni attribuzione a Dio è umana, anche quella che pare doppiare la teologia in ontologia. L’essere. Lacan aveva inteso bene che la risposta di Dio a Mosè ha lasciato alla deriva il suo popolo: “Io sono colui che sono”, o meglio: “Io sarò colui che sarò”. Il verbo essere non è neanche un impossibile nome di Dio. Da Duns Scoto a Tommaso d’Aquino la filosofia dell’essere s’incista nella teologia cristiana con la “lettura” di questa frase.

La questione non è solo che se Dio agisce ci si imbatte nel paradosso del monoteismo (di cui non ha fatto tesoro Henri Corbin, teosofo a struttura esoterica), per cui se Dio crea ci dovrebbe essere sempre dietro un altro dio che ha creato dio… Non solo si può seguire la diffusione della gnosi nel cristianesimo e prima ancora nell’ebraismo (permane anche in Ratzinger la questione della formazione ellenica di Paolo), e anche nell’islamismo, annotando come la lotta tra il bene e il male, tra un dio superiore e un dio inferiore, comporti una struttura gerarchica in ogni istituzione del pianeta. E la gerarchia è fatta a immagine del padre inconoscibile. La gerarchia terrestre sarebbe mutuata su quella celeste. L’omologia è stata creata molto prima della formalizzazione che ne ha dato Évariste Galois con la sua teoria del gruppo. Galois che crede alla civetta che lo porta a perire in duello.

Oggi, in occidente, e in questo non sbaglia Pierre Legendre, nel posto della referenza assoluta (che egli svuota, senza intendere che è la posizione del punto vuoto) non c’è più Dio, e neanche il popolo: c’è il discorso scientifico, che con il nome di “tecnica” è divenuto la causa di tutti i mali, al punto che Heidegger la ritiene un compimento della metafisica e responsabile delle camere a gas (e quindi il filosofo non sarebbe responsabile della sua adesione al nazismo). Ma chi ha trasformato i forni del pane in camere della morte?

Dire che non c’è più il principio del padre non corrisponde a negare il padre, lo zero, il nome nella parola. Il padre senza più origine è il padre originario, il padre nella parola, il padre funzionale (e non la funzione paterna di Lacan). Ciascun elemento nella parola ha uno statuto introvabile per via sociale, anche per via religiosa, anche per via matematica, anche per via del discorso scientifico. Per forza le scienze “molli” (antropologia, psicologia, sociologia) non affrontano l’essenziale: anche i loro attori vivono nelle gerarchie e quindi non possono che avere ipotesi molto immaginose della questione del fallo.

L’escatologia è il destino del fallo in tutta la sua significazione (Bedeutung). E coloro che non si attengono all’escatologia sembrano tutti imbecilli, ossia senza bastone. Dupes. Senza la piuma sul cappello, come invece portano i notabili del paese (quando ci sono due pesi e due misure ci si trova nella teologia politica, l’errore tecnico dell’escatologia). Curiosa l’affermazione di Lacan che siano les non-dupes a errare.

La guerra delle immagini è quella tra principi genealogici differenti. Prima era la querelle des images. E da sempre è guerra civile planetaria. Ebbene, se il principio della parola non è genealogico, e sfugge all’impresa millenaria dei teismi e degli ateismi, questa è la via dell’uscita dal vicolo altrimenti cieco dei massacri tra umani. Via stretta, difficile, ma anche semplice.

Certamente l’epoca e la sua mondanità vanno contro la direzione intellettuale. Lo si nota anche nella cura redazionale dei testi. Se Peirce si sentiva non letto, e aveva azzerato i rarissimi lettori auspicati da Manzoni, e diceva ironicamente d’essere letto solo dal correttore delle bozze, nel caso di Joseph Ratzinger nemmeno l’elezione a papa ha mantenuto almeno il correttore delle bozze come lettore.

Noi abbiamo letto la ristampa del 2008, e le bozze del libro non sono corrette. Si avverte nettamente che il testo è stato passato allo scanner e “letto” dal programma per il riconoscimento dei caratteri. Permangono degli “rn” per “m”, delle minuscole dopo il punto, dei singolari divenuti plurali e qualche parola non riconosciuta dal programma è saltata dalla frase…

È difficile non porsi il pseudo sillogismo: “se non leggono il papa, figurarsi noi che…”. Per fortuna noi non ci figuriamo, non ci immaginiamo (tale è invece l’invito di Platone al suo interlocutore), anche perché non c’è l’immagine di sé, e l’immagine si qualifica come l’inimmaginabile.

Chi avrebbe mai pensato o immaginato che nonostante l’impero pedagogico e mediologico potesse rimanere aperto uno spiraglio per scrivere una semplice nota come questa?

25 novembre 2010


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Lo stato dell’arte? Cartoline dalla barbarie

Spigolature — Alessandro Taglioni | 18/06/2010

Reportage a cura di AMINTORE PERLEMANI


Il turpe connubio fra laicismo e religiosità produce manifestazioni eterogenee che esprimono il peggio del conformismo e il meglio della decadenza. Così succedeva in ambito artistico all’alba del ventesimo secolo, con l’avvento delle avanguardie. Credendo e adeguandosi alla crisi europea di quell’epoca, gruppuscoli di artisti di ogni ordine e grado s’ispiravano per le loro opere ai manufatti del primitivismo e dell’art brut.

Cosa fa, oggi, il laicismo? S’interroga sulle ragioni della propria religione, ritenuta l’ultima religione, cioè l’ultima verità da esibire.

La nostra deve essere una riflessione totalmente laica, amano dire i contemporanei ragionieri e cerimonieri mediatici. Ebbene, tale riflessione è utile ma per intendere quello che sta avvenendo in materia di iconoclastie, nei settori della vita civile – pubblica e privata – in guise differenti. Non da ultima un’iconoclastia che ostenta una “politica culturale” super partes e che di fatto distrugge tutto ciò che nella nostra cultura italiana e europea ci orienta lungo un solco di tradizione cattolica anzitutto, e cristiana.

Dopo questa breve premessa, consideriamo alcuni aspetti della cultura e dell’arte in Italia a partire dallo sdegno e dall’indignazione dovuti alla constatazione del trattamento “esclusivo” riservato, nel nostro “bel paese”, ai beni culturali, all’arte e alla cultura.

Manipoli di audaci, saltuariamente, si scagliano contro baleniere e pescherecci giapponesi per salvare il tonno rosso e la balena azzurra. Lo stesso dovremmo fare per il patrimonio artistico e culturale dell’Italia. Ci vorrebbe un WWF anche per questo. Stiamo parlando di un macello che dura ormai da troppo tempo. Gli esempi che illustrerò fanno parte delle conseguenze meno rilevanti dello scempio culturale in atto da qualche centinaio di anni.

Perché accostiamo questioni che solitamente rientrano nel religioso con questioni artistiche e culturali? Qual è il centro della questione, qual è il punto. Cioè qual è la condizione delle cose? Il contributo culturale e artistico dell’Italia è stato ed è decisivo per l’Europa. Dobbiamo proprio noi negarlo? Non ritengo esagerato azzardare che il meglio dell’arte europea è cattolico e cristiano. Ma cattolico in che senso? I padri della chiesa e i loro testi, le loro dissertazioni intorno al sacro, all’immagine stanno alla base del pensiero occidentale. Il cattolicesimo introduce l’assenza di iconoclastia. Da qui lo splendore della pittura, della scultura, della scrittura che troviamo nelle chiese, negli edifici, nel paesaggio. L’olos del cattolico stabilisce la lingua di ciascuno: parlando etrusco, romano, padano…

La parete vuota o piena, cancellata o imbrattata, ancorché commentata sono le significazioni dell’iconoclastia.

Parlo del testo cattolico e di quello cristiano. Forse dovrei scusarmi perché questi argomenti non vanno di moda. Ma veniamo al primo esempio, perché non è possibile non dire lo sdegno provocato dall’idiozia e dalle farneticazioni di benpensanti, voyeur, pseudointellettuali, politicanti e idioti in genere che volteggiano per dare fiato al “mondan romore” senza avere la minima idea di quello che dicono e fanno, in particolare quando, loro malgrado, devono entrare in merito a questioni culturali e artistiche.

Primo esempio: un sindaco si permette di rimbrottare la curia perché tale curia avrebbe osato additare l’amministrazione comunale quale responsabile dell’uso improprio e dissennato della piazza del Duomo, in occasione di una festività calcistica. La piazza è del popolo, dunque è di tutti – avrebbe risposto il sindaco – e dunque è giusto che il popolo faccia quello che vuole, anche imbrattare e ridurre la piazza e il circondario a una latrina e a una discarica.

E che cosa aveva da festeggiare la tifoseria? Una tifoseria masochista, senza dubbio, visto che sta lì a ubriacarsi per il fatto che qualcun altro, ossia la squadra e i giocatori, con la loro vittoria, aggiungono qualche milione di euro nelle proprie tasche.

Ma quanti secoli dovranno trascorrere prima che qualcuno capisca che la piazza non è occupabile? Per nessun motivo, né festivo né feriale?

E qual’è l’istituzione deputata a porsi come garante dei diritti della fabbrica del duomo e di quanto è rimasto di sacro nel centro di Milano, visto che la curia non ne avrebbe il diritto. I beni culturali? I vigili urbani? Forse, la tifoseria avversa? Sigh!

Cartolina da Milano.

Cartolina da Roma:

Chiunque, ma proprio chiunque, potrà assistere al remake di Salvate il soldato Ryan, come è capitato a me un po’ di tempo fa in un bel giorno d’estate. Ma va, dove? Non nell’ex macello di qualche città di provincia o in qualche spiaggia assolata, bensì a Roma, magari al Pantheon, cui oggi evidentemente si presterebbe maggiormente l’appellativo di  Pandemonio.

Da notare che il percorso per arrivarci, magari partendo da Trastevere (sigh), non è propriamente consigliato, soprattutto il sabato e la domenica. Perché mai? Perché bisognerebbe essere muniti, quand’anche in piena estate, di stivaloni per ripararsi dai cocci di vetro di bottiglia, dagli escrementi, dalle varie e differenti espletazioni svoltesi nottetempo; bisognerebbe inoltre essere muniti anche di tanto pelo sullo stomaco e possibilmente di un bel paio di paraocchi così da non vedere lo stato in cui sono state ridotte le architetture e qualunque edificio s’incontri lungo il cammino.

Se non siete interessati soltanto al sapere sociale – cioè a come la tale corporazione è stata bistrattata dal padrone di turno, nonché dal suo sporco sindacalista – ma avete ancora la curiosità di verificare come vengono trattate le strade, i muri, le lapidi, le iscrizioni, le pietre antiche, passeggiate per le vie del centro di Roma. Non c’è angolo ormai in cui ognuno non abbia ritenuto di poter fare ciò che vuole e ciò che peggio desidera.

Dopo tanta fatica arriverete al Pantheon, dove – visto che evidentemente tutti gli dei se la sono data a gambe per non assistere a quella scena quotidiana, quella specie di Omaha beach che è diventata il loggiato del Pantheon – troverete soltanto una folla di migliaia di persone che entrano e escono, a loro piacimento, si sdraiano, bevono, mangiano, ecc. ecc.

Insomma potete fellinizzarvi ammirando il popolo del turismo, o la massa del turismo del popolo, o il popolo della massa, c’è una tale confusione che non so più cosa dico.

Qual’è lo slogan? Un monumento per tutti? Fatti il tuo monumento? Fatti nel monumento? C’è un pezzo di Roma che ti aspetta? e via discorrendo. Sigh!  Ma, scusate, non è che c’è qualcuno in sala che riesce a mettere questo popolo in vendita su ebay?

Carissimi, questa è la lezione, è forse questo il servizio che va reso alla memoria dell’architettura romana e cristiana, memoria di architettura eccelsa, un tempo meta quotidiana, non di turisti picnichizzati e ubriachi, ma, per esempio, del Brunelleschi, tanto per fare un nome, che dal Pantheon trasse ispirazione per la sua cupola fiorentina?

Ma dove sta il sacro e che c’entra? C’è da essere blasmesi e puristi a invocare il sacro.

C’era una volta il sacro… Dobbiamo ormai considerarlo materia dell’ultima chiesa, dell’ultimo altare, dell’ultimo continente? E pensare che ci sono posti in Europa, ma anche in Italia, dove c’è un unico monumento: una piccola pala d’altare, un fazzoletto del terzo secolo avanti Cristo, dove bisogna chiedere il permesso per entrare nell’edificio che li custodisce, e impegnarsi per raggiungerlo, bisogna prenotare e, possibilmente, non urlare durante le visite. Insomma, ci sono posti dove la cultura e l’arte bisogna davvero conquistarsele. E dove l’ospite mette a nostra disposizione cultura e arte, non gratuitamente, non offrendo un’accessibilità senza condizioni. Ci sono posti dove cultura e arte non sono ridotte in pezzi …E pensare che anche per la visita di una grotta marina nel profondo sud, dove la cosa migliore da vedere sono la stalattite e la stalagmite, la guida dell’organizzazione chiede al turista di scaglionarsi lungo la riva, di munirsi di biglietto, di attendere il raggiungimento del numero prefissato e di non usare il flash… vai un po’ a capire…

E qui veniamo alla terzultima notizia di cronaca, non meno importante, che si accosta perfettamente alle precedenti, quella di chi sta ancora a discutere della liceità di appendere o meno il crocifisso alle pareti delle aule della scuola italiana (ciò detto dando per acquisito che esista ancora le scuola italiana, dato che viviamo in un paese dove l’educazione e la formazione dei giovani non è certo al primo posto nei pensieri della nostra intellighenzia e dei nostri centri direzionali).  [Da notare che in merito alla questione dell'educazione e della formazione, i suddetti pseudo fanno finta di non sapere che viviamo in un paese dove un educatore, un ricercatore e un restauratore guadagnano in un mese più o meno quello che un idraulico può guadagnare in un giorno, un meccanico in una settimana, un calciatore in mezzora e una banca in 0,3 secondi].

Ma ritorniamo al crocifisso. Perché, vi chiederete, l’idiota perfetto, il ben pensante si pone tale quesito? Ebbene, pseudointellettuali, politici e personaggi politicamente coglioretti, hanno parlato molto e molto parlato della contestazione del crocifisso, dell’opportunità di toglierlo dalle pareti.

La coscienza di colpa dell’italiano mediocre è tangibile. Non sappiamo forse tutti che il crocifisso è già stato tolto, e da mo’? Che l’iconoclastia ha trionfato in ogni settore del sociale? Il testo cattolico, in particolare, e le famose radici cristiane, in generale, non subiscono l’alternanza di chi pensa di poter mettere o togliere il crocifisso. Insomma, per un provvidenziale paradosso, anche togliendolo, è impossibile togliere il crocifisso dalla parete o dalla tradizione, dal racconto. Per fortuna che c’è il paradosso a salvarci da un radioso avvenire come mediterranea enclave del Burundi o dello Sri Lanka.

Ma poi, il nostro, è un crocifisso che darebbe fastidio a chi? Abbiamo capito che l’immagine offende il purista, chi crede di non potersi formare, educare. E offende il laicista che opera il suo bel gesto iconoclasta riducendo il crocifisso in pezzi, cioè riducendolo a qualcosa da spartire fra chi ci crede e chi non ci crede. E pensare che poi ci indignamo se i talebani distruggono a cannonate le statue del Buddha.

Eppure, l’ultima volta che qualcuno si è messo a discutere sull’uso giusto o ingiusto del crocifisso abbiamo avuto la riforma. Calvino ha vietato agli svizzeri questo e quello (cosette del tipo: festeggiare il Natale, vestirsi decentemente, ecc), Lutero a proibire questo e quest’altro. Oggi, andate a vedere come si veste uno svizzero (con tutto il rispetto per i cittadini svizzeri, del resto persone molto intelligenti), passeggiate per le strade del nord Europa, e provate a contare le immagini (di qualsiasi natura) che incontrate, se arrivate a dieci, vuol dire che vi trovate in un quartiere italiano, oppure che siete in Italia, o meglio, in quello che è rimasto dell’Italia.

Eppure, c’è una questione simbolica che si fa ancora sentire, nonostante l’iconoclasmo sia propugnato e ribadito in innumerevoli occasioni, circostanze, ambiti. C’è voluto il ragazzo asiatico, africano, cui verrebbe sottratto un qualche diritto, per farci accorgere che quel crocifisso sta lì, sulle pareti, scatenando l’iconoclastia all’italiana.

Per altro, ci sono paesi che stanno ancora aspettando il rinascimento, e cioè ci sono paesi ancora in ballo per una questione di verità rispetto all’immagine.

L’attenzione posta sul crocifisso è forse solo l’indizio del disagio che viene dal fatto che il crocifisso non c’è più e non c’è più neanche la parete né la scuola né la bottega né l’arte né la cultura.

Questi ragazzi ribadiscono semplicemente il bisogno di integrazione? Certamente e giustamente. Ma, non è proprio questo il cattolicesimo (olos, intero, integrazione, integrità)?

Cosa ci suggerisce tutto ciò? Che non dobbiamo togliere al ragazzo africano l’eventualità che magari qualcuno dei suoi nipoti, se non lui stesso, o i figli dei nipoti (numerosi), domani possa commuoversi, apprezzare, annotare, fare tesoro della sua esperienza italiana, come pure della lettura di un brano di sant’Agostino (del resto africano pure lui) o di san Francesco. Ci suggerisce che non dobbiamo neppure togliere l’eventualità per cui, domani, egli colga l’occasione di apprezzare una crocifissione di Giovanni Bellini o una Madonna del Perugino. E, forse, passeggiando, una domenica mattina, lungo una strada italiana, potrà ricordare che un suo avo ha contribuito al restauro di quella casa o di quella strada, o di un’opera d’arte del quattrocento, o ancora che ha contribuito al restauro e ha arricchito la casa in cui la sua famiglia è vissuta per tanti anni nel suo paese di origine.


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Difficile libertà

Libro sullo scaffale — Alessandro Taglioni | 12/02/2010

EMMANUEL LÉVINAS, DIFFICILE LIBERTÀ (JACA BOOK)

In questo libro straordinario, l’Autore va oltre la filosofia. Da talmudista egli testimonia la sua esperienza, anche lungo la lettura dei suoi maestri, e ci esorta a leggere la Bibbia e il Talmud in ebraico. Se il monoteismo islamico ha avuto il merito di introdurre lo zero in occidente, l’Autore ci fa forse notare che è l’ebraismo a introdurre il non in occidente, una funzione che non è  propriamente quella del discorso filosofico. Da qui anche un suggerimento intorno allo statuto dell’immagine in occidente: è forse totalmente tabuica?

“Il monoteismo ebraico non esalta una potenza sacra, un numen trionfante su altre potenze numinose che però partecipi ancora alla loro vita clandestina e misteriosa. Il Dio degli ebrei non è il sopravvissuto di dèi mitici. Abramo, il padre dei credenti, sarebbe stato – secondo un apologo – figlio di un mercante di idoli. Approfittando dell’assenza di Tereh li avrebbe infranti tutti, risparmiando il più grande per renderlo – agli occhi del padre – responsabile del massacro (…) Il monoteismo segna una rottura con una certa concezione del sacro. Non unifica né gerarchizza tali dei numinosi e numerosi: li nega”.

E in queste note avanza una nozione di altro, che, anche attraverso una prima enunciazione di “diritto dell’altro” non è quella di io ideale.

Questi scritti sono ricchissimi di enunciati intorno alla legge e all’etica.  E infatti non c’è responsabilità di dio verso l’uomo, e allora può trattarsi di una responsabilità della legge? Legge che “non è un giogo”. Legge attraverso cui si enuncia anche la questione del desiderio e del suo paradosso, senza in alcun modo poter investire dio di una risposta possibile.

Lévinas forse ci dice che con l’ebraismo si tratta di un contributo essenziale alla scienza della parola e non di una sua secolarizzazione attraverso il discorso scientifico.


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Il mio nuovo libro

Libro sullo scaffale — Alessandro Taglioni | 09/02/2010
L’arte senza dottrine, ideologie e profezie negative
Estratto del libro

Dove sta l’arte? Oggi, non più dove stava prima. Prima, cioè nel Quattrocento e nel Cinquecento. Ciò che avviene nell’arte cosiddetta contemporanea è la decadenza che ha inizio con la reazione al rinascimento. E, allora, dove sta, dopo tutti i distinguo che sono intervenuti? L’idea della morte di dio, della morte dell’uomo, della morte della materia, della morte dell’arte ha prodotto interrogazioni speculari il cui risultato è la tabula rasa pop concettuale.
[...]
Una volta c’era la pittura “di genere”, e ci si riferiva a un certo modo, tempo, tema. Oggi, l’arte è di genere, e ritenuta di divina o demoniaca ispirazione, come al tempo di Platone.
Tolta la materia, tolta la memoria, tolto il tempo, ecco lo spettacolo. Exploit, performance, happening, pettegolezzo: ecco il successo dell’arte del Novecento.
(dall’Introduzione)
Quarta di copertina
In questo libro vengono riportate note di lettura in merito al testo dell’arte, con esempi del Rinascimento e della modernità, in Italia, in Francia e negli Stati Uniti.
Una traversata del dizionario e del glossario della lingua dell’arte, dei suoi strumenti e dei suoi mezzi, che affronta i testi di Massimo Bontempelli, Benedetto Croce, John Dewey, Ferdinand de Saussure, Georges Didi-Huberman, Mircea Eliade, René Girard, G.W.F. Hegel, Giovanni Papini, Renato Poggioli, sant’Agostino, sant’Ambrogio, Armando Verdiglione e altri.
Si tratta anche dei luoghi comuni, delle dottrine, delle ideologie e delle profezie che ciascuno degli Autori (filosofo, linguista, logico, teologo) annota con effetti nei decenni e nei secoli successivi quanto all’avvenire dell’arte e della cultura.

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