L’altro tempo di Adolfo Wildt
Adolfo Wildt (1868-1931)
Forlì, 11 marzo 2012
Bella e importante mostra, ricca di paragoni e riferimenti, talvolta calzanti, talvolta conformisti e bislacchi. Azzeccata la dualità Wildt-Bambaia. Un avvio interessante della mostra, che ci fa pregustare un bel tour in compagnia dei nostri quattrocentisti del Norditalia. Forse il merletto in pietra costituito da questa somma opera di Bambaia annota che si può andare anche oltre Wildt. Tale opera annulla qualsiasi concetto di alto/bassorilievo e vale da solo l’intera visita forlivese. Opera straordinaria d’intarsio più che di scultura, tanto romanica quanto rinascimentale, elaborata in una tessitura di Damasco che ci introduce a temi che in altro modo verranno esplorati da Wildt: la pluridimensionalità, il labirinto, e l’eventualità di ottenere infinite dimensioni con la materia della scultura.
Vir temporis acti è il titolo dell’opera forse più appariscente in mostra, ma ascoltando i richiami offerti dall’Autore, il titolo assurge a motto dell’intero suo testo scultoreo. Ne emerge, in maniera solenne, sontuosa, eminente, insostanziale, il marmo. Materia straordinaria per virtù luministiche, coloristiche, sensibili e ipersensibili. Il marmo è il “padrone” assoluto di Wildt. Wildt è autore attento ai precursori, ma il suo Vir temporis acti, dalle infinite smorfie, non è propriamente avvicinabile al Sant’Antonio del Tura presente in mostra. Questo Vir, umano, rappresenta forse il dolore? Nella sua nudità speciale, ci avvia a una attenta lettura, come succede anche con altre sue opere, a partire dallo sguardo, che Wildt ottiene dal marmo con l’effetto di sottrazione in concavo. In seguito, e man mano, ci conduce verso una esplorazione vivissima e limpida dell’inumano, con la stranianza della posa e con l’esagerazione ricorrente, tali da suggerire l’astrazione, e così conclude, con capezzoli a forma di fiore etrusco, elemento del frivolo.
Ma occorre riflettere sulle basi. Le fondamenta di Wildt si costituiscono in una dualità ben precisa: l’opera classica del precursore e la preponderanza della materia fittile, da cui debordano le patine dei suoi marmi, che nella loro vita estrema, copiosa e varia, rendono vivente la superficie. Sono patine pellicolari, filmiche, decisive. Le varie mani di lucidatura fatta a polvere valgono la pergamena eterna del supporto scritturale. Quale scrittura? Quella dell’inchiostro scalpellare, quella che l’Autore rende attraverso la sua particolare esagerazione, fra la luce e il buio estremo, quasi cercando lo sguardo. L’emissione dell’avorio che contrasta variamente con le notti labirintiche degli orifizi orbitali e acustici. Fino al labirintico e leggero Orecchio, che è già ben avanti nell’astrazione, fino a superare qualcosa che avviene dopo di lui, doppiando il suo più famoso allievo astrattista Lucio Fontana. E qui è già l’invenzione astratta.
Seguendo la carrellata nella sala principale, troviamo anche il Prigione barocco, troviamo una bella interpretazione del Giano bifronte, Carattere fiero, anima gentile, del 1912, con il vezzo di una leggera doratura.
Ma al di là delle mitologie, si pone una questione non da poco: Wildt è forse l’ultimo milanese, nonché l’ultimo italiano, fra i veri ritrattisti che operano con la vera materia originaria. Addirittura fra gli ultimi che riusciranno a scrivere qualcosa intorno al tema solenne del martirio.
Martirio: in quest’opera che data 1895, la martire è una giovane ragazza con fazzoletto. È un ritratto eccelso e gentile, con dedica incisa: Martirologio. Elogio di sobrietà, solennità e umiltà. Così avviene pure con la serie delle vedove, che esemplificano l’humilitas borromeiana, tanto per rimanere milanesi.
Banale invece la scelta di accostare Wildt a Casorati, con il suo manierismo metafisico. In Wildt non c’è alcuna metafisica e tanto meno avanguardismo. L’orecchio, e così molte altre sue opere, sono sulla via di una specialissima astrazione che non tiene conto del tempo presente ma dell’altro tempo. L’Autore si trova in questo altro tempo, al ritmo di battere e levare, a partire dalla tecnica dall’intreccio o forse dalla traccia antica, risonante, che elabora una sua particolare accezione di ecografia.
Oltre, la tavola di Crivelli, presente in mostra, Madonna della passione del 455-60, è una tempera 48×71. Madonna archeggiata da una corona di frutta, con particolari fiamminghi: opera di rilievo. La Mater purissima di W. non c’entra granché con Crivelli, nonostante la trovata o l’effetto speciale di una aureola che si solleva dal fondale su un volto staccato in altorilievo. Le sue madonne, variamente presenti in mostra, forse sono le produzioni che più danno l’adito a un certo manierismo. Ma invece i ritratti sono di materia vera.
Troviamo poi un tardo Bergognone, una Madonna con bambino (del 512)?, forse ritoccata; nello sfondo riquadrato, un santuario e la sua isola, con la bella madonna che porge il velo. Qui c’è ancora traccia della solennità che sarà in lutto dopo il 400 e per sempre. Al piede dell’opera la conclusione: da una parte il libro, dall’altra il frutto.
L’impostazione di W.: frontalità e multidimensionalità. La lettura deve avvenire su tre facce: la postura restituisce più dimensioni, come nell’esempio del ritratto di Grubicy. Quindi W. intende argomentare la prospettiva con il solo argomentare una particolare postura nel ritratto. Sempre esagerando, come nell’esempio di Toscanini. I ritratti sono emblemi? I suoi straordinari ritratti fanno in tempo a sbocciare con dettagli e i marginalia dell’intreccio: catene, volute, anfratti, quali corollari del labirinto: verso l’astrazione, e vedremo poi quale.
Piove inaspettato in questa occasione il Sant’Antonio di Cosme Tura. Regale e in avvicinamento. In quest’opera, avvenente, nel senso che ci restituisce l’istante dell’avvenimento, si tratta dell’emergenza del tempo. Con una certezza. Il santo si sta dirigendo proprio verso noi lettori, proprio nella nostra direzione. Alle spalle di Antonio il mare, forse Adriatico; colori acidi, acuti, veste-saio robusta, scultorea in bellissima terra di Siena. L’incalzare del suo passo è quello che abbiamo intravisto fra gli uomini delle nostre colline adriatiche, leggero, deciso e inquieto. Il passo e il piede del tempo. E poi il volto: indescrivibile e intraducibile nella lingua di oggi, con la sua quantità di grinze e di smorfie che poco hanno di umano e molto hanno invece della piega. In questo straordinario ritratto di Antonio, il giglio e il libro concludono la nostra lettura e costituiscono quasi un punto di distrazione ma anche di sollievo rispetto all’assenza di ritratto che è seguita con le avanguardie.
Il Pio XI del Vaticano, titanico, del 1926, sembra ispirato a qualche antica macchina d’altare, o forse no. Più un marchingegno da paese dei balocchi, artificioso, che però rende bene l’idea del ritratto di qualcosa che va oltre l’uomo e oltre lo stesso papa. Che si tratti del tentativo di ritrarre la chiesa tout court?
Mentre il ritratto di Ferrarin è un fronte-retro particolare, ancora la dualità: la parte del concavo è astratta, con bella doratura, con effetto di tridimensione sbrecciata. Opera moderna, tranciata (questa è una resa del taglio che l’Autore riprende in altre opere e in altre fogge). La parte convessa ha l’occhio in sottrazione, e sottrae lo sguardo del lettore. Vale da punto di fuga prospettico per l’intero ritratto. Come avviene, forse per rimanere in tema, nel caso dell’opera Santa Lucia.
Poi c’è un San Francesco nelle due versioni in marmo e bronzo. Nel marmo, l’occhio destro prende luce dalla tempia destra, che fa a sua volta accendere la materia dell’incavo dell’occhio, così da ottenere un effetto carnale e pellicolare, con tanto di tramatura venosa grazie alla materia marmorea. È un san Francesco elegante, il minimo che possiamo dire, con la sua piccola aureola in metallo, miniata per via della giusta dimensione (1926).
Infine Il puro folle. Che possiamo anche dire parfallo o più noto come Parsifal. Un senza fallo oppure un Pare che si falli? Precisione e perfezione di un tema: un piede in una direzione, la gamba in un’altra direzione, l’uno in sù, l’altra in giù. Il corpo si muove in svariati sensi. il sesso di questa figura apparentemente umana, apparentemente maschile, risulta assente, quindi puro. Mentre il volto è quello dello stupore: ritratto perfetto!
Il grande libro di Wildt, in breve, si attiene al sacro, “anche troppo”. Non a caso si tratta soprattutto della ritrattistica di santi cattolici e santi laici, papi, madonne e artisti. Niente sessismo, niente rappresentazioni di facili scabrosità, tette, culi e via discorrendo. Artista degno. Cosa ci suggerisce W. ancora? Che il cosiddetto simbolismo sarà trapiantato pienamente nel 900 con l’arte concettuale, ma questo ci importa meno. Ci importa invece che nei suoi disegni l’albero sia quello dell’astrazione e che diventi l’astro, quell’astro che, il curatore della mostra, avvicina, a giusto titolo, a un’hydria con il suo bel fiore attico e in qualche modo etrusco.
Per W. esiste l’albero dell’astrazione che ha intitolato alla musica e alla poesia, niente di più semplice e assoluto, di fine e intelligente. Ecco un maestro che trova anche il tempo, in uno dei disegni successivi, di sottolineare la distinzione fra religione e fede.










