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Io vi parlo di libertà

Libro sullo scaffale, Note di lettura — Alessandro Taglioni | 31/07/2011

di Gianna Nobile

L’esperienza del presidente di uno stato dell’area caucasica, all’indomani di un conflitto inaspettato. Mikheil Saakasvili, presidente georgiano, in “Io vi parlo di libertà” (Spirali, 2009), risponde apertamente e in modo dettagliato alle domande di Raphael Glucksmann, figlio del famoso filosofo francese André Glucksmann.

Vengono esplorate alcune questioni legate al difficile assetto degli stati nati dall’ex Unione Sovietica come l’acuirsi delle tensioni nazionalistiche, la difficoltà ad uscire da una mentalità statalista, il contributo dell’Occidente per l’affermarsi della democrazia e di un’economia liberista. Questioni fondamentali sia per la Russia sia per quegli stati da poco divenuti indipendenti e su cui la “grande madre Russia”, stando a Saakasvili, intende esercitare un controllo. Alla crisi russo georgiana dell’agosto 2008 è dedicato l’intero primo capitolo, in cui il presidente di Tbilisi racconta la sua versione dei fatti: quella georgiana è stata la risposta a una pretesa di controllo dei confini con l’Ossezia, e non un attacco, come invece è stato diffuso dai media russi.

In questo libro c’è la traversata intellettuale e di vita di Saakashvili: la prima formazione scolastica avvenuta durante il regime sovietico, l’educazione familiare in cui sono emersi molti riferimenti alla cultura occidentale e ai valori della libertà, l’interesse crescente verso il mondo occidentale e verso il liberalismo fino al soggiorno per motivi di studio all’Aia, a Strasburgo e negli Stai Uniti. In questo contesto avviene l’ incontro e il matrimonio con Sandra, la moglie olandese, poi l’inizio e la prosecuzione dell’avventura a capo del governo georgiano.

La conoscenza di questi elementi e la generosità con cui l’autore ne parla danno un inedito punto di vista su Saakasvili e al suo contributo per lo sviluppo della democrazia in Georgia, e oltre come ipotesi per tutti gli stati che hanno vissuto e vivono sotto regimi totalitari. E’ significativo il titolo dato a questa lunga e articolata intervista : “Io vi parlo di libertà”. Un uomo nato e cresciuto in Unione Sovietica parla di libertà, e con il significate “io” rafforzato nel titolo, muove una provocazione rispetto alle strutture totalitarie appartenenti all’ex regime sovietico, in cui è cresciuto.

È interessante il modo in cui il Presidente georgiano descrive il movimento rivoluzionario in Georgia e che ha portato alle dimissioni di Sevardnadze nel 2003. Saakashvili racconta di aver preso parte a quel governo nel 1995, quando ancora credeva possibile una transizione graduale dal sistema postsovietico a una società democratica e liberale. Poi, accorgendosi che gli intrecci con il sistema di privilegi e corruzione non era stato per nulla intaccato, capisce che per il suo Paese è assolutamente necessario cambiare le regole su cui si era basata fino ad allora la politica nazionale. Ne segue un movimento rivoluzionario, la “Rivoluzione delle rose” così chiamato perché prima di occupare il Parlamento i manifestanti hanno regalato una rosa alle attiviste, a sottolinearne il carattere pacifico. Saakashvili parla dei rivoluzionari come di persone che si sono riappropriate della loro dignità e che hanno acquisito una forma di autodisciplina: le sedi occupate non sono state minimamente saccheggiate e, durante le occupazioni, la priorità è stata costruire progetti per il futuro senza alcuna rivendicazione rispetto al passato. Glucksmann nota che la maggior parte dei sostenitori di Saakashvili all’epoca della rivoluzione appartengono ai ceti più poveri, pur essendo lui un deciso promotore del liberalismo. Non solo, la dura opposizione creatasi successivamente è composta da persone appartenenti agli strati sociali più alti. Questo si spiega, secondo il Saakashvili, con il fatto che la classe borghese, composta in larga parte da ricchi funzionari, vede nelle sue scelte politiche un pericolo per i propri privilegi. L’impegno di Saakashvili è volto ad instaurare nuove regole per scardinare il sistema di privilegi e corruzione su cui si basava anche il governo post sovietico di Sevardnadze, condizione necessaria secondo lui per instaurare la democrazia ed un’economia basata sul liberalismo: “Il liberalismo rappresenta un formidabile strumento egualitario, mette in questione le posizioni acquisite, le rendite e le tradizioni. Secondo me è la filosofia politica più sovversiva e il migliore fattore di aggiustamento di rapporti economici, sociali, culturali e quindi politici”. (pag.120) Questa la vera rivoluzione che Saakashvili racconta nel libro: l’applicazione di tali principi a una società di casta come quella postsovietica. E rispetto alla questione della forte opposizione che lo ha portato a dimettersi nel 2008 per poi essere rieletto con una netta maggioranza, Saakashvili risponde che molto dello scontento nel suo Paese è derivato dalla difficoltà di introdurre in tempi rapidi le trasformazioni economiche e sociali attese. E ancora, ribadisce con forza che l’essenza e la garanzia della democrazia è data proprio dall’esistenza di un’opposizione che possa esprimere in modo libero il proprio dissenso e che avanzi nuove ipotesi pragmatiche.

Un appello, quello di Saakashvili, che sottolinea come la Georgia sia europea per storia e tradizioni. Il compito, che lui ritiene di dover assolvere per chi lo seguirà nella direzione del Paese, è di trasmettere uno stato stabile e indipendente che sia in grado di ancorare definitivamente la Georgia allo spazio democratico occidentale.


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Quale escatologia

Libro sullo scaffale, Note di lettura — Alessandro Taglioni | 30/11/2010

di Giancarlo Calciolari


Come leggere è una questione che raramente è posta nel dibattito intellettuale. Sembra andare da sé che ognuno oggi legge come vuole e quello che vuole, e la questione pare vuota. Invece basterebbe la censura a indicare che la questione è ancora imbarazzante, ieri per le religioni e oggi non solo per loro, ma sopra tutto per il discorso scientifico in posizione di referenza sociale assoluta, nell’occidente. E se quasi nessuno incontra la censura non è perché non esista, ma perché ognuno si autocensura e non rischia lo scandalo della verità. Ancora più rari sono coloro che vanno per la loro strada, quand’anche agli altri paia un’autostrada.

Il professore di teologia a Regensburg, Joseph Ratzinger, quando nel 1969 si accinge a scrivere un libro dal titolo Escatologia. Morte e vita eterna (prima edizione del 1977), sostiene tesi che non sono maggioritarie. La sua reintroduzione del concetto di anima può avergli aperto poi la via alla carica di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ma non quella a Arcivescovo di Monaco e Frisinga. Quanto poi abbia pesato l’aspetto della formazione culturale di Joseph Ratzinger nell’elezione a papa richiederebbe una ricerca apposita.

La nostra lettura dell’Escatologia è un confronto con il testo, senza apposizione né opposizione. La posizione di lettore è forse vicina a quella di Ovidio che non dice d’essere poeta, ma di essere il libro di un esiliato.

Joseph Ratzinger si dichiara lettore del factum di Gesù. E questo è un aspetto della fede, che si nutre della ragione, sapendo tuttavia che mai con la ratio si potrà raggiungere la fede. Non si tratta dell’atto di Cristo, ciascuna volta originario, ma della credenza nel fatto, certamente eccezionale, e sfuggente alla ricostruzione storica e alle postmoderne archeologie del sapere. E questo per precisare che ciascuna volta che la ragione singolare dell’autore giunge ai paradossi della teologia, la via del proseguimento è data dalla fede. E questa non è una particolarità di Joseph Ratzinger ma della teologia, non solo cristiana.

opera di Chiristiane Apprieux

opera di Chiristiane Apprieux

Il factum di Cristo è l’assioma. Ciò che vale. Il valore assoluto. Vittorio Messori l’aveva chiamata l’ipotesi Gesù. Ipotesi abduttiva, non deduttiva. Certamente la logica deduttiva, la vera dottrina del discorso scientifico (che è una parodia se non una caricatura della scienza della parola), tratta la religione come una pseudo logica deduttiva. Invece occorre mantenere l’ipotesi abduttiva, improbabile, imprevedibile, ignota, contro quella che risulta gnosi, sociale o personale che sia.

La fede in Gesù permette al teologo Joseph Ratzinger di offrire anche pagine bellissime di lettura dello spirito del tempo, come l’analisi leggera, quasi a passo di danza, del marxismo. E qualora alcune citazioni di Martin Heidegger possano sembrare un omaggio all’epoca, Ratzinger menziona chiaramente l’apostasia e il paganesimo del presunto maggiore filosofo del secolo scorso.

Joseph Ratzinger nella postfazione alla sesta edizione annota che nella lettura del suo testo l’attenzione dei critici (teologi) sia andata al problema del corpo-anima più che a quello dell’essenza della escatologia, e per questa ragione alla postfazione segue un’appendice dal titolo “Tra morte e risurrezione. Riflessioni aggiuntive sulla questione dello stadio intermedio”. E si tratta di un’ulteriore elaborazione sull’irrinunciabilità al concetto di anima. In breve, al dualismo platonico di corpo-anima, aggiuntosi secolarmente al monismo teista cristiano, la doxa cattolica prima dell’insegnamento di Joseph Ratzinger spingeva in direzione di una purificazione del testo ebraico dagli innesti greci, tra i quali la nozione di anima, che nella Bibbia c’è solo al prezzo della traduzione del termine ebraico ruah, respiro, con anima, per l’appunto.

Anima, animazione, animale. Psiche è anche farfalla. C’è chi ha distinto tra pneuma, anima e corpo; ma non è questa la via della nostra lettura. Ci interessa la questione dell’escatologia, e non nel senso che ne dà la teologia e ancor meno la teologia politica.

È interessante notare come sin dall’inizio del suo lavoro Ratzinger distingua tra escatologia e teologia politica, che risulta quasi un passaggio all’atto dell’escatologia. Che cos’altro sono il marxismo e il nazismo se non due passaggi all’atto dell’escatologia? Se il secondo può risultare molto chiaro leggendo l’opera del giurista Carl Schmitt, in cui il nazismo era il ritardante dell’anticristo, per il primo si può leggere proprio il divergente amico di Schmitt, Jacob Taubes, che riconosce non solo la grecità del pensiero occidentale (e quindi anche cristiano), ma identifica con chiarezza il messianesimo marxista e anche le “identificazioni” di Hegel e di Nietzsche a Paolo.

Ratzinger mantiene la tensione escatologica, senza cedere alla via mondana della sua realizzazione. E si potrebbero leggere gli “errori” della Chiesa nei secoli proprio come cedimenti a questa tentazione, che altro non è che una delle tre tentazioni di Gesù nel deserto. Per altro, questa tensione escatologica è quella dell’ebraismo, mai privo di cedimenti. Ancora alla fine del secolo scorso si era annunciato un messia a New York.

La questione non è se l’escatologia ebraica e cristiana possano sfuggire alla teologia politica, come non lo è per l’islamismo (mentre invece parrebbe solo teologia politica, basta leggere i testi dei capi di Al Qaida), ma che non solo la teologia politica propriamente detta governa governatori e governati (e tribuni dei governati), ma anche proprio quel pensiero che si dichiara apertamente ateologico. È questa la lezione del filosofo Giorgio Agamben, che tuttavia non sfugge allo stesso discorso che analizza. Il titolo della sua escatologia politica è “Il tempo che resta”. E non occorre citare Kojève che già nel titolo di un libro coglieva l’essenziale del messaggio dell’autore.

La nostra ricerca di lettore è in atto, non solo rispetto alle rappresentazioni mondane maggioritarie, quelle spronate dai grandi della terra, e dai loro nani teorici monumentalizzati, ma anche delle esperienze originarie di lettura, come la Torah, la Bibbia, il Corano, i miti fondatori di altre civiltà.

Quindi accenniamo alla trama di questa ricerca, tra le altre.

Noi veniamo da Freud. Abbiamo imboccato la via della psicanalisi e non ci siamo mai più smarriti. E poi siamo andati oltre l’impossibile soluzione della farfalla. E non abbiamo pressoché nulla da spartire con coloro che praticano oggi la psicanalisi.

In breve, o quasi, Freud articola un ordine simbolico che sfugge alle forme storiche degli ordini sociali e personali. Per questo l’inconscio viene definito astorico. E difficilissima è la partita di distinguere tra la struttura dell’inconscio e le varie sovrastrutture. Questione non estranea anche alla teoria di Marx, come anche alla fenomenologia di Heidegger. Ora noi leggiamo il mito scientifico del padre dell’orda primitiva (in Totem e tabù) come una fantasia a cui credono tutti, perlomeno coloro che si ritengono far parte dei tutti. Allora alcune nozioni freudiane – in uno stile che Freud stesso ci insegna – le ritroviamo fantasmatiche e non strutturali. E da Freud a Verdiglione, con il quale ci siamo formati, si va dal fondo roccioso dell’analisi dato dall’invidia del pene e dalla protesta virile (Freud) alla vanificazione della genealogia (Verdiglione), alla dissoluzione della credenza nella predestinazione. Su questa via sono rarissimi i ricercatori. Perché? Perché perdono tutti i vantaggi sociali dell’accettazione del principio genealogico, del principio del padre, del principio dell’immagine paterna, del principio dell’interdizione, nel senso della proibizione dell’incesto. Ci riferiamo qui all’analisi del giurista e psicanalista Pierre Legendre, che non a caso procede nella sua lettura a partire da quello che chiama il monumento romano canonico, e anche “L’altra Bibbia dell’Occidente”. La genealogia instaurata dal principio del padre sarebbe il perno della tenuta sociale, quasi l’antidoto al male. Mentre per altri, la gerarchia instaurata dal principio del padre è la fonte di tutte le guerre e di tutti i massacri (lettura fatta in nome di un altro principio genealogico).

Difficilissimo è porre la differenza tra l’immagine e l’immagine “fatta”. La lettura dell’Esodo alla lettera, richiederebbe almeno quello scollamento che offre la cabala passando per il numero. Ma appunto, la questione è solo evitata, permanendo in questa corrente dell’ebraismo l’idea del Dio agente. Non essendo ebrei, possiamo partecipare per una volta al partito impossibile di Maimonide. Ogni attribuzione a Dio è umana, anche quella che pare doppiare la teologia in ontologia. L’essere. Lacan aveva inteso bene che la risposta di Dio a Mosè ha lasciato alla deriva il suo popolo: “Io sono colui che sono”, o meglio: “Io sarò colui che sarò”. Il verbo essere non è neanche un impossibile nome di Dio. Da Duns Scoto a Tommaso d’Aquino la filosofia dell’essere s’incista nella teologia cristiana con la “lettura” di questa frase.

La questione non è solo che se Dio agisce ci si imbatte nel paradosso del monoteismo (di cui non ha fatto tesoro Henri Corbin, teosofo a struttura esoterica), per cui se Dio crea ci dovrebbe essere sempre dietro un altro dio che ha creato dio… Non solo si può seguire la diffusione della gnosi nel cristianesimo e prima ancora nell’ebraismo (permane anche in Ratzinger la questione della formazione ellenica di Paolo), e anche nell’islamismo, annotando come la lotta tra il bene e il male, tra un dio superiore e un dio inferiore, comporti una struttura gerarchica in ogni istituzione del pianeta. E la gerarchia è fatta a immagine del padre inconoscibile. La gerarchia terrestre sarebbe mutuata su quella celeste. L’omologia è stata creata molto prima della formalizzazione che ne ha dato Évariste Galois con la sua teoria del gruppo. Galois che crede alla civetta che lo porta a perire in duello.

Oggi, in occidente, e in questo non sbaglia Pierre Legendre, nel posto della referenza assoluta (che egli svuota, senza intendere che è la posizione del punto vuoto) non c’è più Dio, e neanche il popolo: c’è il discorso scientifico, che con il nome di “tecnica” è divenuto la causa di tutti i mali, al punto che Heidegger la ritiene un compimento della metafisica e responsabile delle camere a gas (e quindi il filosofo non sarebbe responsabile della sua adesione al nazismo). Ma chi ha trasformato i forni del pane in camere della morte?

Dire che non c’è più il principio del padre non corrisponde a negare il padre, lo zero, il nome nella parola. Il padre senza più origine è il padre originario, il padre nella parola, il padre funzionale (e non la funzione paterna di Lacan). Ciascun elemento nella parola ha uno statuto introvabile per via sociale, anche per via religiosa, anche per via matematica, anche per via del discorso scientifico. Per forza le scienze “molli” (antropologia, psicologia, sociologia) non affrontano l’essenziale: anche i loro attori vivono nelle gerarchie e quindi non possono che avere ipotesi molto immaginose della questione del fallo.

L’escatologia è il destino del fallo in tutta la sua significazione (Bedeutung). E coloro che non si attengono all’escatologia sembrano tutti imbecilli, ossia senza bastone. Dupes. Senza la piuma sul cappello, come invece portano i notabili del paese (quando ci sono due pesi e due misure ci si trova nella teologia politica, l’errore tecnico dell’escatologia). Curiosa l’affermazione di Lacan che siano les non-dupes a errare.

La guerra delle immagini è quella tra principi genealogici differenti. Prima era la querelle des images. E da sempre è guerra civile planetaria. Ebbene, se il principio della parola non è genealogico, e sfugge all’impresa millenaria dei teismi e degli ateismi, questa è la via dell’uscita dal vicolo altrimenti cieco dei massacri tra umani. Via stretta, difficile, ma anche semplice.

Certamente l’epoca e la sua mondanità vanno contro la direzione intellettuale. Lo si nota anche nella cura redazionale dei testi. Se Peirce si sentiva non letto, e aveva azzerato i rarissimi lettori auspicati da Manzoni, e diceva ironicamente d’essere letto solo dal correttore delle bozze, nel caso di Joseph Ratzinger nemmeno l’elezione a papa ha mantenuto almeno il correttore delle bozze come lettore.

Noi abbiamo letto la ristampa del 2008, e le bozze del libro non sono corrette. Si avverte nettamente che il testo è stato passato allo scanner e “letto” dal programma per il riconoscimento dei caratteri. Permangono degli “rn” per “m”, delle minuscole dopo il punto, dei singolari divenuti plurali e qualche parola non riconosciuta dal programma è saltata dalla frase…

È difficile non porsi il pseudo sillogismo: “se non leggono il papa, figurarsi noi che…”. Per fortuna noi non ci figuriamo, non ci immaginiamo (tale è invece l’invito di Platone al suo interlocutore), anche perché non c’è l’immagine di sé, e l’immagine si qualifica come l’inimmaginabile.

Chi avrebbe mai pensato o immaginato che nonostante l’impero pedagogico e mediologico potesse rimanere aperto uno spiraglio per scrivere una semplice nota come questa?

25 novembre 2010


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