Lo stato dell’arte? Cartoline dalla barbarie


Reportage a cura di AMINTORE PERLEMANI
Il turpe connubio fra laicismo e religiosità produce manifestazioni eterogenee che esprimono il peggio del conformismo e il meglio della decadenza. Così succedeva in ambito artistico all’alba del ventesimo secolo, con l’avvento delle avanguardie. Credendo e adeguandosi alla crisi europea di quell’epoca, gruppuscoli di artisti di ogni ordine e grado s’ispiravano per le loro opere ai manufatti del primitivismo e dell’art brut.
Cosa fa, oggi, il laicismo? S’interroga sulle ragioni della propria religione, ritenuta l’ultima religione, cioè l’ultima verità da esibire.
La nostra deve essere una riflessione totalmente laica, amano dire i contemporanei ragionieri e cerimonieri mediatici. Ebbene, tale riflessione è utile ma per intendere quello che sta avvenendo in materia di iconoclastie, nei settori della vita civile – pubblica e privata – in guise differenti. Non da ultima un’iconoclastia che ostenta una “politica culturale” super partes e che di fatto distrugge tutto ciò che nella nostra cultura italiana e europea ci orienta lungo un solco di tradizione cattolica anzitutto, e cristiana.
Dopo questa breve premessa, consideriamo alcuni aspetti della cultura e dell’arte in Italia a partire dallo sdegno e dall’indignazione dovuti alla constatazione del trattamento “esclusivo” riservato, nel nostro “bel paese”, ai beni culturali, all’arte e alla cultura.
Manipoli di audaci, saltuariamente, si scagliano contro baleniere e pescherecci giapponesi per salvare il tonno rosso e la balena azzurra. Lo stesso dovremmo fare per il patrimonio artistico e culturale dell’Italia. Ci vorrebbe un WWF anche per questo. Stiamo parlando di un macello che dura ormai da troppo tempo. Gli esempi che illustrerò fanno parte delle conseguenze meno rilevanti dello scempio culturale in atto da qualche centinaio di anni.
Perché accostiamo questioni che solitamente rientrano nel religioso con questioni artistiche e culturali? Qual è il centro della questione, qual è il punto. Cioè qual è la condizione delle cose? Il contributo culturale e artistico dell’Italia è stato ed è decisivo per l’Europa. Dobbiamo proprio noi negarlo? Non ritengo esagerato azzardare che il meglio dell’arte europea è cattolico e cristiano. Ma cattolico in che senso? I padri della chiesa e i loro testi, le loro dissertazioni intorno al sacro, all’immagine stanno alla base del pensiero occidentale. Il cattolicesimo introduce l’assenza di iconoclastia. Da qui lo splendore della pittura, della scultura, della scrittura che troviamo nelle chiese, negli edifici, nel paesaggio. L’olos del cattolico stabilisce la lingua di ciascuno: parlando etrusco, romano, padano…
La parete vuota o piena, cancellata o imbrattata, ancorché commentata sono le significazioni dell’iconoclastia.
Parlo del testo cattolico e di quello cristiano. Forse dovrei scusarmi perché questi argomenti non vanno di moda. Ma veniamo al primo esempio, perché non è possibile non dire lo sdegno provocato dall’idiozia e dalle farneticazioni di benpensanti, voyeur, pseudointellettuali, politicanti e idioti in genere che volteggiano per dare fiato al “mondan romore” senza avere la minima idea di quello che dicono e fanno, in particolare quando, loro malgrado, devono entrare in merito a questioni culturali e artistiche.
Primo esempio: un sindaco si permette di rimbrottare la curia perché tale curia avrebbe osato additare l’amministrazione comunale quale responsabile dell’uso improprio e dissennato della piazza del Duomo, in occasione di una festività calcistica. La piazza è del popolo, dunque è di tutti – avrebbe risposto il sindaco – e dunque è giusto che il popolo faccia quello che vuole, anche imbrattare e ridurre la piazza e il circondario a una latrina e a una discarica.
E che cosa aveva da festeggiare la tifoseria? Una tifoseria masochista, senza dubbio, visto che sta lì a ubriacarsi per il fatto che qualcun altro, ossia la squadra e i giocatori, con la loro vittoria, aggiungono qualche milione di euro nelle proprie tasche.
Ma quanti secoli dovranno trascorrere prima che qualcuno capisca che la piazza non è occupabile? Per nessun motivo, né festivo né feriale?
E qual’è l’istituzione deputata a porsi come garante dei diritti della fabbrica del duomo e di quanto è rimasto di sacro nel centro di Milano, visto che la curia non ne avrebbe il diritto. I beni culturali? I vigili urbani? Forse, la tifoseria avversa? Sigh!
Cartolina da Milano.
Cartolina da Roma:
Chiunque, ma proprio chiunque, potrà assistere al remake di Salvate il soldato Ryan, come è capitato a me un po’ di tempo fa in un bel giorno d’estate. Ma va, dove? Non nell’ex macello di qualche città di provincia o in qualche spiaggia assolata, bensì a Roma, magari al Pantheon, cui oggi evidentemente si presterebbe maggiormente l’appellativo di Pandemonio.
Da notare che il percorso per arrivarci, magari partendo da Trastevere (sigh), non è propriamente consigliato, soprattutto il sabato e la domenica. Perché mai? Perché bisognerebbe essere muniti, quand’anche in piena estate, di stivaloni per ripararsi dai cocci di vetro di bottiglia, dagli escrementi, dalle varie e differenti espletazioni svoltesi nottetempo; bisognerebbe inoltre essere muniti anche di tanto pelo sullo stomaco e possibilmente di un bel paio di paraocchi così da non vedere lo stato in cui sono state ridotte le architetture e qualunque edificio s’incontri lungo il cammino.
Se non siete interessati soltanto al sapere sociale – cioè a come la tale corporazione è stata bistrattata dal padrone di turno, nonché dal suo sporco sindacalista – ma avete ancora la curiosità di verificare come vengono trattate le strade, i muri, le lapidi, le iscrizioni, le pietre antiche, passeggiate per le vie del centro di Roma. Non c’è angolo ormai in cui ognuno non abbia ritenuto di poter fare ciò che vuole e ciò che peggio desidera.
Dopo tanta fatica arriverete al Pantheon, dove – visto che evidentemente tutti gli dei se la sono data a gambe per non assistere a quella scena quotidiana, quella specie di Omaha beach che è diventata il loggiato del Pantheon – troverete soltanto una folla di migliaia di persone che entrano e escono, a loro piacimento, si sdraiano, bevono, mangiano, ecc. ecc.
Insomma potete fellinizzarvi ammirando il popolo del turismo, o la massa del turismo del popolo, o il popolo della massa, c’è una tale confusione che non so più cosa dico.
Qual’è lo slogan? Un monumento per tutti? Fatti il tuo monumento? Fatti nel monumento? C’è un pezzo di Roma che ti aspetta? e via discorrendo. Sigh! Ma, scusate, non è che c’è qualcuno in sala che riesce a mettere questo popolo in vendita su ebay?
Carissimi, questa è la lezione, è forse questo il servizio che va reso alla memoria dell’architettura romana e cristiana, memoria di architettura eccelsa, un tempo meta quotidiana, non di turisti picnichizzati e ubriachi, ma, per esempio, del Brunelleschi, tanto per fare un nome, che dal Pantheon trasse ispirazione per la sua cupola fiorentina?
Ma dove sta il sacro e che c’entra? C’è da essere blasmesi e puristi a invocare il sacro.
C’era una volta il sacro… Dobbiamo ormai considerarlo materia dell’ultima chiesa, dell’ultimo altare, dell’ultimo continente? E pensare che ci sono posti in Europa, ma anche in Italia, dove c’è un unico monumento: una piccola pala d’altare, un fazzoletto del terzo secolo avanti Cristo, dove bisogna chiedere il permesso per entrare nell’edificio che li custodisce, e impegnarsi per raggiungerlo, bisogna prenotare e, possibilmente, non urlare durante le visite. Insomma, ci sono posti dove la cultura e l’arte bisogna davvero conquistarsele. E dove l’ospite mette a nostra disposizione cultura e arte, non gratuitamente, non offrendo un’accessibilità senza condizioni. Ci sono posti dove cultura e arte non sono ridotte in pezzi …E pensare che anche per la visita di una grotta marina nel profondo sud, dove la cosa migliore da vedere sono la stalattite e la stalagmite, la guida dell’organizzazione chiede al turista di scaglionarsi lungo la riva, di munirsi di biglietto, di attendere il raggiungimento del numero prefissato e di non usare il flash… vai un po’ a capire…
E qui veniamo alla terzultima notizia di cronaca, non meno importante, che si accosta perfettamente alle precedenti, quella di chi sta ancora a discutere della liceità di appendere o meno il crocifisso alle pareti delle aule della scuola italiana (ciò detto dando per acquisito che esista ancora le scuola italiana, dato che viviamo in un paese dove l’educazione e la formazione dei giovani non è certo al primo posto nei pensieri della nostra intellighenzia e dei nostri centri direzionali). [Da notare che in merito alla questione dell'educazione e della formazione, i suddetti pseudo fanno finta di non sapere che viviamo in un paese dove un educatore, un ricercatore e un restauratore guadagnano in un mese più o meno quello che un idraulico può guadagnare in un giorno, un meccanico in una settimana, un calciatore in mezzora e una banca in 0,3 secondi].
Ma ritorniamo al crocifisso. Perché, vi chiederete, l’idiota perfetto, il ben pensante si pone tale quesito? Ebbene, pseudointellettuali, politici e personaggi politicamente coglioretti, hanno parlato molto e molto parlato della contestazione del crocifisso, dell’opportunità di toglierlo dalle pareti.
La coscienza di colpa dell’italiano mediocre è tangibile. Non sappiamo forse tutti che il crocifisso è già stato tolto, e da mo’? Che l’iconoclastia ha trionfato in ogni settore del sociale? Il testo cattolico, in particolare, e le famose radici cristiane, in generale, non subiscono l’alternanza di chi pensa di poter mettere o togliere il crocifisso. Insomma, per un provvidenziale paradosso, anche togliendolo, è impossibile togliere il crocifisso dalla parete o dalla tradizione, dal racconto. Per fortuna che c’è il paradosso a salvarci da un radioso avvenire come mediterranea enclave del Burundi o dello Sri Lanka.
Ma poi, il nostro, è un crocifisso che darebbe fastidio a chi? Abbiamo capito che l’immagine offende il purista, chi crede di non potersi formare, educare. E offende il laicista che opera il suo bel gesto iconoclasta riducendo il crocifisso in pezzi, cioè riducendolo a qualcosa da spartire fra chi ci crede e chi non ci crede. E pensare che poi ci indignamo se i talebani distruggono a cannonate le statue del Buddha.
Eppure, l’ultima volta che qualcuno si è messo a discutere sull’uso giusto o ingiusto del crocifisso abbiamo avuto la riforma. Calvino ha vietato agli svizzeri questo e quello (cosette del tipo: festeggiare il Natale, vestirsi decentemente, ecc), Lutero a proibire questo e quest’altro. Oggi, andate a vedere come si veste uno svizzero (con tutto il rispetto per i cittadini svizzeri, del resto persone molto intelligenti), passeggiate per le strade del nord Europa, e provate a contare le immagini (di qualsiasi natura) che incontrate, se arrivate a dieci, vuol dire che vi trovate in un quartiere italiano, oppure che siete in Italia, o meglio, in quello che è rimasto dell’Italia.
Eppure, c’è una questione simbolica che si fa ancora sentire, nonostante l’iconoclasmo sia propugnato e ribadito in innumerevoli occasioni, circostanze, ambiti. C’è voluto il ragazzo asiatico, africano, cui verrebbe sottratto un qualche diritto, per farci accorgere che quel crocifisso sta lì, sulle pareti, scatenando l’iconoclastia all’italiana.
Per altro, ci sono paesi che stanno ancora aspettando il rinascimento, e cioè ci sono paesi ancora in ballo per una questione di verità rispetto all’immagine.
L’attenzione posta sul crocifisso è forse solo l’indizio del disagio che viene dal fatto che il crocifisso non c’è più e non c’è più neanche la parete né la scuola né la bottega né l’arte né la cultura.
Questi ragazzi ribadiscono semplicemente il bisogno di integrazione? Certamente e giustamente. Ma, non è proprio questo il cattolicesimo (olos, intero, integrazione, integrità)?
Cosa ci suggerisce tutto ciò? Che non dobbiamo togliere al ragazzo africano l’eventualità che magari qualcuno dei suoi nipoti, se non lui stesso, o i figli dei nipoti (numerosi), domani possa commuoversi, apprezzare, annotare, fare tesoro della sua esperienza italiana, come pure della lettura di un brano di sant’Agostino (del resto africano pure lui) o di san Francesco. Ci suggerisce che non dobbiamo neppure togliere l’eventualità per cui, domani, egli colga l’occasione di apprezzare una crocifissione di Giovanni Bellini o una Madonna del Perugino. E, forse, passeggiando, una domenica mattina, lungo una strada italiana, potrà ricordare che un suo avo ha contribuito al restauro di quella casa o di quella strada, o di un’opera d’arte del quattrocento, o ancora che ha contribuito al restauro e ha arricchito la casa in cui la sua famiglia è vissuta per tanti anni nel suo paese di origine.
