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L’ARTE FUORI DI SÉ. Un manifesto per l’età post-tecnologica, pubblicato da Feltrinelli

Libro all'indice, Uncategorized — Alessandro Taglioni | 16/05/2011

recensione al libro di Andrea Balzola e Paolo Rosa


di Alessandro Taglioni


Questo libro già nel titolo auspica qualcosa di post, e forse nell’intento degli autori la cosa voleva essere di buon auspicio per le nuove generazioni, ma in realtà, non mi è parso un manifesto della modernità, bensì un’estrinsecazione che celebra il tecnicismo e la tecnologia in generale. In ogni paragrafo, vengono cavalcate idee perfettamente riesumate e riciclate dal trend performativo del Novecento.

È un manifesto-apologia – totalmente demagogico – che buonisticamente vorrebbe auspicare una improbabile trombosi del luogo comune, ma, alla fine, si riafferma come manifesto dell’ennesimo totemismo tribale pre età del bronzo.

L’esimio collega che, pressocché quotidianamente, mi rimprovera di scrivere soltanto e troppe invettive, mi sprona a chiedermi perché farsi carico della lettura di questo libro, che, per ora, confesso, sono riuscito a leggere soltanto fino a pagina 75.

Origliando fra me e me – come ci suggerisce amabilmente Harold Bloom, che avrò modo di citare ancora – ritengo che sia perché non è possibile lasciar passare senza scrittura e non segnalare, evidentemente, come ci siano ancora demiurghi e preti laici che, dopo 50 anni e più di disastri avanguardisti, abbiano il fegato di enfatizzare marinettianamente l’utilità della locomotiva, del motore (di ricerca?), delle tecnologie, della rete, della condivisione, e quant’altro.

Del resto, cosa ci possiamo mai attendere da un testo che si apre così: “Viviamo un’epoca cruciale dominata dalla tecnica..”. Ogni avanguardia che si rispetti ha celebrato e ha manifestato il fasto, il trionfo tecnologico, le conquiste della contemporaneità, i rituali, le comunità, le innovazioni, le creazioni. E senza mai omettere un’apparente condanna della tecnologia precedente. Il demagogo cosa fa? Divide in due il caso e postula una tecnologia buona contro una tecnologia cattiva. Il buon uso della tecnologia, dei mezzi, degli utensili, è uno sport sano e transnazionale. Per avanzare un’arte fuori di sé, come dice il titolo, cioè ancora platonica, ancora futurista o, meglio, dadaista.

installazione concettuale a opera degli scalpellini francesi, Feltre 1797

Qualcosa di nuovo? Ancora l’idea del demiurgo pazzo, invasato, applicata però all’idea della supposta affermazione di una rinnovata comunità, questa volta virtuale o interattiva.

I precetti dell’idiozia inneggiano alla contemporaneità e vengono facilmente profusi.  Bisogna che l’artista manifesti il suo tempo, sia testimone del zeitgeist, totalmente presentificato, quindi totalmente idiota.

Cosa deve fare l’artista contemporaneo? “L’artista deve saper uscire dal suo studio, attivare le proprie antenne e immergersi tra i gesti, gli sguardi, le storie e i comportamenti delle persone, calpestare il territorio per cogliere i segni visibili e invisibili della memoria collettiva”.

Sigh. È qualcosa che già fanno le telecamere apposte negli incroci stradali, perché servirebbe un artista per questo? Per una nuova visione o un nuovo ordine del mondo per i quali bastavano già un Bush o un Obama? Perché scomodare l’artista?

C’è una qualche istanza linguistica, logica, culturale, artistica in questo manifesto del savoir faire? Qualcuno osa forse dire che quell’artista, prima di uscire dallo studio per proporre le sue “creazioni”, torni a studiare catechismo in qualche patronato, se proprio proprio non ha voglia di leggere un libro o una novella. O, più radicalmente, qualcuno che osi dire che il suddetto artista passi in biblioteca a leggere qualche libro, ci resti per trent’anni, nella speranza che, dopo, riesca a “creare”, forse meglio produrre, qualcosa di interessante?

Questo libro ci propone le stesse istanze avanguardiste già sentite nei recenti trascorsi, adesso camuffate da perbenismo innovativo. Percorsi già tracciati dal futurismo, dal surrealismo e soprattutto dalla pop art. Il tecnicismo e il macchinismo, in questa demagogia, risultano lo schiavo e il padrone del fare artistico. Un tecnicismo che, in realtà, è un macchinismo, totalmente laicista, che si affaccenda nella fabbricazione di macchine d’altare fasulle, totemiche, arcaiche, dove il pensiero, la lingua, la ricerca, l’emulazione, il sacro, vengono espunti con il gesto performativo catartico.

L’irrappresentabile viene convertito in tutto ciò che ammicca alla eventuale cancellazione della materia dall’arte. Ecco il tecnicismo e il macchinismo. Arte e cultura possono allora ridursi nella performance creata magicamente per via della supposta esistenza di una memoria collettiva. In questo senso, “l’arte fuori di sé“, che in questo libro richiede la presenza del termine tecnologia ogni sei o sette righe, fa il gioco del sistema che vorrebbe contrastare.

Giovanni Papini, cofondatore del futurismo, nonché teorico dello stesso, a suo tempo, ne criticò ampiamente i risultati, praticamente, gli stessi principi che qui si vogliono riaffermare. Papini non è bastato, se oggi c’è ancora qualcuno in giro che insiste a elogiare le locomotive, le auto o l’interattività, che è la stessa cosa. L’idea di “costruire modelli estetici sulla base di comportamenti innescati” dai nuovi dispositivi di rete emula quello che ha fatto la pop art. Evidentemente il comportamentismo miete ancora vittime, siamo ancora schiavi di Andy w. e della psicologia spicciola, preferibilmente junghiana, o schiavi di Fluxus, che è lo stesso. Tautologia della connessione, perché deve essere una buona connessione. “L’habitat è un ambiente interattivo”. Ma cosa avrà mai di così importante da trasmetterci questo novello artista interattivo, con le sue nuove forme di narrazione, creazione, illuminazione? Un altro gesto, bello o brutto? “Risultato di un viaggio sciamanico nell’ignoto e nell’invisibile dove si aprono nuovi percorsi e con cui si conduce la comunità su di essi mediante un rito iniziatico e una cosmogonia di miti e metafore”.

installazione concettuale a opera degli scalpellini francesi, Feltre 1797

Che dio ci aiuti. Se dovessi scegliere fra una visita a Stonehenge per assistere alla congiuntura degli astri, e una visita alla pala di San Giobbe di Giovanni Bellini esposta nelle gallerie dell’accademia, è inutile rispondere che cosa mi precipiterei a visitare. Comunque, fin dagli anni sessanta, a sentire i due autori, le tecnocrazie avanzano a grandi passi per far emergere “nuovi modelli possibili di percezione e comportamento”.

Forse questo manifesto ci propone o punta a farci digerire l’idea di una nuova e originale teatralizzazione delle tecniche artistiche nel luogo ideale della nuova tecnologia. Ma siamo proprio sicuri che ciò non avvenga attraverso la cancellazione della parola, della lingua, della cultura, della tradizione? Sarei felice di ricredermi se qualche guru delle arti performative ci proponesse, come novità assoluta, una performance in cui troviamo un collettivo di artisti intento a leggere e a scrivere per settimane e settimane, non in una strada o in un parcheggio, ma in un archivio, o in un museo, o in una biblioteca, o basilica, o eremo. Sarebbe una performance straordinaria. Perché per quanto riguarda le strade, le piazze e i supermercati abbiamo capito e esplorato in modo esaustivo tutto ciò che fa parte del contemporaneo. Ora vogliamo capire se, per caso, la performance possa formulare un’ipotesi che vada un po’ più in là della solita zuppa di Andy Warhol.

Performance – un termine intraducibile nella nostra lingua – che ci vuole ancora parlare con il linguaggio mutuato dall’ontologia del luogo comune, dall’apologia di un novello nichilismo e soprattutto dal sogno di realizzare un luogo comune perfetto, guarito da tutti i mali della società. Linguaggio che è quello della ormai sacrale e imperativa performance utopista. L’unica differenza fra l’idea novecentista di performance e quella odierna è la supposizione tratta dal peggiore junghismo che la rete sia metafora dell’inconscio collettivo, che esista un inconscio collettivo o utopia o tecnologia, dove tutti, finalmente, guariscono da qualche cosa, per esempio dall’esubero di segni nella società, quell’esubero che giustificherebbe la cancellazione della materia, della cultura, del sacro.

Dobbiamo, dando retta all’epoca, per forza proclamarci anti barocchi? E così abbiamo capito che il contemporaneo, cioè l’epoca, non è barocco né dannunziano e neppure pirandelliano. Auspichiamo almeno che non sia neopaleolitico. Eventualmente, nella peggiore delle ipotesi, proponiamo che almeno ridiventi paleocristiano.

“La creazione di dispositivi interattivi partecipativi, di habitat multimediali”, in breve le performance, si affidano a questo francesismo, o inglesismo che il termine linguistico trae con sé. Sinonimo di prestazione, di esecuzione, cioè di un tecnicismo che si presta agevolmente a tutte le estensioni ideologiche. E come può non significare il paradigma dell’esorcismo tribale? Anche con l’ausilio di un’apparente critica degli stereotipi del sistema dell’arte, in realtà, avviene sempre la sacralizzazione di quegli stessi stereotipi.

L’idea, ormai consacrata dall’epoca, che esista la cosiddetta creatività o il creativo, è proprio la credenza nella nobile menzogna. Sono certo che Benozzo Gozzoli o Piero della Francesca non si ponessero il problema di essere creativi. E sono altrettanto certo che il tizio che per primo si è posto tale questione doveva, con tutta probabilità, assomigliare a un fantozzi che, mentre usciva ubriaco da un bar, veniva improvvisamente colpito da una tegola vagante, cioè da questa stessa improvvida creatività. Perché supporre, affidarsi all’ipotesi di una creatività che non esiste, che è un’invenzione romantica, cioè paleolitica, di cui possiamo ben riscontrare i disastri che ha variamente prodotto?

Dove sta, in questo manifesto, la formazione dell’artista? La scuola? La lettura? La scrittura? Può davvero l’artista multimediale o virtuale, con la performance, introdurci in qualcosa di innovativo, di inedito, di audace se si ritiene esentato dal trascorrere – non dico, come Borges, tutta la vita – almeno sette anni o dodici giorni o sette minuti in biblioteca a leggere e prendere appunti? Se così non avviene, quell’artista uscirà dal suo studio armato di soli gesti scaramantici, virtuali e anacronistici, laicisti, pagani, informali. Farneticherà a proposito di una pseudoteologia del non senso, rivestita di buonismo, di socialismo, di umanismo bestiale, di uterocosmesi. E risulterà politicamente corretto o scorretto, ma sempre socialmente accettabile e intellettualmente nullo.

giù le mani, su le mani

Non basta che l’artista si “metta in rete” per inaugurare una novella bottega rinascimentale, non basta l’interdisciplinarietà per uscire dal sistema. Non basta lo psichismo che elogia la pazzia platonica, se occorre intendere ben altra follia, essenziale quanto il rigore alla produzione intellettuale e artistica. A meno che non si voglia restare a marcire nel comportamentismo che magari si eccita davanti al messaggio sociale, alla performance politica, alla multimedialità piuttosto che al multiculturalismo, vale a dire all’arte che, secondo il manifesto descritto nel libro in questione, deve assolutamente avere un “impatto sulla società”. Abbiamo visto e constatato gli impatti che si sono susseguiti dal novecento a oggi, i tromboni, i trombetti, le scorregge concettuali, che, di volta in volta, hanno affermato il loro comportamento in alternativa al comportamento dei vecchi comportamenti alternativi.

Che questi manifestanti abbiano l’umiltà di leggere Harold Bloom, il quale, qualche ventennio fa, ci ha spiegato, e pure brillantemente, qualcosa sui precursori. E se proprio non gliene fregasse niente del Quattrocento italiano, che leggano cosa scrive – ancora Bloom – della “Scuola del risentimento” contro i dispositivi letterari e culturali di Dante, di Shakespeare. Che lo facciano, prima che l’artista esca dall’atelier, armato di mani senza cervello, pronte soltanto a fare qualche gestaccio tanto surreale quanto esorcistico, affine alla “centralità sociale” tanto auspicata.

A pagina 28 leggiamo sprazzi d’improvvisa lucidità quando gli autori, o l’autore, annotano l’inaridimento dovuto al “ripiegamento” dell’arte su se stessa, un ripiegamento che produce “un concettualismo criptico, ostacola la partecipazione del pubblico e giustifica con un apparente principio di libertà qualsiasi operazione”.

La famigerata libertà tanto agognata, in arte e non solo, si rivela un’arma doppiamente e sinistramente spuntata, “dove tutto diventa possibile”. E meno male che, dopo qualche secolo, qualcuno si accorge: “processi mediatici” che attendono al caso contemporaneo e presenzialista funzionale al sistema, la ricerca “ossessiva del segno forte”, “l’eccesso, l’esagerata meraviglia”. Tutta la produzione postduchampiana del “qualsiasi tecnica è possibile” tiene fede alle macchine celibi dei vecchi precursori dada. Qualcuno dunque si accorge: “il sistema chiede all’artista oggetti che siano facilmente riconoscibili”, “essendo l’opera soprattutto un risultato concettuale”.

Dunque un breve riconoscimento, fra queste righe, della spettacolarità decadente di cui, ahinoi, salviamo, per ironia della sorte, soltanto gli spot pubblicitari.

E così annotiamo ancora qualcosa verso la fine dello stesso capitolo quando gli autori segnalano che non si tratta di un’arte di “rappresentazione, bensì di un’arte di progettazione, un’arte… sulla base di una valorizzazione delle esperienze significative del passato…”.

Il discorso tecnologico immagina di poter trattare la materia anzi di poter trattare la multimateria. Uno dei postulati irrimediabili che tiene strette l’arte e la cultura nell’ideologia della liberazione, della sperimentazione, della performance.

Non credo che le opere di Verdi e di Puccini fossero costruite a partire dalla fede nell’impianto tecnologico sperimentale, pur trattandosi di “macchine d’altare”, di dispositivi di produzione che raccoglievano le competenze di arti e artisti differenti secondo una logica e una struttura non esenti da legge, etica e clinica. Nelle mistificazioni della tecnologia c’è qualcosa che sta al di qua dell’invenzione e dell’arte, qualcosa che si avvale di postulati razzisti, in un certo senso, quelli che suppongono l’autonomia dei segni, che suppongono l’autonomia dei suoni, dei gesti, avulsi da qualsiasi contesto logico, strutturale, culturale, linguistico, tecnico. Questo vale a trattare la materia come si tratta un ospedalizzato, per mantenere e proseguire nel solco del trattamento l’arte, quasi trattamento della malattia mentale.

L’arte che va “fuori di sé” è arte dell’eterna metafora, dell’eterno femminino androgino che parte dal platonismo e finisce con l’animismo. Questo è ciò che si merita “una società che progetta comportamenti”. Per cancellare, insieme con lo psichico, anche l’estetica, perché, tanto, basta il soggetto automa per fare arte. Nella migliore delle ipotesi, lo scriversi nel corpo e lo scriversi nella scena contemporanei compiono un rituale esorcistico contro la cultura. I frutti di questo esorcismo occupano le strade e le piazze, le istituzioni, contemporaneamente.

Per fare arte non c’è bisogno di studiare? Beh, certo, basta l’animale fantastico, basta l’androgino!

“La responsabilità dell’artista è quella di colui che vive il suo presente e partecipa alla sensibilità collettiva che lo circonda”, potremmo leggere queste righe in direzione di una rinnovata ipotesi programmatica per rinnovati edificatori di ecclesie psicognostiche giustappunto per la “socializzazione necessaria delle pratiche artistiche”.

C’è poi un capitolo che avanza una sorta di ideologia delle sensazioni in cui fra le altre cose scopriamo che “l’artista opera direttamente sulla luce” (chissà cosa ne penserebbe Sant’Agostino oppure Leonardo, lui che prediligeva dipingere con la penombra) gli bastano i sensi (alla faccia del naturalismo) per operare. Allo scopo di “risensibilizzare un’umanità anestetizzata”. Ve l’avevo detto che l’arte migliore per l’epoca è lo psicofarmaco.

È questo il postulato invisibile e inatteso del manifesto cosiddetto contemporaneo: arte come psicofarmaco, che deve guarirci e salvarci in virtù di queste transumanze demonistiche contro l’estetica. Ci vuole il viagra performante, ci vuole l’art doping. Le tecnologie hanno… Le tecnologie fanno… “la sinestesia, generata dalle risonanze tra i sensi, guadagna quindi una nuova centralità”. “L’esperienza sinestetica è infatti capace di rivitalizzare le singole sensorialità con le sue imprevedibili combinazioni”. Artista come osteopata o psicopompo e arte come viagra o psicofarmaco. Ma che bella sensazione! Polisensorialità e sensi distribuiti en plein air democraticamente. Dal senso al senso, verso un nuovo sciamanesimo.

qui sorgeva

Le tecnologie, così concepite, operano esorcismi linguistici, compiono olocausti permanenti e itineranti a scapito della materia, dell’oggetto della parola, del tempo.

Ora che abbiamo capito che secondo questa contemporaneità la città è un ospedale psichiatrico, riesco anche a capire il perché di tanti arredi urbani, dei recenti monumenti milanesi dedicati a Castrone e delle recentissime installazioni paladine di sé medesimi.

Forse è questa la “saturazione semiotica” cui si riferiscono gli autori del manifesto. Forse è questo, non il teatro, ma lo scenario senza scrittura e senza lettura che ci attende con l’edificazione di queste nuove ecclesie. Forse è questa la cancellazione della memoria cui si riferisce l’autore quando parla di “immaginario collettivo”.

Buon olocausto a tutti, dunque e chi s’è visto s’è rivisto.


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Thor e il paradosso di Leone Tolstoj

Libro sul tavolo, Uncategorized — Alessandro Taglioni | 10/05/2011

di Santo Pictis


Visto Thor in 3D. Sarabanda avvilente di effetti speciali. E, udite udite, la regia è di Kenneth Branagh, ex regista e attore shakespeariano fra i migliori sulla piazza e fra i mei preferiti. Storiella trita e ritrita del fratello buono e del fratello cattivo di fronte al padre morente. Entrambi immersi nelle sabbie mobili del falso problema della successione. Entrambi compiono la loro scalata sociale verso il trono: Loki, il cattivo, ne morirà, Thor, il buono, sopravvive, purtroppo, dato che rasenta l’idiozia pura: ugualmente idiota quando aggiusterebbe tutto menando pugni e calci coadiuvato dal martellone e quando, scagliato sulla terra, e privato del martellone, diventa buono e servizievole e idiotamente sorride preparando la colazione agli umani, soccorrendo gli ubriachi, ecc.

Tutta una spettacolarità che proprio non sarebbe piaciuta a Leone Tolstoj. Lui che prediligeva la semplicità nei cosiddetti “modi espressivi”, l’ingenuità addirittura. E che non ci fosse spreco di quattrini nella fattura dell’opera d’arte.

Su Agard, paese natale di Thor, l’urbanistica rasenta il ridicolo, tutto il peggio del peggio mai visto nella fantascienza: palazzi dorati, guglie gotiche ovunque, nessuna eleganza. Perché appena c’è una nuova tecnica viene subito ridotta a tecnicismo e utilizzata per sostituire tutto: l’intelligenza, la finezza intellettuale, il cervello in toto? Potere utilizzare il 3D non basta per salvare un film dalla spazzatura.

Povero Leone, se l’avessi portato con me nel multisala del Villaggio Bicocca avrebbe pianto tutte le sue lacrime. Penso, già solo vedendo il suddetto Villaggio Bicocca.

Ma il paradosso sta qui: il nostro amico di lunga pezza, Leone, intende che, appunto, la semplicità, l’ingenuità dell’opera d’arte sia il modo perché l’arte, diciamo così, piaccia al popolo. L’arte spettacolare, con ambientazioni assurde, con effetti speciali insensati e grossolani, insomma l’arte troppo lontana dal contesto in cui “il popolo” si trova, secondo lui, non piace al popolo, il popolo non la capisce, non perché non abbia i mezzi culturali per capirla, ma perché non autentica. Quindi, secondo lui, alla sua epoca, inutile mandare il popolo a teatro perché si sarebbe annoiato ad assistere a pièce ambientate in Egitto o simili.

Cosa direbbe oggi Leone constatando che il popolo accorre in massa dal Thor di Kenneth Branagh, senza, per altro, nessuna speranza che qualcuno sia indotto dal film a leggere un libro che narri le vicende delle mitologie nordiche?

Il popolo di Tolstoj era forse un’idea di Tolstoj stesso, un’idea in merito all’interlocutore, un’idea in merito al pubblico della scrittura, in cui lui eccelleva. Tuttavia, nel saggio Che cos’è l’arte, dichiara che quanto da lui scritto prima del saggio in questione appartiene “all’arte deteriore” poiché il suo è il gusto pervertito delle persone che hanno ricevuto un’educazione sbagliata.

Esisteva poi davvero questo popolo? Abbastanza facile rispondere che oggi non esiste, ma, forse, neppure allora. Il popolo russo, la grande anima russa prima della rivoluzione bolscevica, prima del comunismo. Il popolo guidato dalla “coscienza religiosa”. E l’arte, secondo Leone, ha il compito di attenersi alla coscienza religiosa, così facendo comunicherà gioia, tristezza, ideali, pensieri. Quando l’arte non comunica niente allora non è riuscita, quando il popolo si annoia di fronte a essa, quando il popolo non la capisce, allora l’arte non è tale. Ma chi sarà mai questo popolo, cui Tolstoj stesso ambisce di appartenere?

Solo un aristocratico assoluto come Tolstoj può oggi risultare autenticamente “populista”. Lui che non ha bisogno di favori, di mazzette, né di accaparrarsi voti alle elezioni, lui che ha già avuto con i suoi libri quel successo sociale che ci mondanizza, che ci rende schiavi del mondo. E irrimediabilmente terrestri, quindi contenti di vedere al cinema che potrebbe anche capitare, in un giorno di tuoni e fulmini, d’incontrare Thor sotto casa o appena fuori dall’Esselunga.

Non si tratta per Tolstoj di un popolo che funge da minimo comun denominatore per l’ignoranza, ma quasi un popolo che riporta le cose alla loro natura, alla loro tradizione e invenzione, a un’arte che è arte di vita. L’artigiano è artista e l’artista bisogna che sia artigiano.

Il nostro amico ci racconta che non c’è bisogno di qualificarsi artisti per esporre sedie rotte, caffettiere arrugginite, manichini squartati: questo è erotismo, ipnosi, è il “ci si adatta a tutto”. Leone ci spiega che se un critico esprime parere favorevole in merito a un’opera appartenente a un certo genere, nel giro di pochi mesi quel genere si rimpinguerà di centinaia di esponenti.

Sempre Tolstoj inveisce, in una panoramica  dotta e utilissima, contro il concetto di estetica, che analizza passandone in rassegna i vari esponenti (Baumgarten, Croce, Winckelmann, Lessing, Herder, Goethe, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Herbart, Schopenhauer, per citare i più noti). Le sue letture sono in lingua originale: inglese, francese, italiano, tedesco e le lingue classiche. Cita anche  autori italiani pressoché sconosciuti in Italia: Giuseppe Spalletti, Mario Pagano, Mario Pilo.

Lungo questo excursus ci dice che l’arte non è rappresentazione del bello o godimento del bello. Il bello sarebbe un concetto per la cui definizione bisogna fare riferimento a un altro concetto. Per esempio: il bello sta nella natura. E la natura dove sta? La natura delle cose sta negli alberi, nelle pecore o dove?

E, poi, il bello, di fatto, sotto sotto, è un abito del bene. Il bene è buono, fino ai francesi che fanno dell’arte una faccenda di buon gusto. Ma non c’interessa neppure l’arte che, hegelianamente, manifesti l’idea.

“E perciò l’attività artistica è importantissima, almeno quanto lo è l’attività della parola, e altrettanto diffusa […] l’arte, intesa nel senso più ampio, pervade tutta la nostra esistenza; e tuttavia solo alcune delle sue manifestazioni sono da noi chiamate arte”.

Insomma, l’arte è una questione seria: perché sprecare quattrini, mezzi, tempo, persone, mi chiede Leone, per due ore di frastuono in cui vengono pronunciate al massimo una cinquantina di parole, due ore di luci psichedeliche e abbaglianti che teletrasportano dèi e uomini  di qua e di là?

La vita stessa diventa un teletrasporto se ci abituiamo all’epoca.

Da leggere Che cos’è l’arte, testo erudito, ma semplice. Alcuni giudizi sul Rinascimento, sulle composizioni di Beethoven ormai cieco, su Shakespeare e altri risultano, per noi, degli svarioni, dei purismi forse, però è una lettura che serve per il viaggio in cui stiamo, per quando ci soffermiamo di fronte a una scultura, quando passeggiamo in un borgo o lungo i fiumi e le spiagge della scrittura.

E, poi, se proprio volete vedere Thor, andateci con Leone.

Lev Tolstoj, Che cos’è l’arte?, Donzelli Editore, 2010

Thor, regia di Kenneth Branagh, 2011: prodotto deperibile, oggi nelle sale, domani già andato a male


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San Carlo Borromeo for president

Libro sul tavolo, Uncategorized — Alessandro Taglioni | 23/11/2010

San Carlo Borromeo for president

un vero uomo, non credente

Per ragioni di salute, giunge su questo tavolo il libro di Fabiola Giancotti.

Un volumone che pesa circa tre chili, e che pure si può leggere in una giornata, con qualche centinaia di immagini in altissima e cattolica risoluzione, 62 opere inedite di artisti europei, foto, apparati, lettere, aforismi, indici.

Credo sia un libro molto utile sia a chi non ha mai sentito parlare di Carlo Borromeo sia a chi si ritiene esperto, biografo, specialista.

Se ne avessimo uno, di Carlo, oggi, Milano e l’intero pianeta avrebbero già affrontato brillantemente la peste contemporanea che oggi tutti i cerimonieri di varia e colorita calca si affannano a commentare, descrivere, rimproverare. Del resto, l’imbarbarimento generalizzato di cui faremo fatica qui a elencare i requisiti non si chiama più peste, ma tanto vale.

E la peste del 1576-77? Mentre tutti fuggono, lui organizza, allestisce, celebra, amministra, scrive, prega, insegna, finanzia, distribuisce, comunica, non perde tempo.

Interviene lungo la peste perché non crede nella malattia!! Eppure guarisce, anzi, sana, opera in salute. Potremmo dire, in maniera quasi blasfema, che interviene come fosse davvero un non credente. Ma in quale accezione? Comunica e ci erudisce, inventando una comunicazione fino a allora inesistente. Senza credere a quello che vede. Dunque comunica gli appestati e non solo quelli.

Impariamo – se fosse possibile imparare – dal suo esempio: egli non crede neppure per un secondo di trovarsi di fronte allo spettacolo sacrificale della peste, come non crede allo spettacolo offerto dalla riforma. Eppure gli dobbiamo la salute di Milano, la controriforma e altro ancora.

Ci insegna a viaggiare. Quale materia ci permette di esplorare il viaggio di quest’uomo che non credeva in una speranza frutto di vane speranze, di prudenze di pruriti e di diligenze?

Ci spiega la preghiera? Inaugura l’intellettualità, insiste sull’humilitas – quasi una sua invenzione –. Quest’uomo che non occorre definire grande (né alto) eppure apostrofato dal detrattore come “ladro di uomini”, lui che, con un eufemismo potremmo dire collaboratore di Dio, ci consegna un’infinità di materiale intorno alla questione dell’assoluto, alla solennità dell’opera, di dio operatore, dell’operazione.

Opera e orazione. Lui, procedendo dalla croce, introduce l’arte nell’orazione e per questo ne scrive incessantemente anche oltre le pagine delle sue istruzioni. È la scrittura di ciascuno di quei dispositivi atti a reinventare ciascuna volta l’orazione come se prima non ci fosse mai stata. Quasi tenesse a dirci che essa non può che trovarsi viaggiando, costantemente, nel gerundio.

Procedendo dalla croce.

Fino a disegnare il nuovo palazzo, il nuovo collegio, la nuova chiesa, a fornire indicazioni strutturali, chiesa rialzata, con la pianta a croce, con le finestre alte; insomma cose semplici, essenziali per la comunicazione.

Forse ci sono libri che spiegano, e ci sono libri che commentano, però ci sono anche libri che potremmo quasi definire dei manuali, ma non di normali istruzioni, bensì manuali di esperienza, di identificazione, in cui la ricerca, la testimonianza ci servono, servono al lettore. Perciò abbiamo bisogno di questo san Carlo Borromeo, anche nella forma di questo libro che tiene conto del suo testo, grazie all’Autrice Fabiola Giancotti, che nei primi capitoli compie una lettura puntuale e attuale dell’itinerario di san Carlo. E quindi ci restituisce il suo testo. Ma non dobbiamo dimenticare che il libro tiene conto anche dell’arte di san Carlo, attraverso altre opere d’arte di autori che cercano e trovano il modo di ringraziarlo, con dipinti, sculture, disegni.

Il volume ci permette di leggere vari fra gli aforismi più belli e suggestivi, di ammirare la calligrafia straordinaria e l’impaginazione delle orazioni, l’inchiostro indelebile che non ha mai lo stesso colore, le immagini, insomma di ammirarne il ritratto, il testo, il film in maniera anche non religiosa, se vogliamo, e farne tesoro un po’ per volta, perché si tratta di materiale non archiviabile e non riducibile a un unico motto, nonostante il suo sia straordinario, o riducibile a un unico stemma, nonostante sia vario e differente quello dei Borromeo, o a un unico tempo, quello di una breve consultazione.

Viva San Carlo, “buon romano”, for president.


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