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	<title>il libro</title>
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	<description>cultura e arte</description>
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		<title>L&#8217;altro tempo di Adolfo Wildt</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 17:46:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro sul tavolo]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
Adolfo Wildt (1868-1931)
Forlì, 11 marzo 2012
Bella e importante mostra, ricca di paragoni e riferimenti, talvolta calzanti, talvolta conformisti e [<a href="http://blog.taglioni.com/2012/04/laltro-tempo-di-adolfo-wildt-a-forli/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-size: large;"> </span></em></p>
<p><span style="font-size: x-large;">Adolfo Wildt (1868-1931)</span></p>
<p><em><span style="font-size: medium;">Forlì, 11 marzo 2012</span></em></p>
<p>Bella e importante mostra, ricca di paragoni e riferimenti, talvolta calzanti, talvolta conformisti e bislacchi. Azzeccata la dualità Wildt-Bambaia. Un avvio interessante della mostra, che ci fa pregustare un bel  tour in compagnia dei nostri quattrocentisti del Norditalia. Forse il merletto in pietra costituito da questa somma opera di Bambaia annota che si può andare anche oltre Wildt. Tale opera annulla qualsiasi concetto di alto/bassorilievo e vale da solo l&#8217;intera visita forlivese. Opera straordinaria d&#8217;intarsio più che di scultura, tanto romanica quanto rinascimentale, elaborata in una tessitura di Damasco che ci introduce a temi che in altro modo verranno esplorati da Wildt: la pluridimensionalità, il labirinto, e l&#8217;eventualità di ottenere infinite dimensioni con la materia della scultura.</p>
<p><em><img class="alignleft" style="margin: 10px; border: 10px" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/foto.jpg" alt="" width="283" height="362" />Vir temporis acti </em>è il titolo dell&#8217;opera forse più appariscente in mostra, ma ascoltando i richiami offerti dall&#8217;Autore, il titolo assurge a motto dell&#8217;intero suo testo scultoreo. Ne emerge, in maniera solenne, sontuosa, eminente, insostanziale, il marmo. Materia straordinaria per virtù luministiche, coloristiche, sensibili e ipersensibili. Il marmo è il “padrone” assoluto di Wildt. Wildt è autore attento ai precursori, ma il suo <em>Vir temporis acti</em>, dalle infinite smorfie, non è propriamente avvicinabile al <em>Sant&#8217;Antonio</em> del Tura presente in mostra. Questo <em>Vir</em>, umano, rappresenta forse il dolore? Nella sua <em>nudità</em> speciale, ci avvia a una attenta lettura, come succede anche con altre sue opere, a partire dallo <em>sguardo,</em> che Wildt ottiene dal marmo con l&#8217;effetto di sottrazione in concavo. In seguito, e man mano, ci conduce verso una esplorazione vivissima e limpida dell&#8217;<em>inumano</em>, con la stranianza della posa e con l&#8217;esagerazione ricorrente, tali da suggerire l&#8217;astrazione, e così conclude, con capezzoli a forma di fiore etrusco, elemento del frivolo.</p>
<p>Ma occorre riflettere sulle basi. Le fondamenta di Wildt si costituiscono in una dualità ben precisa: l&#8217;opera classica del precursore e la preponderanza della materia fittile, da cui debordano le patine dei suoi marmi, che nella loro vita estrema, copiosa e varia, rendono vivente la superficie. Sono patine pellicolari, filmiche, decisive. Le varie <em>mani</em> di lucidatura fatta a polvere valgono la pergamena eterna del supporto scritturale. Quale scrittura? Quella dell&#8217;inchiostro scalpellare, quella che l&#8217;Autore rende attraverso la sua particolare esagerazione, fra la luce e il buio estremo, quasi cercando lo sguardo. L&#8217;emissione dell&#8217;avorio che contrasta variamente con le notti labirintiche degli orifizi orbitali e acustici. Fino al labirintico e leggero <em>Orecchio,</em> che è già ben avanti nell&#8217;astrazione, fino a superare qualcosa che avviene dopo di lui, doppiando il suo più famoso allievo astrattista Lucio Fontana. E qui è già l&#8217;invenzione astratta.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px; border: 10px" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/foto2.jpg" alt="" width="219" height="292" />Seguendo la carrellata nella sala principale, troviamo anche il <em>Prigione</em> barocco, troviamo una bella interpretazione del Giano bifronte, <em>Carattere fiero, anima gentile</em>, del 1912, con il vezzo di una leggera doratura.</p>
<p>Ma al di là delle mitologie, si pone una questione non da poco: Wildt è forse l&#8217;ultimo milanese, nonché l&#8217;ultimo italiano, fra i veri ritrattisti che operano con la vera materia originaria. Addirittura fra gli ultimi che riusciranno a scrivere qualcosa intorno al tema solenne del martirio.</p>
<p><em>Martirio</em>: in quest&#8217;opera che data 1895, la martire è una giovane ragazza con fazzoletto. È un ritratto eccelso e gentile, con dedica incisa: <em>Martirologio</em>. Elogio di sobrietà, solennità e umiltà. Così avviene pure con la serie delle vedove, che esemplificano l&#8217;<em>humilitas</em> borromeiana, tanto per rimanere milanesi.</p>
<p>Banale invece la scelta di accostare Wildt a Casorati, con il suo manierismo metafisico. In Wildt non c&#8217;è alcuna metafisica e tanto meno avanguardismo. <em>L&#8217;orecchio</em>, e così molte altre sue opere, sono sulla via di una specialissima astrazione che non tiene conto del tempo presente ma dell&#8217;altro tempo. L&#8217;Autore si trova in questo altro tempo, al ritmo di battere e levare, a partire dalla tecnica dall&#8217;intreccio o forse dalla traccia antica, <em>risonante</em>, che elabora una sua particolare accezione di <em>ecografia</em>.</p>
<p>Oltre, la tavola di Crivelli, presente in mostra, <em>Madonna della passione</em> del 455-60, è una tempera 48&#215;71. Madonna archeggiata da una corona di frutta, con particolari fiamminghi: opera di rilievo. La <em>Mater purissima</em> di W. non c&#8217;entra granché con Crivelli, nonostante la trovata o l&#8217;effetto speciale di una aureola che si solleva dal fondale su un volto staccato in altorilievo. Le sue madonne, variamente presenti in mostra, forse sono le produzioni che più danno l&#8217;adito a un certo manierismo. Ma invece i ritratti sono di materia vera.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px; border: 10px" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/foto1.jpg" alt="" width="250" height="297" />Troviamo poi un tardo Bergognone, una <em>Madonna con bambino</em> (del 512)?, forse ritoccata; nello sfondo riquadrato, un santuario e la sua isola, con la bella madonna che porge il velo. Qui c&#8217;è ancora traccia della solennità che sarà in lutto dopo il 400 e per sempre. Al piede dell&#8217;opera la conclusione: da una parte il libro, dall&#8217;altra il frutto.</p>
<p>L&#8217;impostazione di W.: frontalità e multidimensionalità. La lettura deve avvenire su tre facce: la postura restituisce più dimensioni, come nell&#8217;esempio del ritratto di Grubicy. Quindi W. intende argomentare la prospettiva con il solo argomentare una particolare<em> postura</em> nel ritratto. Sempre esagerando, come nell&#8217;esempio di Toscanini. I ritratti sono emblemi? I suoi straordinari ritratti fanno in tempo a sbocciare con dettagli e i <em>marginalia</em> dell&#8217;intreccio: catene, volute, anfratti, quali corollari del labirinto: verso l&#8217;astrazione, e vedremo poi quale.</p>
<p>Piove inaspettato in questa occasione il <em>Sant&#8217;Antonio </em>di Cosme Tura. Regale e in avvicinamento. In quest&#8217;opera, avvenente, nel senso che ci restituisce l&#8217;istante dell&#8217;avvenimento, si tratta dell&#8217;emergenza del tempo. Con una certezza. <em>Il santo</em> si sta dirigendo proprio verso noi lettori, proprio nella nostra direzione. Alle spalle di Antonio il mare, forse Adriatico; colori acidi, acuti, veste-saio robusta, scultorea in bellissima terra di Siena. L&#8217;incalzare del suo passo è quello che abbiamo intravisto fra gli uomini delle nostre colline adriatiche, leggero, deciso e inquieto. Il passo e il piede del tempo. E poi il volto: indescrivibile e intraducibile nella lingua di oggi, con la sua quantità di grinze e di smorfie che poco hanno di umano e molto hanno invece della piega. In questo straordinario ritratto di Antonio, il giglio e il libro concludono la nostra lettura e costituiscono quasi un punto di distrazione ma anche di sollievo rispetto all&#8217;assenza di ritratto che è seguita con le avanguardie.</p>
<p>Il <em>Pio XI </em>del Vaticano, titanico, del 1926, sembra ispirato a qualche antica macchina d&#8217;altare, o forse no. Più un marchingegno da paese dei balocchi, artificioso, che però rende bene l&#8217;idea del ritratto di qualcosa che va oltre l&#8217;uomo e oltre lo stesso papa. Che si tratti del tentativo di ritrarre la chiesa tout court?</p>
<p>Mentre il ritratto di Ferrarin è un fronte-retro particolare, ancora la dualità: la parte del concavo è astratta, con bella doratura, con effetto di tridimensione sbrecciata. Opera moderna, <em>tranciata</em> (questa è una resa del taglio che l&#8217;Autore riprende in altre opere e in altre fogge). La parte convessa ha l&#8217;occhio in sottrazione, e sottrae lo sguardo del lettore. Vale da punto di fuga prospettico per l&#8217;intero ritratto. Come avviene, forse per rimanere in tema, nel caso dell&#8217;opera <em>Santa Lucia</em>.</p>
<p>Poi c&#8217;è un <em>San Francesco </em>nelle due versioni in marmo e bronzo. Nel marmo, l&#8217;occhio destro prende luce dalla tempia destra, che fa a sua volta accendere la materia dell&#8217;incavo dell&#8217;occhio, così da ottenere un effetto carnale e pellicolare, con tanto di tramatura venosa grazie alla materia marmorea. È un san Francesco elegante, il minimo che possiamo dire, con la sua piccola aureola in metallo, miniata per via della giusta dimensione (1926).</p>
<p>Infine <em>Il puro folle. </em>Che possiamo anche dire <em>parfallo</em> o più noto come <em>Parsifal</em>. Un <em>senza fallo</em> oppure un <em>Pare che si falli</em>? Precisione e perfezione di un tema: un piede in una direzione, la gamba in un&#8217;altra direzione, l&#8217;uno in sù, l&#8217;altra in giù. Il corpo si muove in svariati sensi. il sesso di questa figura apparentemente umana, apparentemente maschile, risulta assente, quindi puro. Mentre il volto è quello dello stupore: ritratto perfetto!</p>
<p>Il grande libro di Wildt, in breve, si attiene al sacro, “anche troppo”. Non a caso si tratta soprattutto della ritrattistica di santi cattolici e santi laici, papi, madonne e artisti. Niente sessismo, niente rappresentazioni di facili scabrosità, tette, culi e via discorrendo. Artista degno. Cosa ci suggerisce W. ancora? Che il cosiddetto simbolismo sarà trapiantato pienamente nel 900 con l&#8217;arte concettuale, ma questo ci importa meno. Ci importa invece che nei suoi disegni l&#8217;albero sia quello dell&#8217;astrazione e che diventi <em>l&#8217;astro</em>, quell&#8217;astro che, il curatore della mostra, avvicina, a giusto titolo, a un&#8217;hydria con il suo bel fiore attico e in qualche modo etrusco.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px; border: 10px" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/foto11.jpg" alt="" width="348" height="355" />Per W. esiste l&#8217;<em>albero dell&#8217;astrazione </em>che ha intitolato alla musica e alla poesia, niente di più semplice e assoluto, di fine e intelligente. Ecco un maestro che trova anche il tempo, in uno dei disegni successivi, di sottolineare la distinzione fra religione e fede.</p>
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		<title>Io vi parlo di libertà</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 08:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro sullo scaffale]]></category>
		<category><![CDATA[Note di lettura]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianna Nobile

L&#8217;esperienza del presidente di uno stato dell&#8217;area caucasica, all&#8217;indomani di un conflitto inaspettato. Mikheil Saakasvili, presidente georgiano, in [<a href="http://blog.taglioni.com/2011/07/io-vi-parlo-di-liberta/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianna Nobile</strong></p>
<p><img style="float: left; margin: 10px;" title="Io vi parlo di libertà" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/26127-e1312101448632.jpg" alt="" width="200" height="320" /></p>
<p><span style="font-size: medium;">L&#8217;esperienza del presidente di uno stato dell&#8217;area caucasica, all&#8217;indomani di un conflitto inaspettato. Mikheil Saakasvili, presidente georgiano, in “Io vi parlo di libertà” (Spirali, 2009), risponde apertamente e in modo dettagliato alle domande di Raphael Glucksmann, figlio del famoso filosofo francese André Glucksmann.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vengono esplorate alcune questioni legate al difficile assetto degli stati nati dall&#8217;ex Unione Sovietica come l&#8217;acuirsi delle tensioni nazionalistiche, la difficoltà ad uscire da una mentalità statalista, il contributo dell&#8217;Occidente per l&#8217;affermarsi della democrazia e di un&#8217;economia liberista. Questioni fondamentali sia per la Russia sia per quegli stati da poco divenuti indipendenti e su cui la “grande madre Russia”, stando a Saakasvili, intende esercitare un controllo. Alla crisi russo georgiana dell&#8217;agosto 2008 è dedicato l&#8217;intero primo capitolo, in cui il presidente di Tbilisi racconta la sua versione dei fatti: quella georgiana è stata la risposta a una pretesa di controllo dei confini con l&#8217;Ossezia, e non un attacco, come invece è stato diffuso dai media russi.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In questo libro c&#8217;è la traversata intellettuale e di vita di Saakashvili: la prima formazione scolastica avvenuta durante il regime sovietico, l&#8217;educazione familiare in cui sono emersi molti  riferimenti alla cultura occidentale e ai </span><span style="font-size: medium;">valori della libertà,  l&#8217;interesse crescente verso il mondo occidentale e verso il liberalismo fino al soggiorno per motivi di studio all&#8217;Aia, a Strasburgo e negli Stai Uniti. In questo contesto avviene  l&#8217; incontro e il matrimonio con Sandra, la moglie olandese, poi l&#8217;inizio e la prosecuzione dell&#8217;avventura a capo del governo georgiano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La conoscenza di questi elementi e la generosità con cui l&#8217;autore ne parla danno un inedito punto di vista su Saakasvili e al  suo contributo per lo sviluppo della democrazia in Georgia, e oltre come ipotesi per tutti gli stati che hanno vissuto e vivono sotto regimi totalitari. E&#8217; significativo il titolo dato a questa lunga e </span><span style="font-size: medium;"> articolata</span><span style="font-size: medium;"> intervista : “Io vi parlo di libertà”. Un uomo nato e cresciuto in Unione Sovietica  parla di libertà, e con il significate “io” rafforzato nel titolo, muove una provocazione rispetto alle strutture totalitarie appartenenti all&#8217;ex regime sovietico, in cui è cresciuto.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È interessante il modo in cui il Presidente georgiano descrive il movimento rivoluzionario in Georgia e che ha portato alle dimissioni di Sevardnadze nel 2003. Saakashvili racconta di aver preso parte a quel governo nel 1995, quando ancora credeva possibile una transizione graduale dal sistema postsovietico a una società democratica e liberale. Poi, accorgendosi che gli intrecci con il sistema di privilegi e corruzione non era stato per nulla intaccato, capisce </span><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span><span style="font-size: medium;"> che per il suo Paese è  assolutamente necessario cambiare le regole su cui si era basata fino ad allora la politica nazionale. Ne segue </span><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span><span style="font-size: medium;">un movimento rivoluzionario, la “Rivoluzione delle rose” così chiamato perché prima di occupare il Parlamento i  manifestanti hanno regalato una rosa alle attiviste, a sottolinearne il carattere pacifico. Saakashvili parla dei rivoluzionari come di persone che si sono </span><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span><span style="font-size: medium;">riappropriate della loro dignità e che hanno  acquisito una forma di autodisciplina: le sedi occupate non sono </span><span style="font-size: medium;"><strong> </strong></span><span style="font-size: medium;">state minimamente saccheggiate e, durante le occupazioni, la priorità è stata costruire progetti per il futuro senza alcuna rivendicazione rispetto al passato. Glucksmann nota che la maggior parte dei sostenitori di Saakashvili all&#8217;epoca della rivoluzione appartengono  ai ceti più poveri, pur essendo lui un deciso promotore del liberalismo. Non solo, la dura opposizione creatasi successivamente è  composta da persone appartenenti agli strati sociali più alti. Questo si spiega, secondo il Saakashvili, con il fatto che la classe borghese, composta in larga parte da ricchi funzionari, vede  nelle sue scelte politiche un pericolo per i propri privilegi. L&#8217;impegno di Saakashvili è  volto ad  instaurare nuove regole</span><span style="font-size: medium;"><em> </em></span><span style="font-size: medium;"> per scardinare il sistema di privilegi e</span><span style="font-size: medium;"><em> </em></span><span style="font-size: medium;">corruzione su cui si basava anche il governo post sovietico di Sevardnadze, </span><span style="font-size: medium;">condizione necessaria secondo lui per instaurare la democrazia ed un&#8217;economia basata sul liberalismo: “</span><span style="font-size: medium;">Il liberalismo rappresenta un formidabile strumento egualitario, mette in questione le posizioni acquisite, le rendite e le tradizioni. Secondo me è la filosofia politica più sovversiva e il migliore fattore di aggiustamento di rapporti economici, sociali, culturali e quindi politici”. (pag.120) Questa la vera rivoluzione che Saakashvili racconta nel libro: l&#8217;applicazione di tali principi a una società di casta come quella postsovietica. E rispetto alla questione della forte opposizione che lo ha portato a dimettersi nel 2008 per poi essere rieletto con una netta maggioranza, Saakashvili risponde che molto dello scontento nel suo Paese è  derivato dalla difficoltà di introdurre in tempi rapidi le trasformazioni economiche e sociali attese. E ancora, ribadisce con forza che l&#8217;essenza e la garanzia della democrazia è data proprio dall&#8217;esistenza di un&#8217;opposizione che possa esprimere in modo libero il proprio dissenso e che avanzi nuove ipotesi pragmatiche.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un appello, quello di Saakashvili, che sottolinea come la Georgia sia europea per storia e tradizioni. Il compito, che lui ritiene di dover assolvere per chi lo seguirà nella direzione del Paese, è di trasmettere uno stato stabile e indipendente che sia in grado di ancorare definitivamente la Georgia allo spazio democratico occidentale.</span></p>
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		<title>Giambattista Tiepolo e Salvatore D&#8217;Addario</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 15:48:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Libro sul tavolo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Gianna Nobile

Due modi dell&#8217;arte si incontrano: la parola dello scrittore racconta la pittura di due artisti. È quanto avviene [<a href="http://blog.taglioni.com/2011/07/giambattista-tiepolo-e-salvatore-daddario/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianna Nobile</strong></p>
<p><img class="aligncenter" title="Giambattista Tiepolo e Salvatore D'Addario " src="http://www.thesecondrenaissance.com/media/26469.jpg" alt="" width="300" height="480" /><br />
Due modi dell&#8217;arte si incontrano: la parola dello scrittore racconta la pittura di due artisti. È quanto avviene nei libri della collana “L&#8217;arca. Pittura e scrittura”, pubblicata da Spirali, che raccoglie oltre trenta volumi in edizione trilingue. Ciascun presenta due artisti, l&#8217;uno un maestro classico dell&#8217;arte occidentale l&#8217;altro un contemporaneo, che vengono letti di volta in volta da uno scrittore. Può trattarsi di uno psicanalista, di un poeta, di un filosofo, di un giornalista che accosta i due pittori per una serie di suggestioni e di adiacenze, creando una narrazione inedita e avvincente.</p>
<p>Nel volume dedicato a Giambattista Tiepolo e Salvatore D&#8217;Addario (Spirali/Vel, 60 euro) Francesco Saba Sardi, scrittore e traduttore originario di Trieste, legge l&#8217;opera del Tiepolo in modo nuovo rispetto alla critica tradizionale che ha sempre individuato e contrapposto due “anime artistiche” di Tiepolo. Da un lato la produzione caricaturale, composta da incisioni, schizzi e acquarelli, che rivelerebbe l&#8217;anima ironica e dissacratoria. Dall&#8217;altro la pittura “alta”, classica, a carattere celebrativo, commissionata dai potenti dell&#8217;epoca che, attraverso l&#8217;arte, volevano sottolineare la tenuta politico-sociale del sistema di potere, soprattutto nei periodi di crisi, come nel caso della Serenissima.</p>
<p>Non a caso a Venezia il Tiepolo, come cita Saba Sardi, era chiamato il “Tiepolo dei siori”. Secondo l&#8217;autore non c&#8217;è nessuna contrapposizione: l&#8217; ironia e la dissacrazione emergono anche nella pittura ufficiale, forse aldilà delle intenzioni dell&#8217;autore. Si tratterebbe quindi di una contraddizione solo apparente fra le due differenti produzioni artistiche, che invece non ha nulla a che fare con l&#8217;idea che le vorrebbe in alternativa l&#8217;una all&#8217;altra. Anzi, Saba Sardi trova un continuum nell&#8217;intera opera di Tiepolo proprio nell&#8217;ironia e quindi nella constatazione che l&#8217;immagine artistica non è riproduzione della realtà. Proprio in questo risiede un&#8217; interessante e estrema adiacenza con Salvatore D&#8217;Addario, pittore anconetano che attraverso la sua arte, non confinabile a una sola scuola, ribadisce proprio questo, che non c&#8217;è realismo nell&#8217;arte. Nessuna contrapposizione tra pittura figurativa e pittura astratta. D&#8217;Addario, come Tiepolo, è testimone che l&#8217;arte ha la sua condizione nell&#8217;astrazione. Sarebbe impossibile un&#8217;arte figurativa, sacra, o una natura morta, se questa fosse solo riproduzione realistica. Saba Sardi, legge in questo volume molti affreschi, fra cui alcuni conservati nel palazzo Patriarcale di Udine, eseguiti dal Tiepolo su commissione del patriarca di famiglia veneziana Dionisio Dolfin. Tra questi L&#8217;apparizione dell&#8217;angelo a Sara, che racconta l&#8217;annunciazione della maternità alla donna ottantenne. E&#8217; un dipinto in cui il pittore esprime una forte ironia attraverso il contrasto. Sara ha le sembianze di una popolana che Saba Sardi identifica con Anetina, la gattara sdentata della Venezia plebea, e tuttavia indossa un abito sontuoso, “di certo datole da una gentil dama per farla ben apparire! Sara così elegantemente abbigliata si affaccia da una casupola cadente” . C&#8217;è un contrasto di altezza fra Sara e l&#8217;angelo che, secondo l&#8217;autore, sembra quasi imporre una sua superiorità sull&#8217;anziana donna, confermata dai loro sguardi. Risulta piuttosto altero quello dell&#8217;angelo e quasi stupito, fra l&#8217;intimidito e il divertito quello di Sara che sembra esclamare “Oh Signor!”, scrive Saba Sardi. Anche il gesto di devozione compiuto da Sara nel porre la mano al petto pare contrastante con lo sguardo non propriamente devoto. E&#8217; interessante e molto moderno il modo con cui Tiepolo dipinge la donna anziana e l&#8217;angelo stesso denotando un&#8217;irriverenza rispetto ai canoni dell&#8217;epoca. L&#8217;angelo nella sua debordante fisicità risulta poco angelico e Sara non è lo stereotipo pittorico della donna angelicata: la pelle è rugosa, la bocca è evidentemente sdentata e il suo corpo è quasi rattrappito per la vecchiaia. E&#8217; come se con il Tiepolo facesse irruzione la materia che non ha bisogno di essere purificata e quindi rispettata. Così anche D&#8217;Addario, irriverente nei confronti della materia, utilizza i vari materiali con cui compone le sue opere in modo del tutto arbitrario e inedito e poco rispettoso dei modi convenzionali. Il contributo che Saba Sardi offre con la lettura dei due artisti ci fa capire che l&#8217;opera dell&#8217;artista, nella sua interezza, è un testo da leggere: con le sue pause, le sue elissi, le sue luci e le sue ombre. Non tutto chiaro, non tutto scuro, non tutto spiegabile. Se l&#8217;opera d&#8217;arte è testo, nel testo c&#8217;è sempre dell&#8217;Altro ed è proprio questo che ci invita costantemente a guardare ascoltando, a leggere e a narrare.</p>
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		<title>Recensire senza leggere?</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 09:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro all'indice]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Taglioni
I Savi Saracini cominciarono a sottigliare, e chi riputava il fumo non del cuoco, dicendo molte ragioni: il [<a href="http://blog.taglioni.com/2011/06/recensire-senza-leggere/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="font-size: small;">di Alessandro Taglioni</span></h2>
<p><span style="font-size: small;">I Savi Saracini cominciarono a sottigliare, e chi riputava il fumo non del cuoco, dicendo molte ragioni: il fumo non si può ricevere, e torna ad elemento, </span><strong><span style="font-size: small;">e non ha sostanzia né proprietade che sia utile</span></strong><span style="font-size: small;">; non dee pagare. Altri dicevano: lo fumo era ancora congiunto col mangiare, era in costui signoria e generavasi della sua proprietade, e l’uomo sta per vendere di suo mestiere, e chi ne prende è usanza che paghi. Molte sentenzie v’ebbe. Finalmente fu il consiglio: poi ch’egli sta per vendere le sue derrate, tu et altri per comperare, dissero, tu, giusto Signore, fa che ’l facci giustamente pagare la sua derrata secondo la sua valuta. Se la sua cucina che vende dando l’utile proprietà, di quella suole prendere utile moneta, e ora ch’ha venduto fumo, che è la parte sottile della cucina, fae, Signore, sonare una moneta, e giudica che ’l pagamento s’intenda fatto del suono ch’esce di quella. E così giudicò il Soldano che fosse osservato.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">(Novella IX)</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Mi sono chiesto quali fossero gli apologhi, le novelle o le fiabe che più si sarebbero avvicinate a quanto sto cercando di annotare, da qualche giorno a questa parte, per una breve riflessione. Mi è venuto in mente che, per esempio, saremmo prossimi a quell&#8217;apologo-novella che parla del fumo e dell&#8217;arrosto. Il controllo sulla sostanza porta il controllore a credere nell&#8217;esistenza della madre di tutte le sostanze, al punto da scatenare un putiferio sulla base della sua assenza, per condannare eventualmente alla pena sotto la specie del fumo persecutionis. È la parabola del Novellino rovesciata.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Che non ci sia la sostanza vale sia all&#8217;ipotesi della correzione sia, soprattutto, all&#8217;ipotesi della colpa che quindi andrebbe spartita come torta al posto di quella sostanza che nessuno ha trovato. Tutto ciò vale la pena? La pena crea un&#8217;altra ipotetica sostanza: quella del guru, della circonvenzione, dell&#8217;associazione per delinquere. Nell&#8217;ipotesi in cui la torta fosse esistita veramente, cioè le supposte sostanze appetibili, sarebbe stato lo stesso. Dunque l&#8217;ipotesi è che si possa trovare il modo di spartirsi questa torta.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Si tratta dell&#8217;istituto che oscilla fra l&#8217;assenza di sostanza come colpa e la sostanza come pena. Se dapprima l&#8217;accusa non poteva reggere in assenza di sostanza, poi interviene inevitabilmente l&#8217;accusa di </span><em><span style="font-size: large;">millantata</span></em><span style="font-size: large;"> sostanza: deve sentirsi il suono delle monetine sul tavolo del giudice. Quindi per poter ventilare una condanna al fumo dell&#8217;arrosto, al fumo persecutorio. Constatata l&#8217;assenza di sostanza, non basta, occorre anche constatarne la presenza, perché altrimenti il fumo non si produrrebbe. Nel caso venisse rilevata come inammissibile tale assenza, resteranno da trovare i quattro soldi da far tintinnare per poter poi dire che carta canta. La dicotomia assenza/presenza di sostanza produce il noto animale fantastico del genere dei saprofago/canidi.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">I </span><em><span style="font-size: large;">sapronidi</span></em><span style="font-size: large;"> sentono odore di arrosto, sono affamati e inseguono, inseguono convinti di trovare un gigantesco pezzo di carne o una carogna, ma una volta constatato che era solo fumo …..</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Che cosa aizza i canidi? Qui viene lo scoop. Nessuno in paese, nel circondario, in montagna, in collina, nel grattacielo spenderà una parola per cacciare questi canidi. E quella dei cani aizzati è una vecchia storia. I cani aizzati da tutti i paesani festanti nessuno escluso mantengono da secoli e secoli la stirpe degli strilloni e degli araldi? I canidi, una volta aizzati, non si fermano più, neanche con le cannonate, neanche con l&#8217;apertura domenicale di qualche macello comunale con mucche e maiali a loro disposizione.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Come mai il tentativo costante di estirpare un pensiero nella supposizione di una stirpe cattiva contro una stirpe buona, anche quando un pensiero non appartiene, propriamente, a una genealogia, anche perché produce e promuove dissidenza?</span></p>
<p><span style="font-size: large;">E quale potrà mai essere questa verità ricercata, dopo tutte le camionate di verifiche effettuate? La verità che deve attenersi allo standard.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">La scoperta di una verità che </span><strong><em><span style="font-size: large;">secondo questo</span></em></strong><span style="font-size: large;"> standard non è verità, non ha valore, ancora più radicalmente </span><strong><em><span style="font-size: large;">non è</span></em></strong><span style="font-size: large;">, non esiste. E nessuna prova potrà mai confutare questa inesistenza.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il messaggio che si vorrebbe far passare o che comunque passerebbe con questo attacco istituzionale e con il clamore mediatico che ne consegue, è questo: </span><strong><span style="font-size: large;">la cultura non esiste</span></strong><span style="font-size: large;">, e non serve a fare crescere il Pil del paese. Ma, soprattutto, non serve a nulla ciò che riguarda la valorizzazione </span><em><span style="font-size: large;">tout court</span></em><span style="font-size: large;">: di opere d&#8217;arte, di monumenti, di edizioni, di formazione, di congressi, non vale nulla oppure deve essere una valorizzazione limitata, controllata, timbrata. Se da una parte c&#8217;è un&#8217;Italia dove risulta normale lasciare che Pompei si riseppelisca da sé o lasciar distruggere i beni ambientali, librari, memoriali, c&#8217;è anche una parte di Italia per cui la valorizzazione e soprattutto la troppa valorizzazione è inammissibile.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Soprattutto risulta inammissibile e impossibile, per talune istituzioni e taluni media, che esistano persone che fanno cultura senza un tornaconto personale. Quindi, si tratta, per forza, di una cultura sospetta. Il fatto che persone oneste e responsabili, per un anno, trent&#8217;anni o quarant&#8217;anni, abbiano dedicato la vita a un progetto di questo tipo, che abbiano dedicato il loro lavoro e in alcuni casi anche le loro risorse personali, evidentemente risulta </span><strong><span style="font-size: large;">incredibile</span></strong><span style="font-size: large;">. E ancora peggio tale incredibile viene poi socialmente denigrato e penalizzato.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ci sono prove di vita che confermano questo piccolo contributo culturale, centinaia di migliaia di avvenimenti, migliaia di corsi e di conferenze con date, luoghi, riferimenti ben precisi, centinaia di edizioni e pubblicazioni, mostre d&#8217;arte, fiere, equipe, interviste, nonché archivi storici, iconografici, testimonianze del lavoro incommensurabile, volontario, responsabile, attento di persone che senza orari hanno contribuito a realizzare.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Paradossalmente, sembra un reato la </span><strong><span style="font-size: large;">valorizzazione dell&#8217;arte e della cultura</span></strong><span style="font-size: large;">, dell&#8217;intellettualità, della ricerca scientifica e artistica senza tornaconti personali sociali o istituzionali.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Le banche sarebbero state danneggiate da questa impresa? Ma esiste in Italia una banca che risulti danneggiata, che ci abbia mai smenato due lire, danneggiata da chicchessia? Questa vecchia storiella ha il sapore di una barzelletta raccontata male.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">I nostri redattori non hanno mai fatto l&#8217;errore di recensire un libro senza averlo letto. Dunque, forse, non è il procedimento migliore quello che cerca un riscontro di verità effettiva senza lettura dei documenti. Forse per capire e intendere occorre constatare le attività, i beni, i valori,  evidenti e macroscopici, in loco, prima di azzardarsi a fare ipotesi dichiarando che è tutto falso, fasullo, inesistente oppure che non vale granché.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Questa impresa è un&#8217;impresa di cose difficili, chi si è soltanto avvicinato o chi ha intrapreso questa esperienza, l&#8217;ha fatto guidato da un effettivo interesse per la propria formazione e per la conservazione del patrimonio artistico e culturale di questo paese, che è dato da edifici di pregio ma anche dalla produzione di artisti, scrittori, scienziati che hanno trovato, per esempio alla villa Borromeo, un dispositivo di ospitalità unico nel suo genere e che ha favorito una ricca produzione. Nonostante questo attacco, per noi, ciascun giorno, la battaglia resta soltanto culturale affinché questa impresa possa proseguire.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Quante imprese culturali di questa entità sono state in grado di lavorare e proseguire per anni senza favoritismi da parte di nessuno e proseguire anche negli ultimi anni, colpiti da una crisi di cui tutti hanno potuto constatare gli effetti?</span></p>
<div><em></p>
<p></em></p>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;ARTE FUORI DI SÉ. Un manifesto per l&#8217;età post-tecnologica, pubblicato da Feltrinelli</title>
		<link>http://blog.taglioni.com/2011/05/larte-fuori-di-se-un-manifesto-per-leta-post-tecnologica-pubblicato-da-feltrinelli/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 11:14:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro all'indice]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione al libro di Andrea Balzola e Paolo Rosa


di Alessandro Taglioni


Questo libro già nel titolo auspica qualcosa di post, e [<a href="http://blog.taglioni.com/2011/05/larte-fuori-di-se-un-manifesto-per-leta-post-tecnologica-pubblicato-da-feltrinelli/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;">recensione al libro di Andrea Balzola e Paolo Rosa</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">di Alessandro Taglioni</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p>Questo libro già nel titolo auspica qualcosa di <em>post</em>, e forse nell&#8217;intento degli autori la cosa voleva essere di buon auspicio per le nuove generazioni, ma in realtà, non mi è parso un manifesto della modernità, bensì un&#8217;estrinsecazione che celebra il tecnicismo e la tecnologia in generale. In ogni paragrafo, vengono cavalcate idee perfettamente riesumate e riciclate dal trend performativo del Novecento.</p>
<p>È un manifesto-apologia – totalmente demagogico – che buonisticamente vorrebbe auspicare una improbabile trombosi del luogo comune, ma, alla fine, si riafferma come manifesto dell&#8217;ennesimo totemismo tribale pre età del bronzo.</p>
<p>L&#8217;esimio collega che, pressocché quotidianamente, mi rimprovera di scrivere soltanto e troppe invettive, mi sprona a chiedermi perché farsi carico della lettura di questo libro, che, per ora, confesso, sono riuscito a leggere soltanto fino a pagina 75.</p>
<p>Origliando fra me e me – come ci suggerisce amabilmente Harold Bloom, che avrò modo di citare ancora – ritengo che sia perché non è possibile lasciar passare senza scrittura e non segnalare, evidentemente, come ci siano ancora demiurghi e preti laici che, dopo 50 anni e più di disastri avanguardisti, abbiano il fegato di enfatizzare marinettianamente l&#8217;utilità della locomotiva, del motore (di ricerca?), delle tecnologie, della rete, della condivisione, e quant&#8217;altro.</p>
<p>Del resto, cosa ci possiamo mai attendere da un testo che si apre così: “Viviamo un&#8217;epoca cruciale dominata dalla tecnica..”. Ogni avanguardia che si rispetti ha celebrato e ha manifestato il fasto, il trionfo tecnologico, le conquiste della contemporaneità, i rituali, le comunità, le innovazioni, le creazioni. E senza mai omettere un&#8217;apparente condanna della tecnologia precedente. Il demagogo cosa fa? Divide in due il caso e postula una tecnologia buona contro una tecnologia cattiva. Il <em>buon uso </em>della tecnologia, dei mezzi, degli utensili, è uno sport sano e transnazionale. Per avanzare un&#8217;arte <em>fuori di sé</em>, come dice il titolo, cioè ancora platonica, ancora futurista o, meglio, dadaista.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 636px"><img style="margin: 10px;" title="installazione concettuale a opera degli scalpellini francesi, Feltre 1797" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/DSCF4325_1.jpg" alt="" width="626" height="419" /><p class="wp-caption-text">installazione concettuale a opera degli scalpellini francesi, Feltre 1797</p></div>
<p>Qualcosa di nuovo? Ancora l&#8217;idea del demiurgo pazzo, invasato, applicata però all&#8217;idea della supposta affermazione di una rinnovata comunità, questa volta virtuale o interattiva.</p>
<p>I precetti dell&#8217;idiozia inneggiano alla contemporaneità e vengono facilmente profusi.  Bisogna che l&#8217;artista manifesti il suo tempo, sia testimone del <em>zeitgeist</em>, totalmente presentificato, quindi totalmente idiota.</p>
<p>Cosa deve fare l&#8217;artista contemporaneo? “L&#8217;artista deve saper uscire dal suo studio, attivare le proprie antenne e immergersi tra i gesti, gli sguardi, le storie e i comportamenti delle persone, calpestare il territorio per cogliere i segni visibili e invisibili della memoria collettiva”.</p>
<p>Sigh. È qualcosa che già fanno le telecamere apposte negli incroci stradali, perché servirebbe un artista per questo? Per una nuova visione o un nuovo ordine del mondo per i quali bastavano già un Bush o un Obama? Perché scomodare l&#8217;artista?</p>
<p>C&#8217;è una qualche istanza linguistica, logica, culturale, artistica in questo manifesto del <em>savoir</em> <em>faire</em>? Qualcuno osa forse dire che quell&#8217;artista, prima di uscire dallo studio per proporre le sue &#8220;creazioni&#8221;, torni a studiare catechismo in qualche patronato, se proprio proprio non ha voglia di leggere un libro o una novella. O, più radicalmente, qualcuno che osi dire che il suddetto artista passi in biblioteca a leggere qualche libro, ci resti per trent&#8217;anni, nella speranza che, dopo, riesca a “creare”, forse meglio produrre, qualcosa di interessante?</p>
<p>Questo libro ci propone le stesse istanze avanguardiste già sentite nei recenti trascorsi, adesso camuffate da perbenismo innovativo. Percorsi già tracciati dal futurismo, dal surrealismo e soprattutto dalla pop art. Il tecnicismo e il macchinismo, in questa demagogia, risultano lo schiavo e il padrone del fare artistico. Un tecnicismo che, in realtà, è un macchinismo, totalmente laicista, che si affaccenda nella fabbricazione di <em>macchine</em> <em>d&#8217;altare</em> fasulle, totemiche, arcaiche, dove il pensiero, la lingua, la ricerca, l&#8217;emulazione, il sacro, vengono espunti con il gesto performativo catartico.</p>
<p>L&#8217;irrappresentabile viene convertito in tutto ciò che ammicca alla eventuale cancellazione della materia dall&#8217;arte. Ecco il tecnicismo e il macchinismo. Arte e cultura possono allora <em>ridursi</em> nella performance creata magicamente per via della supposta esistenza di una memoria collettiva. In questo senso, “l&#8217;arte fuori di sé“, che in questo libro richiede la presenza del termine tecnologia ogni sei o sette righe, fa il gioco del sistema che vorrebbe contrastare.</p>
<p>Giovanni Papini, cofondatore del futurismo, nonché teorico dello stesso, a suo tempo, ne criticò ampiamente i risultati, praticamente, gli stessi principi che qui si vogliono riaffermare. Papini non è bastato, se oggi c&#8217;è ancora qualcuno in giro che insiste a elogiare le locomotive, le auto o l&#8217;interattività, che è la stessa cosa. L&#8217;idea di “costruire modelli estetici sulla base di comportamenti innescati” dai nuovi dispositivi di rete emula quello che ha fatto la pop art. Evidentemente il comportamentismo miete ancora vittime, siamo ancora schiavi di Andy w. e della psicologia spicciola, preferibilmente junghiana, o schiavi di Fluxus, che è lo stesso. Tautologia della connessione, perché deve essere una buona connessione. “L&#8217;habitat è un ambiente interattivo”. Ma cosa avrà mai di così importante da trasmetterci questo novello artista interattivo, con le sue nuove forme di narrazione, creazione, illuminazione? Un altro gesto, bello o brutto? “Risultato di un viaggio sciamanico nell&#8217;ignoto e nell&#8217;invisibile dove si aprono nuovi percorsi e con cui si conduce la comunità su di essi mediante un rito iniziatico e una cosmogonia di miti e metafore”.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 418px"><img style="margin: 10px;" title="installazione concettuale a opera degli scalpellini francesi, Feltre 1797" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/DSCF4295_1.jpg" alt="" width="408" height="610" /><p class="wp-caption-text">installazione concettuale a opera degli scalpellini francesi, Feltre 1797</p></div>
<p>Che dio ci aiuti. Se dovessi scegliere fra una visita a Stonehenge per assistere alla congiuntura degli astri, e una visita alla pala di San Giobbe di Giovanni Bellini esposta nelle gallerie dell&#8217;accademia, è inutile rispondere che cosa mi precipiterei a visitare. Comunque, fin dagli anni sessanta, a sentire i due autori, le tecnocrazie avanzano a grandi passi per far emergere “nuovi modelli possibili di percezione e comportamento”.</p>
<p>Forse questo manifesto ci propone o punta a farci digerire l&#8217;idea di una nuova e originale teatralizzazione delle tecniche artistiche nel luogo ideale della nuova tecnologia. Ma siamo proprio sicuri che ciò non avvenga attraverso la cancellazione della parola, della lingua, della cultura, della tradizione? Sarei felice di ricredermi se qualche guru delle arti performative ci proponesse, come novità assoluta, una performance in cui troviamo un collettivo di artisti intento a leggere e a scrivere per settimane e settimane, non in una strada o in un parcheggio, ma in un archivio, o in un museo, o in una biblioteca, o basilica, o eremo. Sarebbe una performance straordinaria. Perché per quanto riguarda le strade, le piazze e i supermercati abbiamo capito e esplorato in modo esaustivo tutto ciò che fa parte del contemporaneo. Ora vogliamo capire se, per caso, la performance possa formulare un&#8217;ipotesi che vada un po&#8217; più in là della solita zuppa di Andy Warhol.</p>
<p>Performance – un termine intraducibile nella nostra lingua – che ci vuole ancora parlare con il linguaggio mutuato dall&#8217;ontologia del luogo comune, dall&#8217;apologia di un novello nichilismo e soprattutto dal sogno di realizzare un luogo comune perfetto, guarito da tutti i mali della società. Linguaggio che è quello della ormai sacrale e imperativa performance utopista. L&#8217;unica differenza fra l&#8217;idea novecentista di performance e quella odierna è la supposizione tratta dal peggiore junghismo che la rete sia metafora dell&#8217;inconscio collettivo, che esista un inconscio collettivo o utopia o tecnologia, dove tutti, finalmente, guariscono da qualche cosa, per esempio dall&#8217;esubero di segni nella società, quell&#8217;esubero che giustificherebbe la cancellazione della materia, della cultura, del sacro.</p>
<p>Dobbiamo, dando retta all&#8217;epoca, per forza proclamarci anti barocchi? E così abbiamo capito che il contemporaneo, cioè l&#8217;epoca, non è barocco né dannunziano e neppure pirandelliano. Auspichiamo almeno che non sia neopaleolitico. Eventualmente, nella peggiore delle ipotesi, proponiamo che almeno ridiventi paleocristiano.</p>
<p>“La creazione di dispositivi interattivi partecipativi, di habitat multimediali”, in breve le performance, si affidano a questo francesismo, o inglesismo che il termine linguistico trae con sé. Sinonimo di prestazione, di esecuzione, cioè di un tecnicismo che si presta agevolmente a tutte le <em>estensioni</em> ideologiche. E come può non significare il paradigma dell&#8217;esorcismo tribale? Anche con l&#8217;ausilio di un&#8217;apparente critica degli stereotipi del sistema dell&#8217;arte, in realtà, avviene sempre la sacralizzazione di quegli stessi stereotipi.</p>
<p>L&#8217;idea, ormai consacrata dall&#8217;epoca, che esista la cosiddetta creatività o il creativo, è proprio la credenza nella nobile menzogna. Sono certo che Benozzo Gozzoli o Piero della Francesca non si ponessero il problema di essere creativi. E sono altrettanto certo che il tizio che per primo si è posto tale questione doveva, con tutta probabilità, assomigliare a un fantozzi che, mentre usciva ubriaco da un bar, veniva improvvisamente colpito da una tegola vagante, cioè da questa stessa improvvida creatività. Perché supporre, affidarsi all&#8217;ipotesi di una creatività che non esiste, che è un&#8217;invenzione romantica, cioè paleolitica, di cui possiamo ben riscontrare i disastri che ha variamente prodotto?</p>
<p>Dove sta, in questo manifesto, la formazione dell&#8217;artista? La scuola? La lettura? La scrittura? Può davvero l&#8217;artista multimediale o virtuale, con la performance, introdurci in qualcosa di innovativo, di inedito, di audace se si ritiene esentato dal trascorrere – non dico, come Borges, tutta la vita – almeno sette anni o dodici giorni o sette minuti in biblioteca a leggere e prendere appunti? Se così non avviene, quell&#8217;artista uscirà dal suo studio armato di soli gesti scaramantici, virtuali e anacronistici, laicisti, pagani, informali. Farneticherà a proposito di una pseudoteologia del non senso, rivestita di buonismo, di socialismo, di umanismo bestiale, di uterocosmesi. E risulterà politicamente corretto o scorretto, ma sempre socialmente accettabile e intellettualmente nullo.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 520px"><img style="margin: 10px;" title="giù le mani, su le mani" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/DSCF4328_1.jpg" alt="" width="510" height="762" /><p class="wp-caption-text">giù le mani, su le mani</p></div>
<p>Non basta che l&#8217;artista si “metta in rete” per inaugurare una novella bottega rinascimentale, non basta l&#8217;interdisciplinarietà per uscire dal sistema. Non basta lo psichismo che elogia la pazzia platonica, se occorre intendere ben altra follia, essenziale quanto il rigore alla produzione intellettuale e artistica. A meno che non si voglia restare a marcire nel comportamentismo che magari si eccita davanti al messaggio sociale, alla performance politica, alla multimedialità piuttosto che al multiculturalismo, vale a dire all&#8217;arte che, secondo il manifesto descritto nel libro in questione, deve assolutamente avere un “impatto sulla società”. Abbiamo visto e constatato gli impatti che si sono susseguiti dal novecento a oggi, i tromboni, i trombetti, le scorregge concettuali, che, di volta in volta, hanno affermato il loro comportamento in alternativa al comportamento dei vecchi comportamenti alternativi.</p>
<p>Che questi manifestanti abbiano l&#8217;umiltà di leggere Harold Bloom, il quale, qualche ventennio fa, ci ha spiegato, e pure brillantemente, qualcosa sui precursori. E se proprio non gliene fregasse niente del Quattrocento italiano, che leggano cosa scrive – ancora Bloom – della “Scuola del risentimento” contro i dispositivi letterari e culturali di Dante, di Shakespeare. Che lo facciano, prima che l&#8217;artista esca dall&#8217;atelier, armato di mani senza cervello, pronte soltanto a fare qualche gestaccio tanto surreale quanto esorcistico, affine alla “centralità sociale” tanto auspicata.</p>
<p>A pagina 28 leggiamo sprazzi d&#8217;improvvisa lucidità quando gli autori, o l&#8217;autore, annotano l&#8217;inaridimento dovuto al “ripiegamento” dell&#8217;arte su se stessa, un ripiegamento che produce “un concettualismo criptico, ostacola la partecipazione del pubblico e giustifica con un apparente principio di libertà qualsiasi operazione”.</p>
<p>La famigerata libertà tanto agognata, in arte e non solo, si rivela un&#8217;arma doppiamente e sinistramente spuntata, “dove tutto diventa possibile”. E meno male che, dopo qualche secolo, qualcuno si accorge: “processi mediatici” che attendono al caso contemporaneo e presenzialista funzionale al sistema, la ricerca “ossessiva del segno forte”, “l&#8217;eccesso, l&#8217;esagerata meraviglia”. Tutta la produzione postduchampiana del “qualsiasi tecnica è possibile” tiene fede alle macchine celibi dei vecchi precursori dada. Qualcuno dunque si accorge: “il sistema chiede all&#8217;artista oggetti che siano facilmente riconoscibili”, “essendo l&#8217;opera soprattutto un risultato concettuale”.</p>
<p>Dunque un breve riconoscimento, fra queste righe, della spettacolarità decadente di cui, ahinoi, salviamo, per ironia della sorte, soltanto gli spot pubblicitari.</p>
<p>E così annotiamo ancora qualcosa verso la fine dello stesso capitolo quando gli autori segnalano che non si tratta di un&#8217;arte di “rappresentazione, bensì di un&#8217;arte di progettazione, un&#8217;arte&#8230; sulla base di una valorizzazione delle esperienze significative del passato…”.</p>
<p>Il discorso tecnologico immagina di poter <em>trattare</em> la materia anzi di poter trattare la multimateria. Uno dei postulati irrimediabili che tiene strette l&#8217;arte e la cultura nell&#8217;ideologia della liberazione, della sperimentazione, della performance.</p>
<p>Non credo che le opere di Verdi e di Puccini fossero costruite a partire dalla fede nell&#8217;impianto tecnologico sperimentale, pur trattandosi di “macchine d&#8217;altare”, di dispositivi di produzione che raccoglievano le competenze di arti e artisti differenti secondo una logica e una struttura non esenti da legge, etica e clinica. Nelle mistificazioni della tecnologia c&#8217;è qualcosa che sta al di qua dell&#8217;invenzione e dell&#8217;arte, qualcosa che si avvale di postulati razzisti, in un certo senso, quelli che suppongono l&#8217;autonomia dei segni, che suppongono l&#8217;autonomia dei suoni, dei gesti, avulsi da qualsiasi contesto logico, strutturale, culturale, linguistico, tecnico. Questo vale a trattare la materia come si tratta un ospedalizzato, per mantenere e proseguire nel solco del trattamento l&#8217;arte, quasi trattamento della malattia mentale.</p>
<p>L&#8217;arte che va &#8220;fuori di sé&#8221; è arte dell&#8217;eterna metafora, dell&#8217;eterno femminino androgino che parte dal platonismo e finisce con l&#8217;animismo. Questo è ciò che si merita &#8220;una società che progetta comportamenti&#8221;. Per cancellare, insieme con lo psichico, anche l&#8217;estetica, perché, tanto, basta il soggetto automa per fare arte. Nella migliore delle ipotesi, lo <em>scriversi nel corpo</em> e lo scriversi nella scena contemporanei compiono un rituale esorcistico contro la cultura. I frutti di questo esorcismo occupano le strade e le piazze, le istituzioni, contemporaneamente.</p>
<p>Per fare arte non c&#8217;è bisogno di studiare? Beh, certo, basta l&#8217;animale fantastico, basta l&#8217;androgino!</p>
<p>“La responsabilità dell&#8217;artista è quella di colui che vive il suo presente e partecipa alla sensibilità collettiva che lo circonda&#8221;, potremmo leggere queste righe in direzione di una rinnovata ipotesi programmatica per rinnovati edificatori di <em>ecclesie</em> psicognostiche giustappunto per la &#8220;socializzazione necessaria delle pratiche artistiche”.</p>
<p>C&#8217;è poi un capitolo che avanza una sorta di ideologia delle sensazioni in cui fra le altre cose scopriamo che “l&#8217;artista opera direttamente sulla luce” (chissà cosa ne penserebbe Sant&#8217;Agostino oppure Leonardo, lui che prediligeva dipingere con la penombra) gli bastano i sensi (alla faccia del naturalismo) per operare. Allo scopo di “risensibilizzare un&#8217;umanità anestetizzata”. Ve l&#8217;avevo detto che l&#8217;arte migliore per l&#8217;epoca è lo psicofarmaco.</p>
<p>È questo il postulato invisibile e inatteso del manifesto cosiddetto contemporaneo: arte come psicofarmaco, che deve guarirci e salvarci in virtù di queste transumanze demonistiche contro l&#8217;estetica. Ci vuole il viagra performante, ci vuole l&#8217;art doping. Le tecnologie hanno&#8230; Le tecnologie fanno&#8230; “la sinestesia, generata dalle risonanze tra i sensi, guadagna quindi una nuova centralità”. “L&#8217;esperienza sinestetica è infatti capace di rivitalizzare le singole sensorialità con le sue imprevedibili combinazioni”. Artista come osteopata o psicopompo e arte come viagra o psicofarmaco. Ma che bella sensazione! Polisensorialità e sensi distribuiti <em>en plein air</em> democraticamente. Dal senso al senso, verso un nuovo sciamanesimo.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 559px"><img class="  " style="margin: 10px; border: 0px initial initial;" title="qui sorgeva" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/DSCF4372_1.jpg" alt="" width="549" height="367" /><p class="wp-caption-text">qui sorgeva</p></div>
<p>Le tecnologie, così concepite, operano esorcismi linguistici, compiono olocausti permanenti e itineranti a scapito della materia, dell&#8217;oggetto della parola, del tempo.</p>
<p>Ora che abbiamo capito che secondo questa contemporaneità la città è un ospedale psichiatrico, riesco anche a capire il perché di tanti arredi urbani, dei recenti monumenti milanesi dedicati a Castrone e delle recentissime installazioni paladine di sé medesimi.</p>
<p>Forse è questa la &#8220;saturazione semiotica&#8221; cui si riferiscono gli autori del manifesto. Forse è questo, non il teatro, ma lo scenario senza scrittura e senza lettura che ci attende con l&#8217;edificazione di queste nuove ecclesie. Forse è questa la cancellazione della memoria cui si riferisce l&#8217;autore quando parla di &#8220;immaginario collettivo&#8221;.</p>
<p>Buon olocausto a tutti, dunque e chi s&#8217;è visto s&#8217;è rivisto.</p>
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		<title>Thor e il paradosso di Leone Tolstoj</title>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 07:14:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro sul tavolo]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[di Santo Pictis


Visto Thor in 3D. Sarabanda avvilente di effetti speciali. E, udite udite, la regia è di Kenneth Branagh, [<a href="http://blog.taglioni.com/2011/05/thor-e-il-paradosso-di-leone-tolstoj/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><span style="font-size: medium;">di Santo Pictis</span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p>Visto Thor in 3D. Sarabanda avvilente di effetti speciali. E, udite udite, la regia è di Kenneth Branagh, ex regista e attore shakespeariano fra i migliori sulla piazza e fra i mei preferiti. Storiella trita e ritrita del fratello buono e del fratello cattivo di fronte al padre morente. Entrambi immersi nelle sabbie mobili del falso problema della successione. Entrambi compiono la loro scalata sociale verso il trono: Loki, il cattivo, ne morirà, Thor, il buono, sopravvive, purtroppo, dato che rasenta l&#8217;idiozia pura: ugualmente idiota quando aggiusterebbe tutto menando pugni e calci coadiuvato dal martellone e quando, scagliato sulla terra, e privato del martellone, diventa buono e servizievole e idiotamente sorride preparando la colazione agli umani, soccorrendo gli ubriachi, ecc.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/Thor-07.jpg" alt="" width="340" height="504" />Tutta una spettacolarità che proprio non sarebbe piaciuta a Leone Tolstoj. Lui che prediligeva la semplicità nei cosiddetti &#8220;modi espressivi&#8221;, l&#8217;ingenuità addirittura. E che non ci fosse spreco di quattrini nella fattura dell&#8217;opera d&#8217;arte.</p>
<p>Su Agard, paese natale di Thor, l&#8217;urbanistica rasenta il ridicolo, tutto il peggio del peggio mai visto nella fantascienza: palazzi dorati, guglie gotiche ovunque, nessuna eleganza. Perché appena c&#8217;è una nuova tecnica viene subito ridotta a tecnicismo e utilizzata per sostituire tutto: l&#8217;intelligenza, la finezza intellettuale, il cervello in toto? Potere utilizzare il 3D non basta per salvare un film dalla spazzatura.</p>
<p>Povero Leone, se l&#8217;avessi portato con me nel multisala del Villaggio Bicocca avrebbe pianto tutte le sue lacrime. Penso, già solo vedendo il suddetto Villaggio Bicocca.</p>
<p>Ma il paradosso sta qui: il nostro amico di lunga pezza, Leone, intende che, appunto, la semplicità, l&#8217;ingenuità dell&#8217;opera d&#8217;arte sia il modo perché l&#8217;arte, diciamo così, piaccia al popolo. L&#8217;arte spettacolare, con ambientazioni assurde, con effetti speciali insensati e grossolani, insomma l&#8217;arte troppo lontana dal contesto in cui &#8220;il popolo&#8221; si trova, secondo lui, non piace al popolo, il popolo non la capisce, non perché non abbia i mezzi culturali per capirla, ma perché non autentica. Quindi, secondo lui, alla sua epoca, inutile mandare il popolo a teatro perché si sarebbe annoiato ad assistere a pièce ambientate in Egitto o simili.</p>
<p>Cosa direbbe oggi Leone constatando che il popolo accorre in massa dal Thor di Kenneth Branagh, senza, per altro, nessuna speranza che qualcuno sia indotto dal film a leggere un libro che narri le vicende delle mitologie nordiche?</p>
<p>Il popolo di Tolstoj era forse un&#8217;idea di Tolstoj stesso, un&#8217;idea in merito all&#8217;interlocutore, un&#8217;idea in merito al pubblico della scrittura, in cui lui eccelleva. Tuttavia, nel saggio <em>Che cos&#8217;è l&#8217;arte,</em> dichiara che quanto da lui scritto prima del saggio in questione appartiene “all’arte deteriore” poiché il suo è il gusto pervertito delle persone che hanno ricevuto un’educazione sbagliata.</p>
<p>Esisteva poi davvero questo popolo? Abbastanza facile rispondere che oggi non esiste, ma, forse, neppure allora. Il popolo russo, la grande anima russa prima della rivoluzione bolscevica, prima del comunismo. Il popolo guidato dalla “coscienza religiosa”. E l&#8217;arte, secondo Leone, ha il compito di attenersi alla coscienza religiosa, così facendo comunicherà gioia, tristezza, ideali, pensieri. Quando l&#8217;arte non comunica niente allora non è riuscita, quando il popolo si annoia di fronte a essa, quando il popolo non la capisce, allora l&#8217;arte non è tale. Ma chi sarà mai questo popolo, cui Tolstoj stesso ambisce di appartenere?</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/Thor-05.jpg" alt="" width="560" height="373" />Solo un aristocratico assoluto come Tolstoj può oggi risultare autenticamente “populista”. Lui che non ha bisogno di favori, di mazzette, né di accaparrarsi voti alle elezioni, lui che ha già avuto con i suoi libri quel successo sociale che ci mondanizza, che ci rende schiavi del mondo. E irrimediabilmente terrestri, quindi contenti di vedere al cinema che potrebbe anche capitare, in un giorno di tuoni e fulmini, d’incontrare Thor sotto casa o appena fuori dall’Esselunga.</p>
<p>Non si tratta per Tolstoj di un popolo che funge da minimo comun denominatore per l&#8217;ignoranza, ma quasi un popolo che riporta le cose alla loro natura, alla loro tradizione e invenzione, a un’arte che è arte di vita. L’artigiano è artista e l’artista bisogna che sia artigiano.</p>
<p>Il nostro amico ci racconta che non c’è bisogno di qualificarsi artisti per esporre sedie rotte, caffettiere arrugginite, manichini squartati: questo è erotismo, ipnosi, è il “ci si adatta a tutto”. Leone ci spiega che se un critico esprime parere favorevole in merito a un’opera appartenente a un certo genere, nel giro di pochi mesi quel genere si rimpinguerà di centinaia di esponenti.</p>
<p>Sempre Tolstoj inveisce, in una panoramica  dotta e utilissima, contro il concetto di estetica, che analizza passandone in rassegna i vari esponenti (Baumgarten, Croce, Winckelmann, Lessing, Herder, Goethe, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Herbart, Schopenhauer, per citare i più noti). Le sue letture sono in lingua originale: inglese, francese, italiano, tedesco e le lingue classiche. Cita anche  autori italiani pressoché sconosciuti in Italia: Giuseppe Spalletti, Mario Pagano, Mario Pilo.</p>
<p>Lungo questo excursus ci dice che l’arte non è rappresentazione del bello o godimento del bello. Il bello sarebbe un concetto per la cui definizione bisogna fare riferimento a un altro concetto. Per esempio: il bello sta nella natura. E la natura dove sta? La natura delle cose sta negli alberi, nelle pecore o dove?</p>
<p>E, poi, il bello, di fatto, sotto sotto, è un abito del bene. Il bene è buono, fino ai francesi che fanno dell’arte una faccenda di buon gusto. Ma non c’interessa neppure l’arte che, hegelianamente, manifesti l’idea.</p>
<p>“E perciò l’attività artistica è importantissima, almeno quanto lo è l’attività della parola, e altrettanto diffusa […] l’arte, intesa nel senso più ampio, pervade tutta la nostra esistenza; e tuttavia solo alcune delle sue manifestazioni sono da noi chiamate arte”.</p>
<p>Insomma, l’arte è una questione seria: perché sprecare quattrini, mezzi, tempo, persone, mi chiede Leone, per due ore di frastuono in cui vengono pronunciate al massimo una cinquantina di parole, due ore di luci psichedeliche e abbaglianti che teletrasportano dèi e uomini  di qua e di là?</p>
<p>La vita stessa diventa un teletrasporto se ci abituiamo all’epoca.</p>
<p>Da leggere <em>Che cos’è l’arte</em>, testo erudito, ma semplice. Alcuni giudizi sul Rinascimento, sulle composizioni di Beethoven ormai cieco, su Shakespeare e altri risultano, per noi, degli svarioni, dei purismi forse, però è una lettura che serve per il viaggio in cui stiamo, per quando ci soffermiamo di fronte a una scultura, quando passeggiamo in un borgo o lungo i fiumi e le spiagge della scrittura.</p>
<p>E, poi, se proprio volete vedere Thor, andateci con Leone.</p>
<p style="text-align: right;">Lev Tolstoj, <em>Che cos’è l’arte?</em>, Donzelli Editore, 2010</p>
<p style="text-align: right;"><em>Thor</em>, regia di Kenneth Branagh, 2011: prodotto deperibile, oggi nelle sale, domani già andato a male</p>
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		<title>L&#8217;Università contemporanea e la distruzione della vita intellettuale</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 09:46:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro sullo scaffale]]></category>

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		<description><![CDATA[
GIANCARLO CALCIOLARI
A proposito di un libro di Geoffroy de Lagasnerie
(5.04.2011)
Geoffroy de Lagasnerie s’interroga nella Logica della creazione sulle condizioni propizie all’innovazione del [<a href="http://blog.taglioni.com/2011/04/luniversita/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<h3>GIANCARLO CALCIOLARI</h3>
<h3>A proposito di un libro di Geoffroy de Lagasnerie</h3>
<p>(5.04.2011)</p>
<p>Geoffroy de Lagasnerie s’interroga nella Logica della creazione sulle condizioni propizie all’innovazione del pensiero e lo fa in particolare in un capitolo dal titolo “L’università contemporanea e la distruzione della vita intellettuale”. Dopo l’apertura magmatica del 1968, la ri-professionalizzazione dell’università corrisponde a un vero “ritorno all’ordine”, quello che in Italia è stato chiamato il riflusso, il controllo dell’onda della vita.</p>
<p>Il catastrofismo in materia di studi universitari non è una prerogativa francese, infinite testimonianze dal paese Italia indicano lo stesso piagnisteo per un essiccamento radicale della creatività intellettuale. Nessun campo della creazione libera dalla morsa della logica economica e neanche nessun matrimonio riuscito tra invenzione e mercato com’è il vanto dei campus americani.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 356px"><img class=" " style="margin: 10px;" title="Hiko Yoshitaka, Genealogia della gloria" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/genealogiadellagloria_2.jpg" alt="Genealogia della gloria" width="346" height="500" /><p class="wp-caption-text">Hiko Yoshitaka, Genealogia della gloria</p></div>
<p>L’università – scrive Patrice Bollon, lettore di Geoffroy de Lagasnerie – sarebbe divenuta un luogo di una ricerca per funzionari: di una non-ricerca, di una “sotto-vita intellettuale”. A nulla vale la distinzione di Thomas Kuhn tra scienza normale e scienza rivoluzionaria per accorgersi del registro cumulativo e non inventivo dell’università.</p>
<p>Ecco l’ipotesi di lettura di questo aspetto del treno (lamento funebre) dell’università, non a caso valido anche per coloro che presumono di sedere sul carro navale (carnevale) dell’università, come istituzione della libera invenzione: chi dichiara l’interesse per l’invenzione e quindi anche proprio coloro che fanno l’anatomia dell’affossamento dell’invenzione dovrebbero essere gli acquirenti dei libri non privi d’invenzione e invece partecipano all’autodafè.</p>
<p>Uno sguardo alle vendite dei libri in cui c’è una breccia d’invenzione mostra che il milione d’insegnanti della scuola francese (come il quasi milione d’insegnanti della scuola italiana) non legge nulla.<br />
Non basta la sociologia che indica tra le cause della degradazione la dominazione indiscussa della cultura mercantile e il ruolo dei media. Non c’è nessuna lettura del come sorgono i grandi autori come Lévi-Strauss, Foucault e Lacan? E se ci fosse tale lettura, in che cosa toccherebbe l’andazzo della cultura, dell’arte e della scienza nel pianeta?</p>
<p>Constatiamo che gli apposti e gli opposti, gli integrati e i ribelli, i conformisti e gli anticonformisti (che non da oggi sono legione) condividono la stessa passione per la pseudo vita.</p>
<p>Il lettore Patrice Bollon, giornalista de “Le Magazine Littéraire”, si interroga sulla questione se le grandi opere non siano anche quelle che rifiutano di piegarsi alle ingiunzioni della propria epoca, le opere sconcertanti, “inattuali” nel senso di Nietzsche. No. Il rifiuto del ribelle pone sé al posto di Dio (Albert Camus), che per altro è dato per morto.<br />
Lo scrittore che si attiene alla libertà della parola, colui che secondo Franz Kafka salta fuori dalla fila degli assassini, procede sospendendo il fantasma teologico, il primato del fallo, la doppia gerarchia quale presunto fondamento degli umani. Il ribelle, l’anticonformista, l’opposto, è il candidato al neo conformismo, al nuovo ordine solare che ancora una volta riscalderà alcuni e ne brucerà altri. Mein Kampf è scritto dal ribelle Hitler contro l’ordine che presume di matrice ebraica.</p>
<p>Nel dettaglio dell’opera del giovane sociologo di 29 anni, Geoffroy de Lagasnerie, è reperibile qualcosa di questo pseudo movimento? L’autore sprona le basi di una “scienza delle opere” o di una “ecologia delle idee”. Non si tratta di elaborare la scienza e l’ecologia proposte, troppo facile, a partire dalla strizzatina d’occhio al significante a dominanza sociale di “ecologia”.</p>
<p>È il caso d’intendere il gesto, come nel caso di Cesare, che non è tribuno del popolo per il popolo ma come trampolino per divenire imperatore. La proposta è ieratica, sacerdotale, gerarchica: non sappiamo a che livello di funzionariato si collochi il giovane Geoffroy, tanto infinita è la scala di Giacobbe, ma di questo si tratta.</p>
<p>Una scheggia per proseguire: leggere la scala, la lista, la serie, il ponte, l’albero, il nodo, la barra, il fallo, il lato, con il principio d’incompletezza di Gödel.</p>
<p>Geoffroy de Lagasnerie, <em>Logique de la création</em>, 2011,Fayard, pp. 280, 18 €.</p>
</div>
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		<title>Il senso del bazar. Visita al Miart</title>
		<link>http://blog.taglioni.com/2011/04/il-senso-del-bazar-visita-al-miart/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 07:52:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro sullo scaffale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessandro Taglioni


Ieri non avevo proprio niente da fare e così, siccome ogni tanto bisogna anche onorare alcune delle cosiddette [<a href="http://blog.taglioni.com/2011/04/il-senso-del-bazar-visita-al-miart/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;">di Alessandro Taglioni</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><br />
</span></p>
<p>Ieri non avevo proprio niente da fare e così, siccome ogni tanto bisogna anche onorare alcune delle cosiddette fiere d&#8217;arte che si tengono nelle nostre città italiane, ho deciso di recarmi, il giorno della chiusura, al <strong>MiArt</strong> di Milano.</p>
<p>Vi faccio un resoconto, più che una recensione, per altro brevissima perché ritengo che bastino un paio di pagine.</p>
<p>Ebbene sì, ieri, mi è capitato di visitare un bazar tristissimo, addirittura tronfio quanto a sciatteria, balbuziente rispetto a una eventuale ipotesi di direzione, e preoccupante quanto al lavoro dei più giovani, tanto che mi auguro che quanto era lì esposto non sia rappresentativo di quello che sta avvenendo fra gli artisti ventenni e trentenni.</p>
<p>Fra l&#8217;altro, forse perché già in chiusura (e, forse, per fortuna) il salone era semivuoto, con pochissimi visitatori. L&#8217;esposizione non è nata comunque sotto i migliori auspici, almeno per il mio “gusto” personale. Infatti, dai telegiornali con le relative strombazzate pubblicitarie già risultava emergere – quale emblema tanto altisonante quanto in assenza di ragione narrativa – il solito prodotto <strong>pop</strong>ular. Prodotto visto e rivisto, nella fattispecie di un coltellaccio da macellaio super cromato e naturalmente “piegato” su se stesso, come, del resto, piegati su se stessi risultavano la maggior parte degli espositori che non vedevano l&#8217;ora di tornarsene a casa.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 506px"><img style="margin: 10px;" title="opera di Ennio Morlotti" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/IMG_2071.jpg" alt="" width="496" height="488" /><p class="wp-caption-text">opera di Ennio Morlotti</p></div>
<p>Nei giorni precedenti, avevo anche orecchiato un&#8217;intervista di presentazione di quello che non ho capito bene se fosse l&#8217;organizzatore della manifestazione o uno dei consulenti del comitato organizzativo della fiera, il quale ha biascicato due o tre cose irripetibili. In effetti, non si capiva quello che diceva, forse per la forte inflessione pseudonormanna o padano tunisina, forse perché si era complicato la vita con espletazioni postconcettuali e pornobsolescenti, ma tant&#8217;è. Forse sarebbe stato meglio che quelli del telegiornale avessero utilizzato un doppiatore, in maniera da avere un&#8217;idea più chiara di quale fiera dovevamo visitare.</p>
<p>Comunque, valeva la pena di spendere quelle due orette, perché ho avuto modo di ammirare sei o sette opere niente male. Per esempio, qualcosa di <strong>Roberto Baldessari</strong> e <strong>Gino Severini</strong>, in cui ci rendiamo ancora conto del valore “aggiunto” che forte emerge dal paesaggio futurista. Il cielo, la traccia, lo sfumato, il colore di questa pittura, che definire <em>futurismo</em> risulta nondimeno una riduzione, tanto da non rendere giustizia ad alcuni autori, pochi comunque, di quell&#8217;epoca. E inoltre opere di <strong>Roberto Crippa</strong> e <strong>Toti Scialoja</strong>, che forse il luogo comune storicistico intende annettere allo <em>spazialismo</em> e all&#8217;<em>informale –</em> cosa che mi guardo bene dal fare<em> </em>–, termini anch&#8217;essi impropri e riduttivi, che antepongono all&#8217;opera i concetti di tempo e di forma, inutili per <em>autenticare</em>, cioè per <em>leggere</em> l&#8217;opera. Opere importanti dove ancora non si ravvisa traccia del minimalismo che ci sgomenterà di lì a poco.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 506px"><img class="  " title="opera in mostra di Gianni Dova" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/IMG_2070.jpg" alt="" width="496" height="416" /><p class="wp-caption-text">opera in mostra di Gianni Dova</p></div>
<p>E ancora alcune piccole raffinatissime opere di <strong>Gianni Dova</strong> in cui, più che dell&#8217;invenzione di una cosmogonia, mi sembra di intuire la scrittura di un paesaggio fuori di rappresentazione (e se proprio dovessimo fargli un appunto, sarebbe soltanto di ordine tecnico, perché non ho mai capito la sua mania di concludere l&#8217;opera con gli smalti o, comunque, di utilizzarli, quando è evidente che, in breve tempo, lo smalto offusca e annerisce i pigmenti).</p>
<p>E ancora<strong> Carla Accardi</strong>, che ritengo un&#8217;artista di pregio, un’interprete straordinaria della vinciana <em>pittura come scrittura</em>, e spero sia il tempo di potere apprezzarla in esposizioni pubbliche più frequenti e ampie. In questa fiera c&#8217;erano alcune sue opere, purtroppo poche. E <strong>Ennio Morlotti</strong>, un paesaggista “casinista” essenziale e, oserei dire, diretto epigono dei nostri migliori veristi dell&#8217;Ottocento. Vorrei segnalare inoltre un autore di cui ignoravo l&#8217;esistenza, riporto il nome dal depliant fornito, per l’occasione, da un gentile e sorridente espositore: un poeta e pittore boemo di nome <strong>Jiri Kolàr</strong>. Ho ammirato due sue opere a <em>collage e chiasmage su tavola</em> veramente interessanti, che sicuramente s’inseriscono nell&#8217;ambito della pittura come scrittura, anche se i materiali utilizzati non sono propriamente quelli pittorici.<br />
Mi sarebbe piaciuto dire anche che ho ammirato i numerosissimi tagli di Fontana, ma l&#8217;ammirazione mi viene inconsciamente impedita dal fatto che ci si trova perentoriamente di fronte a un certo “doppio dubbio” che in questa sede non posso, però, esplicitare per ovvie ragioni.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 464px"><img class="  " title="opera in mostra di Jiri Kolàr" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/IMG_2068.jpg" alt="" width="454" height="638" /><p class="wp-caption-text">opera in mostra di Jiri Kolàr</p></div>
<p>Adiacente al mancato piacere di potere ammirare le opere di Lucio Fontana, abbiamo il dispiacere di verificare che ci sono ancora in circolazione galleristi che tengono le opere a olio sotto vetro. Bisogna che qualcuno spieghi loro che il vetro danneggia la pellicola pittorica, crea condensa, umidità, muffe. Se per caso ci fosse qualche conservatore o restauratore in sala, non fra gli addetti, s&#8217;intende, per favore lo faccia presente!</p>
<p>Peccato che le opere dei novecentisti fossero poche. Mi sembra di avere capito che il <em>core business,</em> nonché la parte centrale del salone, fossero dedicati ai parrucconi del concettuale e del pop. Materiali eterogenei che rendevano bene l&#8217;idea di un bazar che sicuramente avrà riempito le tasche dei galleristi, mentre svuotava il cervello dei visitatori, per non parlare delle tasche dei collezionisti. Un <em>core business</em> performante, cioè dedicato e voluto per imporre l&#8217;arte performativa, altrimenti bistrattata e dimenticata, per sua propria volontà, del resto.</p>
<p>Ma ecco un esempio paradigmatico di performance, ben inserita nella carrellata di animali fantastici affastellati e confusi insieme con alcuni piccioni svolazzanti fra gli stand che intanto approfittavano delle briciole e dei resti del vario desinare.</p>
<p>E, allora, qui c&#8217;era un’espositrice sonnecchiante nelle sue fugaci faccende affaccendata, e lì c&#8217;era il tal performer che, attraverso un video, lanciava improperi e turpiloqui, nonché le proprie “opere”, contro la parete del suo stesso atelier, gentilmente esponendone i cocci incolori, con tanto di didascalia, nello stand.</p>
<p>Non so dire se fosse in quel momento più interessante la performance della gallerista sonnecchiante o quella del performer che continuava imperterrito a bestemmiare.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px;" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/IMG_2075.jpg" alt="" width="544" height="347" /></p>
<p>In generale, l&#8217;amplissima parte dedicata al concettuale è proprio il manifesto, la definizione assoluta di un postulato ormai secolarizzato dell&#8217;arte contemporanea. Quale? <em>Il manufatto di questo mercato dell&#8217;arte non può in nessun modo essere originario e autentico, deve risultare dal processo di un processo, deve essere la copia di una copia, deve prendere qualcosa da qualcos&#8217;altro, deve essere la semiosi di una semiosi, il segno e concetto di qualcosa, come ben ci hanno insegnato i grandi maestri della semiotica</em>. Insomma, non basta una fotografia, deve essere copiata dall&#8217;immagine di una performance di un amico che ha telefonato al collega artista, che conseguentemente ha intitolato la sua opera usando il sottotitolo o il nome tratti da qualche icona ben riconoscibile del genere Lennon, Marilyn, Mao, Coca Cola. Come dire: per carità, giammai succeda che qualcuno corra il pericolo di non riconoscere quello che gli viene propinato. Mai e poi mai.</p>
<p>Dio mio, che tristezza, il senso del bazar. Che si fa ancora più forte percorrendo il corridoio che ospita le opere che suppongo dei più giovani, dove la sensazione è quella di attraversare un mercatino, con quei box quasi ad altezza d&#8217;uomo in cui si intravvedono gli addetti che ciaccolano in merito alle strategie del box, a misura di box per nulla simili alle gotiche architetture giottesche che  incorniciano le storie bibliche. Un mercatino sia contemporaneo sia temporaneo, che, in genere, troviamo in qualche lungomare a caso, dove si comprano le <em>cartoline</em>, i <em>vu bijoux</em>, le cose dell&#8217;ultimo souvenir, cose variamente etnografiche e antropognostiche, preferibilmente prodotte con materiali di risulta, di scarto, preferibilmente in piccolo formato, evocazione delle <em>fabbricitanti</em> minuterie metalliche. Dove però c&#8217;è un grande assente. Quale? Lo zucchero filato.</p>
<p>Milano, 12 aprile 2011</p>
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		<title>Tranquilli, non è la quarta guerra mondiale</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 10:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro sul tavolo]]></category>

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		<description><![CDATA[La rinascita del ceto medio
recensione al libro di Gian Paolo Prandstraller
di Alessandro Taglioni



Il libro di cui parliamo oggi si apre [<a href="http://blog.taglioni.com/2011/04/tranquilli-non-e-la-quarta-guerra-mondiale/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="font-size: large;">La rinascita del ceto medio</span></em></p>
<p><span style="font-size: large;">recensione al libro di </span><span style="font-size: large;">Gian Paolo Prandstraller</span></p>
<p><span style="font-size: small;">di Alessandro Taglioni</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><img src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/30804001.jpg" alt="" width="150" height="219" /></span></p>
<p>Il libro di cui parliamo oggi si apre con un termine essenziale all&#8217;elaborazione di quanto sta avvenendo sulla scena internazionale. L&#8217;Autore analizza i disastri della guerra “civile”, ancora in corso, fra il 900 e il secolo attuale. Dove si tratta della<strong> cosa pubblica</strong> – non quella che la nostra classe politica gestisce come gestirebbe gli istituti di correzione e di pena. Cosa pubblica, cosa civile. Si tratta quindi della civiltà, della cultura e dell&#8217;arte, della scienza di questi e dei prossimi anni. L&#8217;Autore annota le particolarità e le specificità che distinguono il ceto medio nuovo da quello vecchio, ormai scomparso, proponendo qualcosa di interessante, di audace, esente da catastrofismi, magari proprio quei catastrofismi che ritroviamo ogni giorno in quella “tradizione pessimistica di una frangia intellettuale che si è attestata nel profondo della società contemporanea” (83). E se non bastasse, l&#8217;analisi dell&#8217;Autore prosegue nelle varie pagine facendo emergere i luoghi comuni, anche i meno scontati, quelli che accomunano religiosità e ideologia, quei pregiudizi che servono a mantenere nel limbo intere generazioni di cittadini: “L&#8217;autoinflizione era comune, anche nella vita quotidiana, quando la gente credeva fosse necessario infliggersi qualche forma di sofferenza per conquistare la vita eterna o per far trionfare qualche ideologia” (84). Insomma questo libro va letto per intero, fino alla pagina conclusiva, dove ribadisce la questione essenziale con un semplice monito: <strong>basta con la mediocrità imperante</strong>.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 317px"><img class=" " style="margin: 10px;" title="Spoleto, scorcio di un'antica bottega" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/DSCF3575_1.jpg" alt="" width="307" height="460" /><p class="wp-caption-text">Spoleto, scorcio di un&#39;antica bottega</p></div>
<p>Possiamo dire che oggi è scomparsa la bottega nonché la <strong>schola</strong> medievale? Antichi siti dell&#8217;<em>otium</em> e del <em>negotium</em> dove pur sempre si trattava dell&#8217;incontro: committente, cliente e venditore, esercente che era anche manufattore, cioè colui che accoglieva lavorando e conversando, in un viaggio produttivo, ben altra cosa dal trovarsi di fronte a uno scaffale di supermercato o al menu di un sito web. Bottega anche del rocchetto e del filo o quella dei vecchi “<em>casoini</em>”, prosciuttai, verdurai delle nostre contrade, ormai quasi scomparsi.</p>
<p>Questo è ciò che l&#8217;Autore definisce “il compianto che accompagna in un vasto pubblico l&#8217;estinzione della vecchia <em>bottega</em>, dove la gente andava a comprare ciò che le serviva&#8230;” (pag.9).</p>
<p>L&#8217;utile senza sprechi e senza risparmio, in una società come la nostra che invece oscilla fra l&#8217;euforia sprecona e la disforia risparmiosa.</p>
<p>Ahimè, certo, possiamo anche non dirlo, però c&#8217;è da chiedersi quale altra scomparsa trae con sé quella delle botteghe. Lo diciamo a malincuore e sottovoce: forse l&#8217;intera questione dell&#8217;educazione e della formazione civile? I cosiddetti luoghi deputati all&#8217;educazione e alla formazione non sono più in grado di organizzare e promuovere lo studio e la ricerca. Dove stanno oggi la cultura, l&#8217;arte? Negli scaffali dei centri commerciali, nei magazzini? Non nella città, non nel governo della cosa pubblica, non nella politica. Ecco dunque, in questo scenario, la trasformazione del <strong>ceto medio</strong>. Un ceto medio finora sempre più standardizzato, in una società dall&#8217;accesso facile, dove la parola quasi non serve più: basta allungare la mano e prendere o allungare la mano e abbandonare: le cose, le idee, i valori. Se, per un verso, abbiamo l&#8217;appiattimento civile che forma la mediana mediocrità, per l&#8217;altro, abbiamo  l&#8217;impossibilità di tenere il cittadino intrappolato in un insieme, in un gruppo, in una corporazione. Il nuovo ceto medio, quindi, anzitutto, comporta una nuova nozione di “ceto” che non significhi più, appunto, la standardizzazione, l&#8217;uniformazione, il raggruppamento dei cittadini in una classe uguale a se stessa. Il ceto non è la classe di appartenenza. La questione cattolica c&#8217;insegna una nozione di integrazione senza concetto, quel concetto che riduce l&#8217;<em>olos</em> a sistema sociale, quindi la negazione dell&#8217;integrazione, a favore dell&#8217;integralismo (fondamentalismo) che deve fare cerchio e dove tutto deve circolare. Ma la parola è integra. Non si fonda sul principio d&#8217;identità e sul principio del terzo escluso. E <em>medium</em> è anche il mezzo. Spartiacque e strumento per la novità.</p>
<p>Nota l&#8217;Autore che la questione è quella di capire se vi sarà un altro ceto medio portatore di nuove istanze, e come si configurerà, magari a partire dall&#8217;irruzione delle donne sulla scena pubblica. Ma non solo attraverso la via della parificazione e delle pari opportunità. Piuttosto per via di distinzione, differenza, eccellenza. E chi oggi parla di eccellenza e secondo l’eccellenza, in un&#8217;epoca postcomunista e postdemocratica? Epoca di opportunismo pseudopolitico in cui si scatenano guerre con l&#8217;alibi dei fini umanitari?</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 546px"><img class=" " style="margin: 10px;" title="Pienza, la &quot;città ideale&quot; del Rinascimento, scorcio di piazza Pio II" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/DSCF4838_1.jpg" alt="" width="536" height="358" /><p class="wp-caption-text">Pienza, la &quot;città ideale&quot; del Rinascimento, scorcio di piazza Pio II</p></div>
<p>Una certa democrazia, quella che si avvia con il taglio delle teste, rappresentazione della facoltà di taglio (egalité, fraternité, liberté), cioè la democrazia obbligatoria fondamentalista (non dissimile dai totalitarismi), è sorta con l&#8217;illuminismo, con il soggettivismo, anzitutto. La società del compromesso fantasmatico fra i cittadini o fra le cosiddette classi, la società di soggetti, espunge l&#8217;ostacolo assoluto, e espunge l&#8217;Altro con il principio del terzo escluso: ecco il conformismo che impera nel sistema della mentalità e nel sistema della burocrazia. Il soggetto causa è, in realtà, la causa finale del declino dell&#8217;occidente. Declino che ha i suoi tentacoli nel laicismo imperante, nei vari misticismi personalizzati, nell&#8217;ideologia della liberazione, nonché nella religione della morte. E, infine, nella militarizzazione, da sempre auspicata, di tanto in tanto rappresentata in qualche vera e propria guerra.</p>
<p>“La parola senza integrità è quella dell&#8217;homo politicus” (AV), quella delle filiazioni e affiliazioni genealogiche, dove la procedura è senza integrazione, quindi procedura selettiva e settoriale. Non può esservi un nuovo ceto sull&#8217;idea di morte. L&#8217;idea di morte è l&#8217;idea di padronanza senza integrazione, e sancisce gli statuti sociali dei funzionari e dei burocrati.</p>
<p>Tornando per un momento alla bottega che, come nota l&#8217;Autore, “fondava la funzione distributiva dei piccoli commercianti”, possiamo aggiungere che a partire dal declino della bottega rinascimentale, quando non c&#8217;è stata più l&#8217;idea stessa di <em>basilica</em>, si costituisce la città illuminista, quella che ha permesso, qualche secolo più tardi, non soltanto l&#8217;idea di una piazza cittadina a disposizione di qualsivoglia degrado liberista, ma ha permesso anche l&#8217;urbanizzazione selvaggia, con un&#8217;edilizia postbellica, per esempio in Italia, che ha definito e sancito lo scempio del paesaggio.</p>
<p>In nome della libertà del soggetto si sono fatti vari scempi, non ultimo quello della scomparsa non solo del ceto medio ma anche quella del ceto dirigenziale. Ma tale scomparsa è un “processo” fasullo, non un processo in libertà. S&#8217;intende, insomma, quello che Machiavelli individuava dicendo “il principe che fa ciò chei vuole, è pazzo”.</p>
<p>La politica coloniale nel Mediterraneo trae con sé l&#8217;esercizio diffuso della nobile menzogna. Una <strong>nave senza capitano che vaga per i mari senza direzione</strong>, che sia la nave dei profughi o quella dei cosiddetti alleati, gli odierni “volenterosi”. Questa l&#8217;empasse in cui si trova l&#8217;occidente. Sotto il capestro di una geopolitica che ha come fine l&#8217;arraffo: delle fonti energetiche, dei territori o dei primati, ecc.</p>
<p>L&#8217;apparente declino delle ideologie maschera l&#8217;avvento di questa ideologia interventista a fin di bene, che porta con sé una militarizzazione sub specie economica, finanziaria. Sempre in assenza del capitano, sempre in assenza di direzione, sempre in assenza di qualità.</p>
<p>Ecco allora che l&#8217;introduzione della grande distribuzione fagocita la bottega. Vero. E fagocita i mestieri. Quali mestieri? A monte della scomparsa dei mestieri, e di altre scomparse, vi è l&#8217;attuale assenza della nozione di <em>valore</em>. Esempio: l&#8217;idraulico che ho chiamato per sistemare il bagno e sostituire una vasca ha chiesto 1.800 euro. Era il lavoro di una giornata. Ebbene un educatore guadagna lo stesso importo in un mese, se va bene. E il calciatore lo guadagna in pochi minuti. Ergo, al di là della questione strettamente economica, si pone evidentemente una questione di valore. Pochi idraulici, molti insegnanti? L’insegnamento in mano allo stato da una parte e la libera professione dall&#8217;altra? È ammissibile un paese d’insegnanti in lista d’attesa che danno il loro stipendio di un mese per aggiustare il tubo del cesso? In questo scenario perverso in cui si schianta il miraggio del pubblico impiego, che ha investito l’Italia in una certa epoca, il pubblico fa a botte con la libera iniziativa, il privato. Così, mentre oggi la qualità sembra dipendere dal privato e non dal pubblico, dove andremo a cercare domani i cervelli?</p>
<p>Mentre in Italia la conflittualità riveste ogni aspetto della cosa pubblica. Mentre l&#8217;ignavia traspare in ogni grinza e smorfia del manager contemporaneo, la “rinascita” di nuovi ceti sarà forse affidata all&#8217;iniziativa di chi, in solitudine, e quasi sempre nell&#8217;anonimato – come notava Borges rispetto ai poeti – osa proseguire la battaglia fatta di arte e di invenzione per un contributo, seppure esiguo, di civiltà.</p>
<p>Ma intanto, il manager odierno, che non è un capitano, che non è titolare dell&#8217;impresa, può permettersi di vendere un settore cosiddetto strategico di un intero paese a un paese, per esempio, come la Francia, con effetti devastanti e esponenziali.</p>
<p>Se vi capita di fare la spesa, per esempio in un Carrefour, capite quanto sto dicendo. Perché devo comprare cipolle italiane pagandole a un tizio che si fa gli affari suoi a Parigi? Vi chiederete. Vabbè, magari non è un problema. Questione di import-export. Far viaggiare le merci è antieconomico e antiecologico, ma la finanza viaggia, eccome, a quanto pare.</p>
<p>Gli scaffali chilometrici del Carrefour seguono un principio militare. Infatti mi ricordano quando, da ragazzo, mio padre, talvolta, mi portava a fare la spesa presso lo spaccio militare cittadino, dove i prodotti erano tutti confezionati con una carta di colore verde militare, appunto.</p>
<p>Ma pensate a quante cose dobbiamo all&#8217;arte militare sebbene non ce ne accorgiamo, dalle gallette al web, dai missili alle supposte, dal cordiale allo psicofarmaco.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 503px"><img style="margin: 10px;" title="Firenze, la cupola di Brunelleschi e il campanile di Giotto" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/DSCF3264_1.jpg" alt="" width="493" height="603" /><p class="wp-caption-text">Firenze, la cupola di Brunelleschi e il campanile di Giotto</p></div>
<p>Ma riprendiamo la nostra spesa, ebbene, infilatevi lungo questi scaffali del Carrefour, e noterete, mese dopo mese, anno dopo anno, che i prodotti assumono, man mano, la stessa immagine marchiata “a fuoco” sulla confezione stessa. Carta igienica? Marchio Carrefour. Scatole di piselli, banane, pasta, forchette, pannolini, zucchero, ogni cosa a marchio Carrefour. Tutto uniformato e tutto ben confezionato. E magari cose prodotte in Italia. Appiattimento, militarizzazione, standardizzazione, fagocitazione. Tutto questo a favore dell&#8217;uomo medio o per creare l&#8217;uomo medio che, di fatto, non esiste.  Un prodotto mediocre per creare la mediocrità, mediocre il prodotto, mediocre l&#8217;uomo e mediocre il ceto?</p>
<p>Cosa dire di queste <em>escalation</em>, che non tutto è perduto? Che la bottega forse la troviamo nonostante il Carrefour? Il manager illuminato non impedisce la rovina. Neppure l&#8217;intellettuale illuminato impedisce la rovina. Il responsabile della standardizzazione è quello stesso che trasformava il refettorio del cenacolo leonardesco in una stalla per i cavalli dei soldati, e che sul finire del 700 trasformava la splendida chiesa barnabita di san Marco a Novara in un dancing, sempre quello che oggi trasforma il <em>casoin,</em> descritto da Gian Paolo, in un Carrefour napoleonico, militare, mediocre e cannibalesco. Sarà un caso che si tratti sempre del cosiddetto popolo francese che taglia le teste e poi le rimette sul collo dei vari Napoleone, De Gaulle, Sarchozy?</p>
<p>Dall&#8217;analisi dell&#8217;Autore affiora anche una sostituzione, oltre a una perdita: che con una piccola forzatura possiamo formulare così: <em>il tecnico sostituisce l&#8217;umanista</em>. O, meglio, il tecnico, ormai quasi esclusivamente tecnico informatico, può non essere umanista nel senso rinascimentale del termine. Il tecnico può permettersi di essere totalmente ignorante tranne che nel suo misero campicello.</p>
<p>Il mestiere, arte e invenzione, acquista valore anche in base al minor tasso di obsolescenza che assume in sé, alla permanenza dei suoi prodotti, all&#8217;eternità dei risultati.</p>
<p>Pensiamo alla pozzolana inventata dai romani, o pensiamo per esempio a un borgo medievale del centro Italia: ebbene, non hanno nulla da invidiare, che so, all&#8217;invenzione dell&#8217;antibiotico o del cortisone, quanto al contributo che danno alla salute del cittadino e alla qualità della vita civile.</p>
<p>Resterà eterna la teoria del big bang? Non so, forse sì. Per ora so che la cupola del Brunelleschi è eterna. Resta da sottolineare che il suo inventore nasceva come orafo e non come architetto. In questi giorni, abbiamo saputo che il ciclo di vita di una centrale nucleare è 30-40 anni, paradossalmente potremmo accostarla a quel mulino a acqua del 700, che sta vicino al borgo di cui sopra, e che ancora funziona. Tecnologia del mulino e tecnologia della centrale. L&#8217;antico badava all&#8217;eterno, il contemporaneo all&#8217;eternamente rinnovabile.</p>
<p>Ribadiamo comunque che stiamo parlando di questioni linguistiche, dispositivi di vita, dispositivi di salute.</p>
<p>Chiediamoci quale sia il principio ideologico della corporazione, altrimenti detta filiazione. Ribadiamo che non vogliamo la cancellazione della bottega rinascimentale. Ma cos&#8217;è la bottega? È quel dispositivo del fare, per sua natura o per suo artificio, intersettoriale, che non ha niente a che fare con la ragione a forma di ghigliottina dell&#8217;illuminismo. Leonardo da Vinci non era illuminista, ha inventato il rinascimento.</p>
<p>Meglio non affidare il talento a un solo ambito. L&#8217;arte, per esempio, non può essere gestita nel suo ambito ristretto. Il problema è che se il medico non interagisce con il poeta, in debito com&#8217;è di cultura e di arte, supporrà che la tecnica, diventata tecnicismo, basti a se stessa, e così sarà lo stesso per l&#8217;economista, e via discorrendo. Il risultato è il mutismo, l&#8217;abolizione della parola. Vai dal medico e fai il paziente: non interloquisci, non chiedi, non t&#8217;informi, deleghi la tua salute a qualcuno che, probabilmente, sta peggio di te.</p>
<p>Perché l&#8217;intersettorialità riguarda ciascuno di noi: nessuno può delegare questioni di vita al supposto tecnico che avrebbe non so quale competenza.</p>
<p>E l&#8217;autorità, tanto demonizzata dagli anni sessanta, è anch&#8217;essa un valore. Nella scuola la deroga all&#8217;autorità, sempre nel fantasma di un padre ideale, autoritario, da cacciare, ci condanna a una proliferazione di tecnici e supertecnici, senza cervello e senza cultura.</p>
<p>Anche per questo, parafrasando l&#8217;Autore, diciamo: finiamola di occuparci di hardware, vogliamo il software.</p>
<p>Nel frattempo, siamo grati ai vari manager, come, per esempio, Marchionne, che hanno capito che in Italia ne abbiamo abbastanza della Fiat, del design, eccetera. Vogliamo il software. Vogliamo l&#8217;artigiano moderno che produce qualcosa di inaudito, qualcosa di perenne perché partecipa del valore aggiunto che sono l&#8217;arte e la cultura.</p>
<p>Ma, in definitiva, la cosa più obsoleta è l&#8217;episteme, di per sé, perché è chiaro che attraverso dinosauri quali l&#8217;automobile, il design, la moda e similcosette, ci spacciano la iperriscaldata minestra epistemologica.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 420px"><img class="  " title="Scorcio del borgo di Trevi" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/DSCF5173_1.jpg" alt="" width="410" height="613" /><p class="wp-caption-text">Scorcio del borgo di Trevi</p></div>
<p>Detto paradossalmente, preferiamo la tecnologia del borgo medievale, la tecnologia di una pala di Giovanni Bellini, di Benozzo Gozzoli. E preferiamo <strong>non</strong> le materie prime, come il petrolio, ma le materie seconde, terze, e vogliamo l&#8217;energia originaria, non quella naturale o alternativa, o come alcuni dicono, rinnovabile.</p>
<p>Sono sicuro che l&#8217;architetto che ha costruito quel borgo e quel mulino non è lo stesso che ha costruito la centrale di Chernobyl o di Fukushima: non è lo stesso nel senso che i principi e i valori che muovono il mulino non sono quelli che muovono la centrale nucleare. Quell&#8217;architetto, quel capitano, quel tecnico, quell&#8217;artista deve ancora nascere? Nessun messianismo, certo, però la tentazione è forte….</p>
<p>Purtroppo lo iato fra lo spessore dell&#8217;humus cattolico (olos, integro, intero) nella nostra eredità culturale, che ha prodotto il 99% del nostro patrimonio culturale e artistico, e lo spessore dell&#8217;humus laicista degli ultimi due secoli, ebbene questo iato è quello che c&#8217;è fra una sedimentazione di tre millenni di storia e una miserabile scatoletta di merda d&#8217;artista di Manzoni. Come affidare il nostro avvenire a un intellettuale organico o a un rifiuto organico in scatola, magari di nuova generazione?</p>
<p>Ma chi è il regista? Il regista, la nave, l&#8217;equipaggio, il capitano. Il paese, il ceto medio, la direzione. Sembra facile dire <em>leadership</em>, ma non è così, evidentemente. Se non c&#8217;è il capitano, cioè se non c&#8217;è la direzione, anche l&#8217;equipaggio perfetto, composto da tecnici perfetti, scienziati e poeti perfetti, naufragherebbe. In ciascun dispositivo di automazione, in ciascuna equipe, fabbrica, bottega, impresa, il fattore decisivo per la riuscita è <strong>il valore</strong>, che è dispositivo di qualità senza deroghe.</p>
<p>Ora, annotiamo qualcosa in merito ai cosiddetti servizi. Tengono conto del servizio intellettuale? Anzitutto, laddove si trattava di servizi ora si tratta di reti. Purtroppo, per ora, quelle reti dove primeggia il puritanesimo tecnologico, esportato a piene mani dagli americani. L&#8217;obsolescenza è presa per la coda a tal punto che un prodotto non solo diventa esso stesso un servizio, nell&#8217;aggiornamento perpetuo di se stesso, in totale assenza di quelli che vengono pateticamente chiamati <em>contenuti</em>. Eppure l&#8217;informatica è sorta da un ambito di estremo interesse: dalla linguistica soprattutto, e dalla logica matematica, questo per suggerirci ancora una volta che non c&#8217;è invenzione senza cultura.</p>
<p>Come incentivare il talento senza missione culturale? Non bastano i nuovi preti per fare ciò (preti anche nel senso laicista, cerimonieri, intellettuali organici, politici, ecc). Occorrono lo statista, il ricercatore, l&#8217;artista, il poeta. Se poi costoro interloquissero fra loro, ancora meglio. Altrimenti? La religione dell&#8217;incesto: cioè il banchiere che incontra solo banchieri (in genere poi solo maschi, figuratevi un po&#8217; che disastri), il medico che incontra solo medici, ecc.</p>
<p>Altro scacco lo possiamo verificare nei corporativismi attuali, sicuramente differenti da quelli del 900. L&#8217;Autore, a pagina 11, nota che forse è proprio dal loro disfacimento che potrà prendere avvio la rinascita del ceto medio “Vi è un fenomeno tuttora poco considerato che fa da apristrada a questa rinascita: la caduta del corporativismo che fino a ieri ha imbrigliato la società italiana. La frana del sistema duale di rappresentanza degli interessi sembra consentire l&#8217;affioramento di entità intermedie tra e due dominanti (grandi sindacati e Confindustria)”.</p>
<p>Questi corporativismi hanno scoperto il connubio politico (in realtà pseudopolitico), che utilizzano ampiamente per la loro stessa sopravvivenza. Connubio che è lo stesso di quello fra i cosiddetti poteri forti (i media e la magistratura, per esempio) utilizzati per fini politici e di conquista. Insomma assistiamo ai macelli di un corporativismo che trascende e si modifica attraverso la sua militarizzazione. Per chi, per cosa? Al servizio di una geopolitica che fa del Mediterraneo un bottino da spartirsi.</p>
<p>Esploriamo i paradossi della tecnologia: per esempio, nell&#8217;ambito della telefonia che è ormai una tecnologia che potrebbe essere completamente gratuita per tutti i cittadini, a costo zero per i gestori (vedi Skype, Viber, ecc.), e invece continua a ingrassare gli “abitanti del circolo polare artico”. Per non parlare dell&#8217;energia, anche in questo campo ci sono ormai fior di invenzioni che permetterebbero di illuminare il pianeta terra, Giove e Saturno messi insieme a costo zero e senza inquinare o bombardare di cobalto i continenti, gli oceani e intere etnie.</p>
<p>Il problema della <em>middle class</em>, insomma, è anzitutto che non dispone di una <em>upper class</em>, e che non si pone essa stessa come <em>upper</em>, senza più delegare la direzione.</p>
<p>Ma, per fortuna, esistono le donne. Non abbiamo bisogno di Alain Touraine per capirlo. Abbiamo una tradizione etrusca che ce lo tramanda, nel caso l&#8217;avessimo dimenticato. L&#8217;Autore lo annota così nel suo libro: “La nozione di servizio viene nobilitata e insignita di contenuti intellettuali da parte delle donne. Di questo <em>exploit</em> il mondo civile non può che rallegrarsi. E i ceti medi di tutto il pianeta trarranno vanto da simile conquista!”. (68).</p>
<p>E, infatti, non possiamo non verificare il declino e la disfatta di quei settori della vita civile dove le donne sono ancora assenti (non per loro volontà) o non pienamente protagoniste: la finanza, il governo, le risorse energetiche e altri settori ancora.</p>
<p>La questione donna è questione intellettuale. Accogliere la donna nei vari settori della vita civile vale l&#8217;elaborazione di varie rappresentazioni: quella dell&#8217;Altro (la donna come l&#8217;Altro, il differente, da emarginare) o del debole (fisicamente e intellettualmente), e vale a introdurre la questione sessuale negli uffici, nelle istituzioni, a intaccare la questione dell&#8217;universale che, tuttora, l&#8217;uomo sostiene. Uomo universale che abita la divisa della mortalità.</p>
<p>La <em>cosa civile</em> dei nuovi ceti non sarà mai la società del benessere. Quel benessere senza valori che sfocia nella quarta guerra mondiale, negli olocausti distribuiti e legalizzati della morte bianca.</p>
<p>L&#8217;ironia della sorte indica che l&#8217;alto-basso, l&#8217;ossimoro da cui le cose procedono e con cui l&#8217;Autore conclude il suo libro, sono la base della direzione. L&#8217;ossimoro non significa che va bene tutto e il contrario di tutto, ossimoro è apertura, non alternativa. Apertura, non opposizioni riconducibili all&#8217;unità e all&#8217;uniformità di pensiero, d&#8217;idee e di condotta. Il ceto medio richiede criteri di qualità e dispositivi di valorizzazione. Altrimenti avremmo una società di arti senza mestieri o di tecnici senza intellettuali. Pena sarebbe la militarizzazione delle professioni, che si tramuterebbero in confessioni, fino alla globalizzazione della mediocrità a scapito dell&#8217;eccellenza, della novità, dell&#8217;inedito.</p>
<p>E infatti l&#8217;Autore conclude così con un auspicio: “Ma è pur necessario sottolineare l&#8217;essenzialità anche pragmatica per le società e le economie moderne di un merito fondato sull&#8217;intelletto e sulle capacità creative. Molti hanno lungamente disatteso questa opinione. Io non rinuncio alla speranza di vedere questo merito accettato e riconosciuto entro un tempo ragionevole!” (pag.101).</p>
<p>Milano, 3 aprile 2011</p>
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		<title>testo letto il 12 settembre 2010 in occasione della presentazione della mostra di Mario Ceschi alla Galleria dei Foschi</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 09:37:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Taglioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libro all'indice]]></category>

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		<description><![CDATA[Curatori, critici, galleristi, artisti, camorristi, idraulici e intellettuali organici
di GEGIO FRASCA
Tante mani e poco cervello. Lo scacco italiano in ambito [<a href="http://blog.taglioni.com/2011/03/curatori-critici-galleristi-artisti-camorristi-idraulici-e-intellettuali-organici/">continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Curatori, critici, galleristi, artisti, camorristi, idraulici e intellettuali organici</h3>
<h3>di GEGIO FRASCA</h3>
<p>Tante mani e poco cervello. Lo scacco italiano in ambito artistico e culturale e poi manifatturiero ha origini lontane.</p>
<p>L&#8217;arte è risultato il settore che, più di tutti, sta pagando lo scotto della sconfitta nella guerra fra imperi che possiamo dire ancora in corso, ma, di fatto, attuatasi in occasione dalla seconda guerra. Tale scotto si traduce nella rinuncia allo sviluppo di un&#8217;arte italiana sulle basi e sul proseguimento della scuola classica e mediterranea.</p>
<p>Tale prospettiva è stata di fatto cancellata con il dopoguerra. Ma ancora non bastava, e l&#8217;idea d&#8217;impero non ha cessato di alimentare la geopolitica degli ultimi decenni, determinando qualcosa di cui a tutt&#8217;oggi non valutiamo gli effetti: noi poveri italiani eravamo così presi dal problema di<em> Cosa nostra</em> da non accorgerci dell&#8217;esistenza di una <em>Cosa loro</em>.</p>
<p>Ma a chi è andato il bottino: ai tedeschi, agli americani? O a entrambi. O forse agli inglesi? Ma i tedeschi non erano… bah! Eppure nessuno si chiede che lingua parla il mercato dell&#8217;arte: <em>deutsche, english, chinese</em>&#8230;</p>
<p>Se è vero poi che la CIA promosse l&#8217;arte americana del dopoguerra in Europa, è altrettanto vero che in Italia paghiamo i nostri “Servizi” per cose ben più importanti, per esempio scoprire – con un tempismo da manuale – che i cinesi sanno produrre l&#8217;acqua calda meglio di noi. Sarebbe a dire? I cinesi ci comprano le aziende per copiarle, soppiantarle, fagocitarle ecc.</p>
<p>Vecchio mestiere, quello imparato da chi esporta e che un qualsiasi imprenditore <em>cool</em> non saprebbe dire in italiano: <em>know how.</em></p>
<p>In ambito artistico è avvenuta la stessa cosa. E sì che questa è anche l&#8217;era della genetica, cioè avremmo imparato, più o meno, come si muovono i geni (a parte il fatto di andare all&#8217;estero). Così qualcuno ha acquistato una molecola per invadere un intero settore, come sanno fare gli americani, per esempio quando importano un artista europeo per esportare, poi, trecento artisti americani.</p>
<p>Ma come, in questo scorcio di secolo o negli ultimi due secoli? O da quando si è deciso che la lingua europea è l&#8217;inglese?</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 510px"><img class="  " style="margin: 10px;" title="L'altro tempo, 2011, olio su tela, cm 100x100" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/quadrato13-e1299749264661.jpg" alt="" width="500" height="521" /><p class="wp-caption-text">L&#39;altro tempo, 2011, olio su tela, cm 100x100</p></div>
<h4>Italia, bottino di guerra.</h4>
<p>Ciononostante, alcuni paradossi ci vengono in aiuto. Testimonianza vivente sono quei beni monumentali e paesaggistici sui quali, fino “a ieri”, nessuno ha posato lo sguardo languido e cannibalesco (fino a ieri): chessò, qualche borgo medievale, qualche dipinto, qualche suppellettile che è rimasta in piedi forse perché quegli idraulici che, per ingannare il tempo, facevano gli architetti, non se ne sono occupati.</p>
<p>Meglio se il borgo è non restaurato, meglio se trascurato, però. Meglio che quel tal curatore, quell&#8217;addetto, quell&#8217;estimatore o, peggio, quell&#8217;amministratore non ci metta sopra gli occhi e le mani.</p>
<p>Ma allora significa che siamo condannati a vivere con la sindrome di Pompei? Città giunta fino a noi soltanto perché fortunosamente sepolta da tonnellate di cenere? Beh, allora, non è che ci conviene chiedere alla camorra di seppellirla di nuovo, questa volta con i rifiuti tossici, in maniera che gli umani se ne stiano alla larga per qualche secolo? E cioè che un qualche architetto, che di straforo fa anche l&#8217;idraulico, non ci metta del suo?</p>
<p>Così, altro paradosso, per restare in terra campana, mentre abbiamo capito che siamo gli unici a fare bene la pizza (almeno fino a ieri, visto che i cugini africani, del resto bravissimi, ormai ci hanno rimpiazzato), in realtà compriamo i prodotti alimentari quasi esclusivamente dai francesi. E ci possiamo ulteriormente consolare sapendo che in questo contemporaneo tripudio modaiolo e fashionesco, orgogliosamente italiano (per ora e ancora per poco), ci siamo finalmente sbarazzati di qualche griffe restituendo ai cugini d&#8217;oltralpe le eccedenze del lusso italiano di cui veramente ne avevamo pieni i polsini.</p>
<p>Ciò detto, sempre fra parentesi, fa ben sperare che un giorno non lontano la ex Milano da bere non sia invasa sette settimane su due solo e soltanto da spacciatori e consumatori di “stracci pesanti”.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 510px"><img style="margin: 10px;" title="Kairòs 02 2011, digitale su pannello, cm 100x100" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/quadrato12-e1299749369123.jpg" alt="" width="500" height="522" /><p class="wp-caption-text">Kairòs 02 2011, digitale su pannello, cm 100x100</p></div>
<p>Possibile che nessun curatore, nessuno storico, nessun critico si sia accorto della vera incessante performance concettuale cui abbiamo assistito negli ultimi due secoli? Ma come? E quale sarebbe? Non quella di Christo che ci impacchetta ben bene qualche palazzo e qualche isoletta, ma la performance consegnataci da un&#8217;intera nomenclatura. Quando? Tanti “ani” fa (non è un refuso), da  generazioni di politici e ideologi, di addetti ai lavori, di tuttologi concettocratici, di politici corretti nonché intellettuali organici e scoreggioni. Ma cosa avrà mai combinato questa marmaglia? Chissà, forse, magari ha seppellito, a nostra insaputa, l&#8217;eventualità di una valorizzazione dell&#8217;arte e della cultura italiana e mediterranea sotto metri e metri di ciarpame sociopolitico, di manufatti, installazioni, videoscemenze, ideofrattaglie, protesi postqualchecosa e concettinutili chilometriche escrescenze di produzione propria o, soprattutto, di provenienza oltreatlantica, intervallate comunque da chiacchiere con marchio made in Italy.</p>
<p>Ma abbiamo ragione a non dare la colpa al critico d&#8217;arte, e neppure a dare torto allo storico, e ci guardiamo bene dal puntare l&#8217;indice contro il mercante e il gallerista, non sia mai che un giorno, per gratitudine, abbiano la compiacenza di dedicarsi alla protezione animali, all&#8217;ippica o all&#8217;agraria invece che ai beni culturali e artistici, visto che, in fin dei conti, costoro sono ben allenati alla cura di orticelli e scuderie.</p>
<p>Ma altolà. Alcuni dicono che non è vero. Che il mercato è florido, le fiere vanno alla grande. Le aste pure. Gli artisti italiani contano.</p>
<p>Se questo è vero allora da grande voglio fare il magazziniere (poi capirete in che senso), perché vi pregherei davvero di sperimentare di persona per poter dare credito a una simile fandonia.</p>
<p>Per esempio, entrate in una qualsiasi galleria d&#8217;arte e provate a chiedere a chi vi apre la porta che mestiere fa, se è maggiorenne, se parla italiano. Cosa vi risponde, se vi risponde? Mah. E come ha cominciato, qual&#8217;è la sua missione, che studi ha compiuto e se c&#8217;è un messaggio in quello che sta facendo? Cosa faceva prima di fare il gallerista? Il corniciaio, nella peggiore delle ipotesi, il pompiere nella migliore? E soprattutto, provate a chiedergli <em>a chi </em>vende. Vi risponderà come di consueto: al collezionista. Al che, potete, giusto per gioco, ma con aria distratta controbattere: “Ah, però, pensavo che i vostri maggiori clienti fossero gli artisti”. Infine, ormai più incazzati che sconsolati, una volta usciti, provate a soffermarvi dietro un angolo e provate a contare le persone che entrano in quella galleria, una, due, tre… e poi calò la notte.</p>
<p>Fatto ciò, provate a entrare in una banca o in un altro ufficio pubblico e, fra le code e la calca, provate a contare le opere d&#8217;ingegno (non dico dipinti o sculture perché non oserei tanto) ma oggetti di design, decorazioni, provate a soffermarvi sui materiali con cui sono allestiti gli uffici, l&#8217;arredo, ecc. Delusi? Ma non rassegnatevi. Fate un altro tentativo e passate nella sala d&#8217;aspetto del dentista? Delusi? Non stanchi e non soddisfatti, ora, provate a entrare in una casa privata qualsiasi e fate la stessa operazione. Più che delusi. A questo punto sforzatevi di non trarre le conclusioni seguenti: non è che forse il pubblico e l&#8217;arte sono inversamente proporzionali, antitetici, incompatibili? Non è che qualcuno, nottetempo, come avvenuto durante la guerra, ha imballato e caricato una teoria di camion con tutte le opere d&#8217;arte esistenti e le ha nascoste in qualche antica rocca del centrosud? Ma no, dai…</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class=" " style="margin: 10px;" title="Il passo e il piede 2011, olio su tela, cm 70x100" src="http://blog.taglioni.com/wp-uploads/quadrato8-e1299749453275.jpg" alt="" width="300" height="447" /><p class="wp-caption-text">Il passo e il piede 2011, olio su tela, cm 70x100</p></div>
<p>Risultato: c&#8217;è il dubbio che tutta questa arte di cui si favoleggia sia imboscata in qualche Magazzino con la M maiuscola o in qualche soffitta, o addirittura in qualche supermercato perché, veramente, altrove non vi è traccia.</p>
<p>E, allora, ancora, per concludere, per amore di paradosso, lo affermiamo, a questo punto senza polsini, e ne siamo convinti, che l&#8217;arte non è in cura dai suoi addetti né tantomeno potrà essere salvata in virtù del proprio ambito, nel proprio settore di appartenenza, ma può trovare la cura nella sua stessa rarefazione, nella non presenza, se non addirittura assenza, e non nella famigerata frequentazione, ma in qualcosa di irrelato, di innotiziabile, insomma forse si tratta di un&#8217;arte di cui nessuno è al corrente, anzi, che nella corrente non ci sta proprio.</p>
<p>Dunque, rimbocchiamoci le maniche e proseguiamo a scavare sotto Pompei.</p>
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